Commercio sotto accusa al Forum sociale di Tunisi

Dopo le rivoluzioni arabe, il Forum sociale mondiale ha discusso a Tunisi anche di economia. E degli accordi di libero scambio che mettono in crisi le economie della sponda sud del Mediterraneo

“Con la Primavera araba nei nostri Paesi abbiamo cambiato tutto, tranne l’economia. Comincio a pensare che sia l’impresa più difficile. Abbiamo abbattuto la dittatura, ma non siamo ancora riusciti nemmeno a scalfire il modello di sviluppo della dittatura”. Il Forum sociale mondiale ha scelto Tunisi per celebrare l’edizione 2013, conclusasi sabato 30 marzo. Una scelta che si è rivelata strategica non soltanto per sostenere le forze progressiste animatrici del cambiamento in Maghreb/Machreck. Un sindacalista e docente, già segretario nazionale del settore scuola superiore e università, ci spiega in che modo un’alternativa per la sponda sud del Mediterraneo è resa impossibile dal modello di sviluppo occidentale e dalle organizzazioni internazionali che lo sostengono. “Un esempio? La Tunisia ha cominciato a metà degli anni Novanta a firmare i primi accordi di liberalizzazione commerciale con l’Europa perché erano sostenuti da un Rapporto della Banca mondiale in cui si diceva che la Tunisia avrebbe guadagnato un 3% di Pil, oltre ad attirare investimenti esteri. Al tempo il coordinamento degli imprenditori protestò per non essere stato consultato, e previde che un terzo del tessuto economico della Tunisia, parliamo di 120.000 imprese, sarebbe stato danneggiato”.

Le finanze pubbliche di Tunisi dipendono per il 30 per cento dalle tariffe sulle importazioni, e il loro abbattimento ha aggravato deficit e debito estero: “oggi – continua il nostro testimone – il 30 per cento del bilancio dello stato è finanziato attraverso il debito estero. Abbiamo subito un drastico taglio dei trasferimenti sociali, mai ripristinati dopo la caduta del regime: è stata la fine per il sostegno ai prezzi al consumo, la spesa per l’educazione, la sanità pubblica, i bilanci delle autorità locali”. Il prezzo di tutto questo la gente lo paga con la disoccupazione: nonostante il dato sia segretato, si stima che ci sia oggi un 18-20 per cento di disoccupazione in Tunisia, che per le donne arriva al 25 per cento, e al 35 per i diplomati e/o laureati. Più colpite sono le regioni contadine dell’interno, perché le prime liberalizzazioni hanno toccato i prodotti agricoli; le eccedenze del mercato italiano, spagnolo e greco hanno potuto essere scaricate qui con il risultato che nelle aree rurali la disoccupazione oscilla tra il 30 e il 51 per cento, che si registra ad esempio a Tatouine.

Diritti e profitti

Al Forum sociale mondiale si è tornati a parlare di commercio internazionale. Facilitare la circolazione delle merci intorno al pianeta aumenta la concorrenza tra Paesi e lavoratori per la fornitura di prodotti e servizi. La concorrenza può essere un vettore di progresso se spinge l’economia a dotarsi di migliori tecnologie, infrastrutture o di migliori qualifiche dei lavoratori. Ma se questo processo di liberalizzazione non è accompagnato da politiche industriali, sociali, fiscali e ambientali – di per sé bisognose di consistenti interventi pubblici che orientino il cambiamento verso il bene comune anziché verso i profitti privati – la concorrenza tra Paesi si giocherà su salari, condizioni di lavoro, livello di tassazione. Un fenomeno che possiamo rilevare anche all’interno della Ue, visto che abbiamo creato un mercato comune senza procedere a un’armonizzazione legislativa, fiscale, ma soprattutto dei redditi e sociale. Fin dai primi vagiti della liberalizzazione commerciale risultò chiaro che sarebbe stata impraticabile se non accompagnata dalla diffusione di standard minimi internazionali sul lavoro e le condizioni sociali, per evitare una corsa al ribasso. Nel vertice dell’Oil (l’organizzazione internazionale del lavoro) tenuto a Philadelphia del 1944 gli alleati affermarono che “il lavoro non è una merce. [E quindi non dovrebbe essere soggetto alle leggi del mercato] (…) Non ci sarà pace duratura senza giustizia sociale”. Decisero inoltre che l’Oil avrebbe dovuto sostenere l’obiettivo della piena occupazione, del reddito minimo vitale, ecc. Si ponevano esplicitamente questi obiettivi davanti ad altre politiche economiche e finanziarie.

Come uscire dal supermercato globale?

Oggi è chiaro che le regole del commercio globale prevaricano gli standard internazionali del lavoro: l’Omc (l’Organizzazione mondiale per il commercio) e gli accordi di libero scambio sono per la maggior parte dotati di meccanismi di regolazione che prevedono sanzioni commerciali in caso di violazione, qualunque ne sia la motivazione, anche quando sia giustificata dalla difesa di diritti umani fondamentali. L’applicazione delle norme internazionali del lavoro contenute nelle convenzioni dell’Oil è lasciata alla buona volontà degli Stati firmatari, e questo è ancora più vero nel settore delle norme ambientali e fiscali.

L’Unione europea, in teoria, è obbligata a svolgere Valutazioni di impatto sulla sostenibilità (Sia) degli accordi commerciali che propone ai Paesi partner, ma raramente ne tiene conto in sede negoziale. Nel caso della valutazione d’impatto sulla sostenibilità della zona euromediterranea di libero scambio (Emfta Sia), svolta di recente, i risultati – raccolti in un recente rapporto della rete Seattle to Brussels sulla giustizia commerciale – sono particolarmente negativi. È prevista una perdita di occupazione di circa il 3 per cento in Giordania e dell’8 per cento in Egitto, Marocco e Tunisia, che si accompagna a una pressione al ribasso sui salari, con conseguente aggravamento della povertà nell’area. L’industria manifatturiera nei Paesi interessati si dovrebbe ridimensionare drasticamente a seguito della soppressione delle tariffe sulle importazioni che proteggervano il mercato interno, can cali del 29% in Giordania, del 69% in Egitto, del 64% in Marocco e del 65% in Tunisia. La Valutazione d’impatto prevede un calo significativo della produzione delle macchine elettriche, legno, mobili, carta e stampa. In settori importanti come il cibo e bevande, tessili, abbigliamento, cuoio e calzature, la Valutazione prevede un calo di oltre il 90%. Lo studio rileva potenziali effetti negativi nella distribuzione del reddito a seguito delle liberalizzazioni in termini di benessere, valutando che prevalentemente ne beneficeranno i consumatori benestanti, piuttosto che i segmenti più poveri della società e piccoli produttori.

In assenza di adeguate misure di prevenzione e di attenuazione, i potenziali impatti di maggiore interesse, secondo la Valutazione d’impatto, saranno:

un significativo aumento a breve termine della disoccupazione, che potrebbe continuare a lungo termine, particolarmente per la liberalizzazione degli scambi di prodotti industriali e agricoli;

una riduzione dei salari connessa con un aumento della disoccupazione;

una significativa perdita delle entrate pubbliche in alcuni paesi, con un potenziale impatto sociale negativo seguito della riduzione della spesa per la salute, l’istruzione e i programmi di sostegno sociale;

una maggiore vulnerabilità delle famiglie povere alle fluttuazioni dei prezzi del mercato mondiale per i prodotti alimentari di base;

effetti negativi sulle condizioni di vita e di salute delle donne rurali, associati alla conversione accelerata dal modello agricolo tradizionale all’agricoltura commerciale. Per la Giordania e la Siria il declino della produzione dovrebbe essere abbastanza costante per un periodo di 14 anni successivi all’entrata in vigore delle liberalizzazioni. In Egitto, il Marocco e in Tunisia un calo significativo si dovrebbe verificare nel primo anno, e il declino continuerebbe per i successivi 8 anni.

In questo modo “si vuole esportare un modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi”, sostiene Leopoldo Tartaglia, della Cgil, che a Tunisi, in collaborazione con le reti sindacali locali tra cui l’Uggt tunisina, ha lanciato il nuovo Osservatorio sul Commercio internazionale “Trade game/il commercio non è un gioco”, creato insieme ad Arcs/Arci, Legambiente e Fairwatch: “Per noi – ha detto Tartaglia – il commercio internazionale deve vedere tutti i soggetti, istituzionali e sociali, sullo stesso piano, e muoversi nell’ottica del pieno rispetto di tutti i diritti, delle prospettive di benessere condiviso e di difesa della buona occupazione in tutti i Paesi, salvaguardando i beni comuni e i diritti umani e sociali da ogni logica mercantilistica”. Una scelta importante, alla vigilia del lancio della campagna globale in vista dell’Assemblea ministeriale dell’Omc che si terrà a Bali, in Indonesia, dal 3 al 6 dicembre 2013, e che i movimenti vorrebbero trasformare in una nuova Seattle: un’insurrezione pacifica contro la mercificazione dei beni comuni.

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