Finanziaria, che lo spread ce la mandi buona

L’incauto ottimismo del governo nel delineare i valori dello spread. Nel Def si ipotizza uno spread bassissimo e si costruiscono le politiche economiche in conseguenza

La nota di aggiornamento al Def, il Decreto di economia e finanza 2013 è stata presentata negli scorsi giorni dal governo. È un documento fondamentale per capire la situazione delle finanze pubbliche, le previsioni di entrate e spese e la politica economica dei prossimi anni. Uno dei dati più importanti riguarda gli interessi che dovremo pagare sul debito pubblico nei prossimi anni, ovvero lo spread. Ecco i valori dello spread contenuti nel Def: 200 punti nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017. Una visione a dire poco ottimista, considerato che da almeno tre anni tale indicatore è costantemente ben sopra i 100 punti, con picchi oltre i 500 nel 2011 e 2012.

Come sono state calcolate tali cifre? Non sono state calcolate, nel Def si “ipotizza uno scenario”, segnalando che l’intervento della Bce con l’acquisto di titoli di Stato ha permesso di ridurre lo spread. La differenza che ancora rimane tra il valore attuale e quello indicato per i prossimi anni è dovuto alle “incertezze politiche e quelle relative alla stabilità del Governo”. Nel futuro, secondo quanto riportato nel Def, “vi sono le condizioni per una riduzione significativa dello spread”.

Anche mettendo da parte alcuni legittimi dubbi sulla futura stabilità del governo, rimane il fatto che la Bce non è intervenuta unicamente acquistando titoli di Stato dei paesi in difficoltà. Una grossa mano alla diminuzione dello spread è arrivata anche dal prestito (chiamato LTRO) da oltre 1.000 miliardi di euro erogato dalla Bce alle banche europee tra fine 2011 e inizio 2012. Quelle italiane hanno preso in prestito oltre 200 miliardi al 1% – un tasso di fatto negativo se si tiene conto dell’inflazione – usandoli in buona parte per comprare titoli di Stato. Aumenta la domanda di titoli, cala lo spread.

A fine 2011 gli istituti italiani detenevano 224,1 miliardi di euro di titoli di Stato. Meno di un anno dopo, a settembre del 2012, il totale era salito a 341,1 miliardi. Una boccata d’ossigeno per le banche che si indebitano al 1% e usano questo denaro per acquistare Btp che rendono 5 o 6 volte di più. Non riapriamo qui il dibattito sul perché la Bce non possa finanziare direttamente gli Stati al 1%. Rimane il fatto che il LTRO, il prestito triennale della banca centrale, scadrà tra fine 2014 e inizio 2015, il che significa che le banche italiane dovranno restituire circa 230 miliardi di euro alla Bce. A settembre 2013 ne erano stati rimborsati meno del 10%.

Cosa succederà tra un anno al nostro debito pubblico se le banche dovranno rivendere Bot e Btp per fare cassa e rimborsare i prestiti con la Bce? Quali effetti potrebbe avere per lo spread l’aumento dell’offerta di titoli di Stato sul mercato? E se al contrario le banche decidessero di non vendere titoli di Stato, quali potrebbero essere gli impatti sul nostro sistema produttivo, già oggi schiacciato dal credit crunch, ovvero dalla mancanza di accesso al credito?

Oggi la speranza è “semplicemente” l’arrivo di un nuovo prestito in sostituzione di quello in scadenza. Il governatore della Bce Draghi negli scorsi giorni ha dichiarato di “non escludere” un nuovo LTRO, gettando un salvagente alle banche, ma ancora prima al governo italiano. Ma “non escludere” non è esattamente una certezza. Qualsiasi impresa, se deve fare un piano industriale, ipotizza diversi possibili andamenti e traccia in conseguenza le proprie strategie future. Il nostro governo no. Lo scenario è uno solo e, a volere usare un blando eufemismo, è estremamente ottimista. Nel documento che delinea la politica economica del governo dei prossimi anni “si ipotizza” uno spread bassissimo, si dà per assodata tale unica stima e si costruiscono le politiche economiche in conseguenza.

Un percorso per lo meno sorprendente per un indice, lo spread, che è diventato il vero e proprio faro che guida tutte le decisioni dell’esecutivo. Da almeno due anni subiamo durissimi piani di austerità: siamo costretti ad accettare sacrifici per placare l’ira dello spread, quasi parlassimo di una qualche divinità. Le variazioni dello spread sono l’incubo di ogni italiano. Bene, con il Def ci dicono che da domani non sarà più così. I valori saranno bassissimi e certi. Non resta che accodarci allo spensierato ottimismo del nostro governo e sperare che la divinità non si arrabbi per tanto ardire. Che lo spread ce la mandi buona.

 

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