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L’approccio del Governo in materia di politiche sociali

di Emiliano Monteverde, da "Nuovo Welfare"

Ogni anno pubblichiamo sulle pagine della nostra rivista ("Nuovo Welfare", ndr) un articolo sulla Finanziaria varata dal Governo, concentrando la nostra attenzione soprattutto sugli interventi previsti in materia di politiche sociali.
Questa volta il nostro contributo appare un po’ diverso rispetto a quello degli anni precedenti, perché durante tutto il 2008 si sono alternati Decreti, Leggi e Manovre che hanno inciso in maniera diretta o indiretta sugli interventi e le politiche che da sempre sono al centro dell’attenzione della nostra Associazione e di questa pubblicazione.
È necessario, dunque, fare un breve riassunto per chi legge, e rammentare che nel corso dell’anno passato il Parlamento ha approvato due importanti Decreti Legge (il 93 e il 112), un Dpef correlato a un decreto che potremmo definire “Manovra estiva”, la Manovra Finanziaria in autunno e infine il Decreto di intervento “anti-crisi”.

È molto complesso delineare un quadro definito delle politiche e degli interventi sociali previsti. Da una parte, è difficile scorgere un approccio lineare e chiaro: in alcuni casi con un Decreto si tagliano risorse riammesse con il Decreto successivo. Dall’altra parte, si intravede un approccio di fondo che non considera le politiche sociali come politiche di sviluppo (indispensabili - a parere di chi scrive - per affrontare momenti di crisi come l’attuale). Si riaffaccia con forza la vecchia idea degli interventi emergenziali, del sostegno economico ridotto e, soprattutto, della solitudine dei cittadini, anche nei confronti di quello che viene spesso definito il “mercato dei servizi sociali”.
Per citare solo alcuni esempi, è doveroso sottolineare il taglio consistente del Fondo Nazionale per le politiche sociali, l’annullamento del Fondo per la non autosufficienza, il taglio dei fondi per il servizio civile, l’enorme diminuzione dei trasferimenti agli Enti Locali e conseguentemente l’inizio, già visibile in questi giorni, dello smantellamento delle reti di servizi e sostegno alla cittadinanza; e ancora, la fortissima riduzione degli stanziamenti alla cooperazione internazionale, il taglio dei fondi previsti per la prevenzione della violenza sulle donne.

Si potrebbe andare avanti con l’elenco, ma questi primi esempi ci aiutano già ad avviare una riflessione: ognuno degli intereventi sopra citati è in contrasto con ciò che bisognerebbe fare - secondo il parere di chi scrive - e soprattutto con altri atti e parole espressi da esponenti dello stesso Governo.
L’Associazione Nuovo Welfare ha dedicato molto spazio al Libro Verde proposto dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, raccogliendo in un numero speciale di questa webzine le riflessioni e le proposte, le critiche e gli elogi pervenuti da tutti i soggetti interessati alla discussione sul tema (cfr. WOL, Numero 7, Novembre/Dicembre 2008 – “Le riflessioni e le proposte sul Libro Verde. Una sintesi”). È utile sottolineare come in tutti gli interventi sia possibile rinvenire l’apprezzamento per la messa in campo di un’idea di politiche sociali intese come politiche per lo sviluppo. Nel Libro Verde si afferma che il sistema di welfare non deve essere smantellato e che “la spesa sociale non va tagliata. Essa va governata e riorientata in modo da rendere il sistema non solo finanziariamente sostenibile, ma anche più equo ed efficiente perché realmente in grado di incoraggiare la natalità, abbattere le barriere, facilitare la mobilità, combattere le discriminazioni, prevenire i bisogni, contrastare la povertà”1.

Di fronte ad affermazioni così nette, espresse in un documento ufficiale del Governo, cosa si dovrebbe pensare dei tagli operati?
L’interrogativo più grande è il seguente: si può affrontare una crisi economica e sociale, come quella attuale, senza promuovere politiche rivolte, da un lato, al ceto medio ormai incredibilmente vicino alla soglia di povertà e, dall’altro, all’enorme numero di famiglie già sotto tale soglia?
In periodi come questi - si potrà obiettare - i tagli toccano tutti i tipi di interventi e trasferimenti. Ed è certamente così, ma è vero anche che è proprio in momenti come questi che è necessario scegliere e mettere in campo una strategia ben definita.
Non è intenzione e competenza di chi scrive affrontare in questa sede il tema del progetto complessivo del Governo per fronteggiare la crisi economica, tuttavia non si può fare a meno di notare le innumerevoli contraddizioni che, sino ad oggi, hanno caratterizzato gli interventi governativi in ambito sociale.

Numerosi sono i quesiti che ne conseguono. Innanzitutto, come si può fermare il rischio di declino economico di un ceto medio in grande difficoltà senza implementare la rete dei servizi sociali che allevii i disagi, anche economici, delle famiglie con anziani non autosufficienti e persone con disabilità? Inoltre, per esempio, come si può pensare che una famiglia con due persone che lavorano (ormai condizione indispensabile per arrivare alla fine del mese) spenda una parte consistente di almeno una delle due retribuzioni in asili nido privati?

Con il taglio al Fondo per le politiche sociali e ai trasferimenti agli Enti Locali non si ottiene che questo risultato.
Da ciò derivano anche altri interrogativi. In primo luogo, viene da chiedersi dove siano state investite queste risorse. Probabilmente una buona parte è confluita nel taglio dell’Ici - senza, tuttavia, prevedere una scala di reddito adeguato a supporto del provvedimento, che di fatto ha creato una situazione tale per cui la tassa non viene pagata sia da chi possiede un piccolo appartamento in periferia, peraltro già esentato dal pagamento da un anno, sia da chi è proprietario di una villa che si affaccia su un lago - oppure nel grande calderone dell’Alitalia per la quale si sono sprecate ingenti risorse pubbliche nel nome dell’italianità di una azienda che, allo stato attuale, non aiuta a vivere meglio numerose famiglie italiane.

Viene da chiedersi a cosa sia servito tutto questo e, soprattutto, quali siano state le priorità della politica del Governo.
Oggi negli Stati Uniti si parla di ridurre le tasse a gran parte dei cittadini e di chiedere un sacrificio alla fascia più ricca del Paese che certamente beneficerebbe anche di una ripresa dei consumi. Oltreoceano si erogano incentivi statali all’industria dell’auto che investe in innovazione, perché non ci si può solo barcamenare nella crisi, ma si deve cominciare a disegnare il futuro.
Anche in Italia è arrivato il momento delle scelte: di fronte alla crisi si può e si deve uscire con una società più giusta, includente, solidale.

Al contrario, ad esempio, tagliare i fondi del servizio civile significa ridurre ulteriormente le possibilità di intervento sociale nel territorio, nonché abbandonare uno straordinario strumento di educazione civile, fondamentale anche per affrontare il tema del cosiddetto “bullismo”, che si cerca di contrastare con campagne pubblicitarie la cui valenza e utilità appaiono piuttosto dubbie.
Allo stesso modo, ridurre il numero di insegnanti di sostegno per gli studenti con disabilità e cercare di abbandonare il tempo pieno nelle scuole primarie (anche se la scelta dei genitori di questi giorni ha sonoramente bocciato questa ipotesi) non fa che rinchiudere nelle case le famiglie: senza sostegno, senza prospettive, senza quella fiducia che serve per affrontare una crisi.

E ancora, come non comprendere l’importanza e la funzione per la collettività che svolge la cooperazione internazionale, dimenticando oltretutto gli slogan di molte forze politiche dello stesso Governo: “aiutarli a casa loro”, spesso pronunciati in questi anni. Ora non si fanno politiche né qui, perché non si investe più in seri progetti di inclusione degli immigrati, né là, nei Paesi di provenienza del fenomeno migratorio, perché anche il Fondo per la cooperazione internazionale è stato drasticamente ridotto.
Vale la pena soffermarsi, poi, su un tema che ha assunto un ruolo preminente nelle cronache e nella politica del Governo: la sicurezza. Si tratta di un problema reale, una questione che riguarda tutti, ma soprattutto le fasce più deboli dei cittadini: gli anziani, i bambini, chi vive nelle periferie disagiate. In altre parole la sicurezza è un problema di vita migliore. Ed è proprio per questo motivo che tale questione va affrontata con massimo impegno e forte senso di responsabilità: non si può aprire il capitolo delle ronde (segnalo, a questo proposito, non solo il rischio della giustizia fai da te, delle ronde di partito, dello spreco di tempo delle forze dell’ordine a controllare i “controllori”, ma anche il possibile inquinamento della gestione dell’ordine pubblico da parte, ad esempio, delle organizzazioni criminali nel Mezzogiorno) o sbandierare il tema della sicurezza, chiudendo contemporaneamente i commissariati che non hanno la benzina per le proprie volanti o tagliando i fondi per la prevenzione della violenza sulle donne La questione della sicurezza va presa sul serio. Lo deve fare anche il mondo del sociale perché è ai deboli che deve essere maggiormente garantito questo diritto.

Quello della sicurezza è, quindi, un tema complesso che deve vedere reali investimenti nelle forze dell’ordine, nella prevenzione, nella socialità, in misure finalizzate all’integrazione. Infatti, i militari per strada destano grande impressione nell’opinione pubblica, ma di fatto non hanno nessuna funzione, poiché non conoscono il quartiere, né i problemi dello specifico territorio.

Qual è la soluzione, dunque? Si metterà un esponente delle forze dell’ordine in ogni via, in ogni strada, in ogni piazza?
È questo il nocciolo della questione: da una parte, anche in città sicure come le nostre (lo confermano anche dati recenti), troppo spesso si sottovaluta il diritto di tutti di fare la propria vita in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora, ma, dall’altra, si agita la sicurezza come un fantasma, salvo poi non sapere affrontare un tema importante come questo, con la complessità delle politiche che sono necessarie.

In ultima analisi - a parere di chi scrive - si sono fatti numerosi passi indietro. Sulla base dei provvedimenti e delle iniziative governativi, il welfare, la società coesa e solidale vengono nuovamente visti come strumenti di intervento ex post, il terzo settore come una risorsa da utilizzare durante le emergenze, le politiche sociali come ammortizzatore sociale.
Purtroppo si tratta di un déjà vu: abbiamo già visto tutto questo e, solo grazie al lavoro paziente del terzo settore, negli ultimi dieci anni si era riusciti ad abbandonare e superare tale concezione.

In questo periodo, pur tra mille approcci e sfaccettature, il terzo settore ha saputo anticipare la crisi, creando reti, cercando di spiegare anche ai meno interessati che una società sicura è una società solidale, includente, che non c’è vero sviluppo senza politiche sociali.
Spetterà ancora una volta al terzo settore fare la sua parte nel dimostrare che esiste un Paese diverso. Un Paese che cercherà di affrontare e vincere questa crisi rivolgendosi e coinvolgendo tutti. Nessuno escluso.
 
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