Il tour degli Atterrés nella crisi d’Europa

La crisi dell’Euro e il futuro democratico dell’Europa. Intervista a Mireille Bruyere, economista, in Italia per il tour degli Economisti Sgomenti francesi.
Abbiamo posto qualche domanda a Mireille Bruyere, in Italia per il tour degli Economistes Atterrés, a margine del convegno La Vecchia Europa che si è svolto a Roma giovedì 23 gennaio.

 

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Qual è il significato del tour europeo degli Economistes Atterrés? Come nasce?

Il tour è iniziato nel settembre 2013 con la rete EuroPen. Nasce per creare un dibattito vero su quello che sta succedendo, perchè non si tratta di dire se si è per più Europa o per meno Europa, ma di capire come articolare queste due alternative. Siamo stati in Belgio, a Lisbona, Madrid, ora siamo a Roma e poi andremo a Dublino, Londra, Berlino, ovviamente Atene e poi la chiusura sarà a Parigi. C’è un tema diverso per ogni tappa e tutti i temi insieme danno l’idea della dimensione della crisi: a Lisbona abbiamo parlato del tema dell’uscita dall’euro, anche se avevamo paura di essere additati come nazionalisti; in Grecia parleremo del diritto alla salute, dato che lì la situazione è molto fragile su questo punto.

Il vostro ultimo libro “cambiare l’Europa” si apre con le parole “l’Europa sta morendo, l’Europa è morta”, un’espressione molto forte. Come si può salvarla?

Gli Economistes Atterrés non si pensano come un gruppo di persone che ha una sola proposta: c’è dibattito tra di noi. Condividiamo la stessa idea che la crisi sia conseguenza di politiche neo-liberali che abbattono lo stato sociale. Per quanto riguarda il trovare una proposta comune questo è più difficile; a partire dal dibattito sulla crescita economica, sul considerarla cioè come motore di progresso sociale o no. In particolare sono interessanti a questo riguardo il capitolo sulla transizione ecologica e quello dove ci chiediamo cosa fare dell’euro e proponiamo soluzioni diverse: alcuni sono per l’uscita controllata dall’euro, altri no. Ogni proposta ha le sue complessità e i suoi problemi.

Scrivete nel libro che lo stato sociale rimane vivo in Europa: il 25% dell’occupazione è pubblica e il 30% del reddito delle famiglie è distribuito dal welfare.

Il problema maggiore a riguardo consiste nel fatto che lo sviluppo in Europa è stato portato avanti in una situazione di democrazia molto debole. È difficile creare un alto livello di democrazia per 500 milioni di persone. Alcuni di noi avanzano la proposta di “federalismo democratico” ma le differenze tra i vari Paesi sono enormi ed è difficile sapere come cambiare la situazione. Le idee del lavoro e della protezione sociale sono nate dopo la guerra con una base socio-democratica molto forte e si devono sviluppare a livello nazionale. Mi pare più realistico affidare all’Europa una transizione ecologica più che il sistema di protezione sociale.

A proposito di transizione ecologica, parlate di ri-orientare l’apparato produttivo europeo e di puntare al pieno impiego. Ma come?

Abbiamo bisogno di basare l’organizzazione della produzione non sulla concorrenza ma su investimenti pubblici, anche a livello europeo, per cambiare direzione. È un modo per creare posti di lavoro che hanno senso, di qualità. Anche e soprattutto per i giovani. L’associazione francese Négawatt, fatta di ingegneri che lavorano sulla prospettiva della transizione ecologica, ha dimostrato che si potrebbero creare 600 mila posti di lavoro: alcuni impieghi andrebbero a scomparire ma ce ne sarebbero di nuovi, soprattutto per i giovani. Si deve capire però come accompagnare socialmente la cancellazione di quei posti di lavoro che creavano inquinamento.

Torniamo a parlare dell’euro che è la prima moneta della storia senza Stato. La zona Euro si è trovata impreparata di fronte alla crisi già dal 2008 e la Bce in base ai trattati non può fare da prestatore di ultima istanza. Perchè l’euro è stato creato così debole?

È molto difficile fare l’Europa politica, perchè bisogna allargare la democrazia. Per trovare un accordo è stata fatta l’integrazione economica per arrivare solo più avanti a quella politica. Così non funziona. L’economia non può essere distante dalla politica e precederla. Già Polanyi lo diceva. La moneta unica ha finito per creare più squilibri e ha aumentato la distanza tra i Paesi anzichè ridurla: i Paesi più deboli sono ancora più deboli e i più ricchi ancora più ricchi.

Tra gli Atterrés c’è chi propone un’uscita programmata dall’euro e chi invece crede che questo sarebbe un fallimento simbolico della costruzione europea.

Il dibattito non è solo sul fattore simbolico: il simbolo dell’Europa è il Parlamento Europeo, non la moneta unica.

C’è chi è per l’uscita dall’euro per avere una qualità democratica più alta e per avere una vera politica di investimenti pubblici; mentre quelli che non vogliono l’uscita dall’euro temono le conseguenze finanziarie, che potrebbero causare una forte crisi sistemica a livello globale nel contesto della globalizzazione finanziaria, e propongono una rottura per un’euro più sociale.

Qual è il significato di queste elezioni europee?

Abbiamo organizzato questo tour apposta prima delle elezioni europee perchè ci preoccupa vedere partiti fascisti e di estrema destra ottenere risultati elettorali molto alti. Le conseguenze sociali della crisi sono molto forti, bisogna sperare che quelle politiche non lo siano altrettanto. Ma nei periodi di crisi i partiti di destra sono favoriti perchè propongono soluzioni facili. E poi c’è la crisi della democrazia rappresentativa. Queste elezioni sono debolissime per cambiare le cose.

Gli attuali Trattati devono essere oggetto di una rottura istituzionale?

Assolutamente. Sono da cambiare, perchè oggi lo stato sociale e le scelte democratiche a livello nazionale sono neutralizzate. Cosa fare? O l’Europa federale democratica e forte, ma è difficile da realizzarsi, o un sistema di cooperazione tra i Paesi nella direzione dello sviluppo sociale ed ecologico, in contrapposizione alla concorrenza.

Per quale delle due prospettive propende?

L’idea del federalismo forte per ora è molto irrealistica perchè presuppone una grande qualità democratica. Poi, per attuare il federalismo bisognerebbe aumentare il bilancio dell’Europa, per finanziare politiche sociali, ma ora sembra difficile. Per salvare il modello sociale si deve passare soprattutto dal livello nazionale; su questo ho cambiato idea rispetto a qualche anno fa. Ora non si può più aspettare, è il momento di scegliere e sono per scegliere di fermare lo sviluppo dell’Europa neo-liberista. Non si deve cancellare l’Europa ma questo è un momento molto delicato.

E riguardo alla situazione francese?

Io da Hollande non mi aspettavo niente, se non la fine delle politiche di destra. Quelli che come me non si aspettavano niente, sono lo stesso rimasti delusi. Ma i delusi sono tanti anche nel Partito Socialista, che ormai non è più un partito di massa: è fatto di gente che lavora non per un ideale ma per la prospettiva di essere eletto. Anche gli ultimi provvedimenti, poi, agevolano le imprese a scapito delle famiglie. Questo non è un modello social-liberale ma liberale-sociale!

C’e’ speranza?

Sempre. Nei dibattiti del tour ad esempio sono sorpresa di vedere che la gente riflette più di prima e non cade più nell’illusione del discorso liberale.

 

 

 

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