Si può ancora pensare alla piena occupazione come obiettivo politico?

IMG_0323Di bolle c’è ne sono tante: la bolla immobiliare, la bolla speculativa. La “bolla formativa” è quella che sta prendendo forma al Forum di Sbilanciamoci!, una tre giorni di seminari e tavole rotonde in contemporanea al meeting Ambrosetti di Cernobbio sui temi dell’economia sostenibile, del welfare e dei diritti, quest’anno alla sua 11esima edizione.

La bolla formativa è il fenomeno per cui l’Italia è allo stesso tempo il Paese che sforna meno laureati tra i Paesi Ocse e anche quello dove il tessuto produttivo è meno ricettivo in Europa per i giovani nei tre anni successivi alla fine del corso di studi, solo il 55 per cento trova un lavoro spesso non adeguato al titolo di studio, 20 punti sotto la media europea, ricorda Linda Laura Sabbadini, responsabile ricerche sociali dell’Istat. Tanto che le università stanno progressivamente perdendo iscritti: meno 58 mila in 10 anni, quanto l’intera Statale di Milano.

Ciò prefigura un modello di sviluppo basato su bassa innovazione e bassi costi della manodopera, è la tesi di fondo di Sbilanciamoci!.

Per Sabbadini è altamente improbabile il riassorbimento in tempi medio-brevi dei 6 milioni di persone disoccupate, in gran parte giovani, scoraggiati o meno nella ricerca di un posto anche precario, quand’ anche la crisi dovesse finire.

Si può ancora pensare alla piena occupazione come obiettivo politico?, si chiede il sociologo Francesco Garibaldo , che sottolinea come “siamo di fronte alla liquidazione di una generazione sul piano lavorativo, un effetto pratico pari a quello della guerra ’15-18″.

In effetti, spiega Chiara Saraceno, l’Italia esporta cervelli e importa immigrati addetti a basse qualifiche, più basse che in Francia o Germania. “Ciò che chiamiamo crisi in Italia è un’economia poco competitiva e un welfare debole, ingiusto,frammentato per categorie e diseguale a livello locale a parità di bisogni”‘ , aggiunge Saraceno, favorevole a non vagheggiare un welfare nostalgico che in Italia non c’è mai stato e a cominciare a pensare a un reddito di cittadinanza a partire dalle fasce povere della società , pensato però come diritto universale e non come elemosina caritatevole.

Claudio Gnesutta, docente a La Sapienza, lega gli interventi volti a creare occupazione al potenziamento dei servizi alla persona e anche alla riduzione delle ore lavorate dal singolo lavoratore, con un salario integrativo di cittadinanza.

Andrea Ranieri, del PD, ex assessore a Genova e editorialista di Left, fa notare come l’Italia sia l’unico Paese dove gli straordinari godono di un regime di decontribuzione fiscale e che a proposito della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro promesso dal governo “basterebbe intanto spostare i soldi degli incentivi fiscali dagli straordinari ai contratti di solidarietà”. Per Ranieri il problema non è se siano sostenibili più investimenti sulla cultura, “perchè la storia Usa dimostra che dove ci sono più investimenti pubblici vengono attratti più investimenti privati e questo spiega la nascita di internet, la più grande innovazione tecnologica degli ultimi decenni, legata ai massicci investimenti della Difesa. Ora basta trasferire lo sviluppo dalle spese militari alla cultura e all’economia sostenibile”.

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