Monte Paschi. Due scandali in uno

Quello che sta emergendo dalla vicenda Monte dei Paschi è un intreccio di interessi tra finanza, politica e mondo degli affari, operazioni speculative sempre più azzardate e incomprensibili, bonifici miliardari, e altro ancora. Ma c’è di più, molto di più. Perché la stessa vicenda è emblematica del funzionamento della finanza. Solo poche settimane fa una delle più grandi banche del mondo ha patteggiato con la giustizia statunitense per uscire da un’accusa di riciclaggio del denaro dei narcos messicani. Una mezza dozzina di gruppi bancari è coinvolta nelle indagini per la manipolazione del Libor, un tasso di interesse su cui si basano migliaia di miliardi di euro di mutui e titoli finanziari. Le stesse tecniche e gli stessi strumenti utilizzati dal Monte Paschi per “abbellire” i bilanci e mascherare le perdite sono quelli che hanno portato alla condanna di quattro banche per la vendita di un derivato al Comune di Milano. Sono decine, se non centinaia, gli enti locali che hanno sottoscritto derivati negli scorsi anni, con perdite che potrebbero ammontare a decine di miliardi di euro.

E questi sono alcuni casi tra gli innumerevoli emersi solo negli ultimi mesi. Viene da domandarsi quale settore merceologico è con tanta frequenza e regolarità al centro di scandali, truffe e crimini come quello bancario e finanziario.

Occorre tenere separati due piani. Da un lato il comportamento del Monte Paschi e dei suoi dirigenti, l’ingerenza della politica, il ruolo della fondazione. Situazioni di estrema gravità, sulle quali occorrerà fare piena chiarezza. Il problema è che, complice la campagna elettorale, il dibattito di questi giorni non va oltre. Ed è un peccato, perché poteva e doveva essere l’occasione per rilanciare la questione della necessità di regole e controlli per l’intero sistema bancario e finanziario.

Nella sua relazione di ieri in Commissione parlamentare, il ministro dell’Economia Grilli ha dichiarato che è “indispensabile non insinuare dubbi sulla solidità del sistema bancario italiano”. Ha ribadito che i controlli ci sono e la vigilanza funziona. Saremmo lieti se fosse così, ma qualche dubbio rimane.

Recentemente le istituzioni europee hanno intrapreso una serie di “stress test” sugli istituti di maggiore dimensione, per verificarne la solidità e la capacità di superare eventuali nuove crisi. Su 91 banche sottoposte ai test, unicamente 8 non hanno superato la prova. Tutto bene, quindi. Effettivamente il sistema bancario europeo è solido. In apparenza. Peccato che ai primi posti, tra le banche più solide d’Europa e con i conti più in ordine sia risultata la Dexia, che nel giro di pochi mesi dopo l’esito degli stress test è stata salvata tre volte e da due diversi governi, Francia e Belgio.

Qual’è il problema, allora? Il problema è che le banche devono pubblicare un bilancio, ma se hanno delle perdite possono nasconderle sotto il tappeto grazie ai derivati, come nel caso Monte Paschi. Che nel bilancio devono riportare i loro attivi e limitare l’erogazione di crediti rischiosi in base alle regole internazionali dell’accordo di Basilea. Ma grazie alle cartolarizzazioni questi limiti possono essere elusi, e gli attivi portati fuori bilancio, spostandoli in un qualche paradiso fiscale. Viene da chiedersi a cosa serve pubblicare un bilancio, se tanto gli attivi quanto le perdite, solo per fare un paio di esempi macroscopici, possono essere “interpretati” per mostrare numeri scintillanti. Rimandando i problemi, spesso ingigantendoli con operazioni spregiudicate per salvare la faccia nel breve.

Occorre chiudere questo gigantesco casinò. Introdurre una tassa sulle tassa sulle transazioni finanziarie che sia davvero efficace nel frenare la speculazione, chiudere i paradisi fiscali, limitare o bloccare i derivati più rischiosi e gli altri titoli “tossici”, separare le banche commerciali da quelle di investimento e via discorrendo. Sono in massima parte le proposte contenute nell’appello “Cambiamo la finanza per cambiare l’Italia” che Banca Etica ha lanciato nei giorni scorsi per chiedere al prossimo governo di riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell’economia e della società, non un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Per chiarire che c’è una parte del sistema bancario che lavora erogando credito all’economia reale, con la massima trasparenza, valutando le ricadute sociali e ambientali di ogni prestito effettuato. Per ricordare che tutti noi risparmiatori, quando depositiamo i nostri soldi in banca piuttosto che in un’altra, stiamo facendo una scelta. Dobbiamo scegliere se vogliamo una finanza che sia parte della soluzione o che continui ad essere uno, se non il principale, problema.

da il manifesto

 

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