EuroMemorandum. Ci salverà l’Europa?

cloudLa scelta di Sbilanciamoci! di presentare tra i propri e-book la traduzione italiana dell’EuroMemorandum 2013 vuole sottolineare l’importanza che si sente a livello europeo della necessità di una alternativa di politica economica, esigenza che si ricollega idealmente al dibattito promosso e sviluppato sul nostro sito, a partire dalla “Rotta di Europa”

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L’EuroMemo Group, autore del Rapporto, fornisce da tempo analisi della situazione e dell’evoluzione dell’economia europea, accompagnandole con proposte che contestano l’orientamento mainstream degli organismi europei e internazionali che tanto ha condizionato e condiziona tuttora la dinamica della società europea. Nel Rapporto di quest’anno un punto nodale è individuato nelle differenze economiche strutturali esistenti fra i paesi dell’Unione, in particolare fra quelli dell’euro-zona, differenze che, lungi dall’essersi riassorbite nei dieci e più anni di moneta unica, si sono accresciute e ora inasprite con la crisi. è una situazione che ci riguarda direttamente, alla stregua degli altri paesi della periferia mediterranea e di quella dell’Europa orientale e baltica, e che impone giocoforza una diversa presenza a livello europeo a qualsiasi governo che voglia sostenere occupazione e salari, garantire livelli più diffusi di benessere, avviare un new deal verde, affrontare le necessarie trasformazioni infrastrutturali (burocrazia, corruzione, criminalità, ricerca e istruzione); insomma, che voglia avviare una politica di medio periodo in grado di dare una prospettiva socialmente sostenibile al nostro apparato produttivo richiede. Una presenza che non sia solo per farci dire cosa dobbiamo fare, ma per dire noi cosa l’Europa dovrebbe fare.

Non vi è solo un’ampia condivisione delle linee di politica economica sostenute dal Rapporto, ma, in presenza di una crisi che si sta avvitando su sé stessa tanto da rinviare sempre più lontano nel tempo la stabilizzazione della situazione, si condivide anche l’urgenza che vengano modificati obiettivi e strumenti della politica economica europea fortemente ancorati a una visione che fa dell’austerità il suo punto cardinale.

In un contesto finanziario solo momentaneamente stabilizzato, è importante l’impegno del governo italiano di sostenere la costruzione di istituzioni a livello europeo atte a contenere le pressioni speculative della finanza; vanno rafforzate le istituzioni introdotte faticosamente nell’ultimo anno per mettere al riparo le finanze pubbliche e le banche da possibili futuri shock esterni. In questa direzione, va sostenuta la mutualizzazione dei debiti pubblici in un contesto di fiducia e di controllo reciproco sui comportamenti dei singoli membri, così come va attentamente monitorata la situazione delle banche favorendo tutte quelle iniziative che possono ridurre il contenuto speculativo ad alto rischio della loro attività. Va adeguatamente implementata la decisione di adottare una tassazione sui flussi finanziari, possibilmente allargata e potenziata nei confronti delle transazioni con i paesi che non la adottano. Particolare attenzione richiede l’impegno di minimizzare i costi pubblici di eventuali ulteriori salvataggi bancari; la penalizzazione delle operazioni più speculative dovrebbe peraltro favorire l’apporto che le banche possono dare al finanziamento delle imprese produttive. Su tutti questi punti vi è stata, per quanto dilatata, un’elaborazione non irrilevante che richiede una presenza fortemente orientata all’interesse generale per evitare che le soluzioni adottate non siano a favore degli interessi di pochi ma forti.

Altro snodo importante per mettere al riparo i debiti pubblici dei paesi (deboli) europei dalle pressioni speculative di breve periodo e avviare il risanamento finanziario degli stessi è l’adozione di iniziative tese a contrastare le forme di concorrenza fiscale presenti sia all’interno che all’esterno all’area. L’esistenza di paradisi fiscali o di analoghe legislazioni di elusione fiscale vanno contrastate per evitare che i redditi da capitale, per loro natura molto mobili, non siano favoriti rispetto agli altri redditi in modo che il loro migrare non produca “buchi” nei conti pubblici con inevitabili difficoltà a perseguire gli obiettivi di trasformazione dell’attività produttiva e di consolidamento del welfare essenziale al benessere collettivo.

Una revisione dell’accordo sul Fiscal Compact è certamente il punto cruciale; esso deve essere consensualmente reinterpretato in maniera da allentare la stretta recessiva che sta esercitando sull’intera economia europea. Ciò non significa sostenere forme di indisciplina finanziaria, ma individuare – come è ovvio interesse di un governo che ha a cuore il progresso civile di una società – tutte le modalità atte a ridimensionare gli oneri finanziari a carico del bilancio pubblico che, rappresentando remunerazione di banche e rentier, vanno a scapito delle politiche sociali. Un allentamento dei vincoli del Patto in grado di favorire una ripresa della produzione e dell’occupazione va perseguito anche per sopravvivenza della stessa classe politica poiché il protrarsi di un vincolo finanziario troppo stringente, impendendole di affrontare i bisogni sociali, ne decreta il fallimento favorendo, e gli esempi non mancano, le spinte populiste e conservatrici. Va inoltre contrastato l’uso terroristico fatto dalle forze conservatrici che, per giustificare la continuità con le attuali politiche di austerità, sostengono l’esigenza di ridurre il volume del debito pubblico quando il vero problema e ridurre il suo peso rispetto al Pil e ciò può essere raggiunto, con il più ampio benessere generale, da un’espansione della produzione e dell’occupazione.

L’impegno è allora per una gestione del Fiscal Compact meno recessiva; essa è possibile all’interno delle stesse sue regole se si tiene conto che esso prevede la possibilità di derogare dai vincoli posti qualora si sia in presenza di una caduta del reddito al di sotto del livello “potenziale”. Il prossimo governo deve quindi dimostrare – impegnandosi anche sul terreno “econometrico” – che l’attuale sottovalutazione dello scarto deflazionistico tra reddito corrente e reddito potenziale che stiamo registrando è di molto superiore a quello valutato dagli economisti: il neoliberismo sta anche nella rappresentazione quantitativa della realtà. è necessario che si riconosca una valutazione ben più reale della situazione recessiva della nostra economia (e di quella di molti altri paesi dell’Unione) in modo da ridefinire i vincoli sulla spesa pubblica e allontanare nel tempo, oltre il 2014, l’impegno al pareggio di bilancio, cosa che faciliterebbe tra l’altro il suo corretto perseguimento.

Se il punto cruciale è la necessità di allentare la politica recessiva (a livello dell’intera Unione) perseguita dalla dirigenza europea, va sottolineato che, per non accentuare gli squilibri finanziari all’interno dell’area, una politica dal lato della domanda dovrebbe essere gestita, con ottica comunitaria, in maniera asimmetrica ponendola a carico dai paesi in surplus. A questi paesi, e in particolare alla Germania, deve essere chiesta un’assunzione di responsabilità dato che le sue politiche interne producono, nell’attuale contesto istituzionale europeo, effetti recessivi sugli altri paesi. Una politica economica tedesca più espansiva, magari con un minor contenimento dei salari, genererebbe una maggiore domanda estera per i paesi in deficit e allevierebbe le loro difficoltà a sostenere la propria crescita senza incorrere in ulteriori squilibri nei conti pubblici. Un clima più espansivo dell’intera politica economica europea avrebbe peraltro l’effetto di contribuire al tentativo degli Sati Uniti di evitare il pericolo di una ricaduta nella recessione mondiale, mitigando l’eccesso di liquidità che tende ad aggravar lo squilibrio monetario internazionale.

Non si tratta quindi di negare l’esistenza dei vincoli che l’economia pone, ma di saperli gestire attivando tutte le iniziative in grado di favorire la ripresa della domanda, e quindi della produzione e dell’occupazione, in un’ottica di più lungo periodo che ponga l’equilibrio sociale come condizione del rilancio produttivo. A questo riguardo, si deve far ricorso a tutte le forme finanziarie disponibili a livello europeo – quali i Project bonds e i finanziamenti della Banca europea degli investimenti – per orientare una politica industriale attiva, attualmente completamente assente nei programmi dell’Unione. Un intervento che non si limiti alle pur importanti condizioni infrastrutturali, e a quelle di contorno di formazione delle capacità tecniche e professionali nonché di incentivazione della ricerca, ma miri a promuovere più direttamente, e in un’ottica europea, il consolidamento della attività produttive (nell’agricoltura, nell’industria, nei terziari) e soprattutto nelle regioni meno favorite; si tratta di migliorare la loro competitività attraverso forme di assistenza all’innovazione tecnologica e organizzativa che sviluppino la qualità dei processi e dei prodotti in un orientamento compatibile con la sostenibilità ambientale (green economy, risparmio energetico ecc). In altre parole, meno mercato del lavoro e più politica industriale.

Per essere credibile e incisiva, un tale indirizzo di politica industriale deve naturalmente disporre di risorse adeguate. Se si pensa che esse dovrebbero risultare da un bilancio pubblico dell’Unione europea che dovrebbe accrescere di molto il suo peso attuale (che è a un livello minimo dell’1% del Pil europeo), le recenti decisioni a livello di Commissione non sono confortanti. Mentre conforta che, per la prima volta, il parlamento europeo abbia saputo esprimere un parere contrario, bocciando con un voto la proposta di budget della Commissione.

Garantire la ripresa e la stabilità nel tempo dei livelli occupazionali non è solo un obiettivo importante in quanto condizione per la sopravvivenza materiale, ma è anche e soprattutto un fattore essenziale per l’inclusione sociale. Non va trascurato che, in mancanza di risultati significativi in questa direzione, saremmo destinati – come altri paesi dell’eurozona – a un lungo processo di deflazione sociale che renderebbe drammatica la contraddizione tra la partecipazione all’euro e all’Europa e le prospettive di benessere per le fasce più deboli del paese.

Non è male, a questo riguardo, avere presente che una visione della politica economica e sociale europea più espansiva, quale quella qui auspicata, si scontra con una visione diversa, quella imperante in Europa. Forse si dovrebbe avere la consapevolezza che esiste in Europa un’unità politica che, da tempo, ha trovato il suo punto di aggregazione, ormai consolidata, nella definizione degli obiettivi e nella gestione delle istituzione in senso neoconservatrice. È a questo corposo orientamento che ci si deve contrapporre.

Non è per niente facile “il” compito di un governo che, pur in una riacquisita fiducia reciproca con i propri partner europei, volesse orientare la politica economica dell’Unione in senso socialmente meno penalizzante. È peraltro inevitabile che una prospettiva di rovesciamento della visione culturale e politica che regge l’attuale governo dell’Europa debba essere posta al centro della sua azione non solo a Bruxelles ma nelle capitali di tutta l’Unione per affermare l’importanza – non solo per noi, ma anche per gli altri paesi europei inclusi quelli del “centro” – di una diversa visione del futuro del nostro continente. Naturalmente non deve mancare l’impegno delle forze politiche e dei movimenti che, a livello europeo, condividono la prospettiva di allargare, attraverso una concreta discussione critica, la partecipazione alla definizione di questo possibile futuro.

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