Reversibilità, cosa sta succedendo

12804318_1577295702596132_653050082_nChi e quante sono le persone a cui dobbiamo pensare quando parliamo di pensioni di reversibilità? Sono circa 3,9 milioni di donne, e 500.000 uomini, quasi tutti vedove e vedovi, data l’età media di 74-75 anni (dati Inps, Bilancio sociale 2013, arrotondati, come tutti quelli che seguono). Sul totale delle pensioni quei 4,4 milioni rappresentano il 25%, mentre le pensioni di reversibilità delle donne sono il 40% di tutte le pensioni percepite da donne.

La distinzione tra pensione e pensionato è fondamentale, perché ogni pensionato può godere di più di una pensione a diverso titolo. La pensione ai superstiti viene erogata, su domanda, a favore dei familiari di un pensionato deceduto (reversibilità) o di un lavoratore che avesse maturato un determinato numero di contributi pensionistici (pensione indiretta). I familiari che hanno titolo sono in primo luogo il coniuge superstite, e poi i figli minorenni, inabili, studenti, o i nipoti, equiparati ai figli; in assenza di questi hanno titolo anche genitori di età non inferiore a 65 anni, fratelli e sorelle inabili non sposati. Salvo che per il coniuge, è sempre richiesta la condizione di essere a carico del defunto. L’importo spettante ai superstiti va dal 60% della pensione di riferimento per il solo coniuge senza figli al 100% per il coniuge con due figli o per tre figli, con il 15% per ogni altro familiare. Questi importi vengono ridotti se gli aventi diritto hanno altri redditi: del 25% se questi sono superiori, al lordo, a tre volte il trattamento minimo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, del 40% se quattro volte, del 50% se cinque volte. Il trattamento minimo del Fpld è attualmente di 500 euro, centesimo più centesimo meno. La progressività si interrompe qui. Il titolare di una pensione di reversibilità perde invece totalmente la pensione sociale o l’assegno sociale di cui godesse.

Per capire il problema sociale che sta dentro l’attuale normativa userò d’ora in poi l’ultimo Monitoraggio dei flussi di pensionamento pubblicato dall’Inps per il 2014, che fornisce dati più disaggregati di quelli che poi compaiono nei bilanci, e userò solo i dati relativi ai lavoratori dipendenti, che costituiscono un raggruppamento sociale relativamente più omogeneo. Il problema è che cosa succederà della pensione di reversibilità delle donne che non hanno altri redditi. Nel 2014 sono state attivate 124.000 pensioni ai superstiti, di cui 101.000 alle donne. L’importo medio (uomini e donne) è di 711 euro mensili, mentre il differenziale tra uomini e donne nel 2012 era intorno al 65%, dal momento che gli uomini riscuotono una pensione di reversibilità su pensioni femminili più basse, e in percentuale assai maggiore godono anche di pensione propria che aumenta le riduzioni. L’89% di tutte queste nuove pensioni è stato calcolato secondo il metodo retributivo, un 10% con il sistema pro quota misto retributivo/contributivo. È evidente che, a mano a mano che si passerà a una prevalenza del calcolo misto, e poi del contributivo, che così come è parametrato oggi offre una copertura molto più bassa rispetto agli ultimi stipendi o salari (e la offrirà sempre più bassa in una situazione di lavoro precario e intermittente) l’importo monetario della pensione di reversibilità è destinato a ridursi drasticamente per milioni di donne. E ancor di più se, in linea con il sistema contributivo, si vorrà ricalcolare il montante contributivo delle nuove pensioni di reversibilità.

Non è possibile sapere quante tra le donne che hanno diritto a questa pensione siano anche titolari di altri redditi, ad esempio di pensione diretta. Ma l’importo relativamente elevato (circa il 10% in più nel 2012) rispetto alle pensioni di vecchiaia delle donne, l’altro grosso blocco di pensioni femminili, induce a pensare che questo sia in molti casi l’unico reddito di milioni di donne anziane. D’altra parte è noto che il tasso di attività delle donne è in Italia patologicamente basso. Nel 2013 il tasso di occupazione come definito da Eurostat (molto ristretto: 1 ora di lavoro retribuito a qualsiasi titolo nella settimana di riferimento) era del 50% per le donne, contro il 70% degli uomini, il differenziale più alto di tutta la Ue, salvo Malta. A questo bisogna aggiungere che il lavoro delle donne è a tempo parziale per il 38%. Dunque, allo stato di cose presente, solo metà delle donne avrà una pensione propria, e particolarmente bassa. L’altra metà, se non sarà stata sposata con un lavoratore occupato o pensionato, avrà solo la pensione sociale; se invece godrà di una pensione di reversibilità si tratterà del 60% di una pensione che raggiungerà a mala pena il 50% dell’ultima retribuzione. Del resto tra i 124.000 nuovi titolari di pensione di reversibilità circa 30.000 hanno pensioni sotto i 500 euro, e altri 72.000 ossia complessivamente il 90%, sotto i 1000.

Il passaggio al sistema contributivo operato dalla legge Monti-Fornero avrebbe richiesto, in questo come in altri rapporti, una revisione sistematica che è colpevolmente mancata. Come si è voluto ignorare l’effetto che un brusco innalzamento dell’età di pensione avrebbe avuto sull’occupazione giovanile, così dietro il velo dell’equità attuariale del contributivo si sono ignorati altri problemi di equità e di buon senso, in questo caso il basso tasso di attività delle donne italiane. La logica dell’istituto della pensione ai superstiti è duplice, previdenziale per il coniuge, assistenziale per tutti gli altri famigliari, per cui si richiede che siano a carico del defunto. Del coniuge invece si presume che partecipi alla funzione produttiva e riproduttiva della famiglia, e che in quanto tale debba godere dell’assicurazione previdenziale dell’altro coniuge. È il residuo di uno schema secondo cui l’uomo era il bread winner, e la donna faceva tutto il resto del lavoro socialmente necessario. Lo schema è finito, ma i rapporti non si sono parificati, e la pensione di reversibilità è fondamentalmente un problema di donne anziane povere. Probabilmente ci sono buoni modi di riformare l’istituto. Però l’esperienza di questi anni ci dice che ogni governo che abbia messo mano al welfare non ha mai tentato di migliorarne il funzionamento, ma solo di tagliarne le prestazioni, e di aumentarne l’iniquità. La pronta reazione contro la comparsa delle pensioni di reversibilità in un testo governativo è quindi del tutto giustificata. Ma la questione rispunterà. Se i sindacati si limiteranno di nuovo, come hanno fatto con la Monti-Fornero, a difendere l’esistente corporativamente, per tutti i pensionati, a prescindere dai livelli di reddito, senza elaborare ragioni, progetti e discorsi, lasceranno di nuovo campo aperto alle favole incantatorie del governo e alle loro conseguenze.

Questo articolo è stato pubblicato anche su Sbilanciamoci.info

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