Il “cambio di rotta” che vogliamo

La Legge di Stabilità del 2013 si colloca dentro il quadro di una crisi i cui dati sono noti: quest’anno il Pil diminuisce del 2%, un terzo dei giovani non ha lavoro, la spesa sociale si è di fatto dimezzata provocando uno smantellamento del welfare, abbiamo oltre centosessanta crisi industriali in atto con il rischio di perdere altri trecentomila posti di lavoro, più di un miliardo di ore di cassa integrazione nel 2012, più di un milione di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, il potere d’acquisto tornato ai valori di dieci anni fa, oltre cinquanta comuni di media grandezza che il prossimo anno rischiano il dissesto finanziario e di non poter pagare più gli stipendi ai propri dipendenti.

È una crisi tremenda, drammatica.

Noi proponiamo un “cambio di rotta”: basta con il neoliberismo, basta con le politiche di austerity, basta con la subalternità ai mercati finanziari, basta con una politica economica che sta aumentando le sofferenze sociali e accentuando la depressione e la recessione dell’economia reale. Basta con una cura da cavallo che sta uccidendo il cavallo. Si continua a svuotare con il cucchiaino un secchio d’acqua sempre più colmo, mentre bisognerebbe chiudere il rubinetto che quel secchio riempie sempre più velocemente. Il cucchiaino sono i tagli alla spesa pubblica, il rubinetto è la speculazione dei mercati finanziari che continua ad agire indisturbata. Si continua a lisciare il pelo ai mercati finanziari, mentre bisognerebbe fargli il contropelo.

Il debito pubblico è aumentato in questi anni in molti paesi non tanto (e non solo) perché quei paesi sono spendaccioni, ma anche perché si sono salvate con i soldi pubblici le banche private, come è successo in Francia, Belgio, Gran Bretagna, Olanda e – naturalmente – negli Stati Uniti. Nessun argine è stato messo ai derivati, ai compensi dei top manager, alle dinamiche speculative più accentuate (la Tobin Tax è rimasta lettera morta), e non ci sono Basilea 4-5-6-7-8 che tengano.

Il debito pubblico aumenta non tanto perché si spende troppo, ma perché si cresce poco. E la speculazione non è legata al debito, ma ha ben altre dinamiche.

Si sottoscrivono misure sbagliate e insostenibili come il Fiscal Compact: per rispettare quegli impegni dovremmo avere 5-6 punti di avanzo primario l’anno per vent’anni da destinare alla riduzione del debito. Per intenderci: 40-50 miliardi l’anno di manovre per vent’anni. Il governo Monti, delle tre parole con cui ha avviato la sua opera riformatrice – rigore, crescita ed equità – ha applicato solo la prima e solo a danno dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani. Ha varato discutibili provvedimenti sulle pensioni e sulla riforma del mercato del lavoro. Le misure sulle liberalizzazioni sono state un flop.

E poi tanti, tanti tagli: alle risorse come ai diritti. Nessuno – o quasi nessuno – investimento nella crescita. Di “impressionante sforzo riformatore” – come ha detto la Merkel a proposito dell’operato del governo Monti – c’è ben poco. Tanta tecnocrazia, tanto neoliberismo, tanti favori ai mercati finanziari e tante batoste per la povera gente.

La politica italiana si è attardata sugli equilibri nelle coalizioni, sulle alleanze e sulle convulsioni di un sistema politico allo sbando. È mancato largamente in questi mesi il merito dei problemi: il programma e gli obiettivi che sarebbe necessario darsi per fronteggiare la crisi e avviare un modello di sviluppo radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. E scompaiono dal dibattito politico, da una parte,

la società con le sue sofferenze e, dall’altra, i soggetti (il lavoro, i movimenti, la società civile) che dovrebbero essere il perno di un cambiamento radicale del paese.

Nel merito, tutto il dibattito (quando c’è) si sta riducendo a essere a favore o contro il “montismo” (la scelta è scontata), come se si trattasse di una sorta di mantra che ci evita di affrontare le questioni concrete che abbiamo sul tappeto e che Sbilanciamoci! e altri hanno posto in questi mesi: il modello di sviluppo che vogliamo (i Suv a Mirafiori o i bus della Irisbus, il Ponte sullo stretto o le piccole opere, i treni per i pendolari o i trafori delle Alpi, i pannelli solari o il carbone, i diritti del lavoro o la flessibilità?), oppure la redistribuzione necessaria della ricchezza contro le rendite e la finanza (la patrimoniale, la Tobin Tax, eccetera), o ancora una politica espansiva e keynesiana invece di un’austerity tutta sulle spalle della povera gente.

Da una parte bisogna mettere al centro la critica e il superamento del paradigma neoliberista che ci ha portato alla crisi – e che ancora sta dominando l’orizzonte della crisi – e, dall’altra, la costruzione di un’economia diversa fondata sul lavoro, la qualità sociale e i diritti, la sostenibilità ambientale, i saperi. Il neoliberismo e le politiche di austerity hanno fallito, hanno accentuato la crisi e la recessione.

Il “cambio di rotta” di Sbilanciamoci! consiste, dunque, nell’uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Serve un modello di sviluppo in cui alcune merci, consumi, pratiche economiche siano giustamente condannate alla decrescita (il consumo di suolo, la mobilità privata, la siderurgia inquinante) e altre siano invece destinate a crescere; quelle di un’economia diversa che abbia tre pilastri: la sostenibilità sociale e ambientale; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare degni di un paese civile; la conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e di formazione capace di far crescere il paese con l’innovazione e la qualità. Ma non c’è possibilità di uscita dalla crisi se non si ristabiliscono condizioni di uguaglianza e di giustizia economica e sociale: serve una redistribuzione della ricchezza del 10% più agiato a favore del 90% della popolazione che soffre il peso della crisi. Per far crescere la torta bisogna prima fare delle fette più eque per tutti. È ora che i mercati finanziari, i rentiers e le banche si facciano da parte.

Il “cambio di rotta” che vogliamo deve ripartire, ancora, dalle persone, dagli anziani e dai disabili che sono abbandonati dallo Stato, dagli operai dell’Alcoa che devono salire sui silos per farsi ascoltare, dai cittadini immigrati lasciati affogare nel canale di Sicilia, dai giovani che tornano a emigrare all’estero, dagli studenti che vengono espulsi dalle università, dalle donne discriminate sui posti di lavoro. Dalle persone, da loro si costruisce il cambiamento di cui abbiamo bisogno: ascoltiamo la loro voce, le loro sofferenze, le loro speranze.

 

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6 commenti per “Il “cambio di rotta” che vogliamo”

  1. alberto albertoni scrive:

    sarebbe utile un bilancio ipotetico secondo le proposte di Sbilanciamoci, soprattutto chiedo, non si può ridurre il debito rinegozionado gli interessi o proponedndo di pagare solo una parte? Diversamente mi pare che non se ne venga fuori,
    NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE.
    Che la primarie servivano solo per l’egemonia Bersani-Renzi.
    Che le primarie dimostrano una grande disponibilità popolare a partecipare.
    Che la partecipazione è frustrata dai discorsi insignificanti dei politici, ora come prima.
    Che le idee non si vendono per corrispondenza, bisogna battersi in prima persona e in prima persona crederci. ( avere le idee )
    Che la base elettorale rimane invariata perché non si fa una campagna convincente su un programma chiaro netto e necessario per affrontare la crisi.
    Che gli astenuti e gli indecisi possono costituire l’allargamento della base.
    Che nessuno ha chiesto pubblicamente al premier dove intende trovare i 45 miliardi all’anno per vent’anni per alleggerire il debito, se nonostante i tagli alla spesa e l’aumento delle tasse, il nostro debito aumenta. ( proposta: perché i media invece di dire fiscal compact non dicono 45 miliardi all’anno? )
    Che nessuno ha chiesto pubblicamente al premier in base a quali parametri e dati ipotizza la ripresa.
    Che questa politica contabile, ogni giorno che passa ci porta più in basso nell’abisso.
    Che la questione è europea.
    Che conviene a tutti cambiare ( si può ).
    Che il premier non avrebbe interesse a candidarsi, come risolverebbe i guai in cui si è messo?
    Che mettere in copertina del partito il titolo Monti, significa ammettere di essere incapaci e quindi si delega a un professionista il compito.
    Che mettere in copertina del partito il titolo Monti è una furbata per raccogliere voti automaticamente, forse.
    Che il senso comune percepisce le misure del governo come necessarie, ignorando i 45 miliardi all’anno.
    Che il senso comune percepisce il premier come uno che agisce, non importa come ma è costruttivo e non si perde in chiacchere. ( !? ).
    Che il senso comune percepisce che al governo ci può capitare chiunque, invece ci vuole un professionista che sappia il mestiere.
    Che chi va in piazza mercato a vendere prodotti utili, qualcosa porta a casa.
    Che il ricambio non deve essere generazionale ma cerebrale….
    Che i voti devono essere tutti utili per affermare la sinistra, poi si vedrà se si potrà fare una sinistra sinistra, attualmente vige ancora una notevole moderazione, o la si accetta o sarebbe meglio convincerla che su quella strada la crisi non può che peggiorare.

  2. gianni scrive:

    Premessa: sottoscrivo tutto, impossibile per me non condividere, sono e spero sarò sempre pronto ad ascoltare chi sta dalla parte di chi ha meno, ma…. qualche domanda sorge:
    1. E’ possibile spiegare a me, che conosco l’economia troppo superficialmente, così come ad altri, in modo semplice, come potremo sopravvivere, non avere danni ben peggiori rispetto all’odierna pessima condizione, con una politica economica totalmente fuori linea rispetto a quella della comunità europea e dei paesi economicamente più importanti, considerando che viviamo in un sistema economico che non può certo essere considerato nazionale pena l’emarginazione e l’impoverimento, anche se in una condizione di maggior giustizia sociale? Se si disinserisce da un sistema globale l’alternativa più probabile è l’autarchia o mi sbaglio? E l’autarchia per un paese indebitato e privo di grandi risorse naturali non sarebbe un autentico disastro? altrimenti è solo opposizione demagogica.
    2. Dando per scontato che i dubbi espressi al punto precedente siano soltanto la logica conseguenza di una scarsa conoscenza e padronanza del mondo economico, come pensate sia possibile dare voce e forza ad opinioni che oggi raggiungono un pubblico acculturato ed intellettuale (al quale consciamente quanto immodestamente penso di appartenere). Raggiungermi e convincermi non è un gran risultato, ero già in linea con i contenuti dell’articolo, gli irraggiungibili sono altri, proprio quelli che hanno meno mezzi intellettuali e materiali ed hanno paura di perdere anche quel poco che hanno schierandosi con Monti o peggio B.
    grazie, scusatemi per le critiche ed il cinismo, io vi apprezzo e vi amo
    gianni

  3. Mauro scrive:

    Qualitativamente la politica disegnata da questo articolo mi sta bene;manca però qualche numero anche come esempio.
    Mi piacerebbe una politica un pò scientifica.

  4. Mauro Bonino scrive:

    Mi chiedo come si possano scrivere analisi contro il neoliberismo e l’austerity, richiamare alla mobilitazione politica e civile per combatterli e nello stesso tempo candidarsi in un partito (SEL) che è entrato in una coalizione che dichiaratamente sostiene queste stesse politiche classiste.
    Nello stesso momento oltretutto in cui si tenta di dar vita ad un polo progressista che ha nel suo primo punto di programma proprio la necessità di ribellarsi al neoliberismo ed all’austerity.

  5. Dan scrive:

    L’indirizzo di Sbilanciamoci e le dinamiche di SEL parlano una lingua comune. Con Marcon, SEL dettaglia ancor di più la politica che intende perseguire. E anche se non siamo maggioritari stiamo lottando da dentro il “sistema”.
    P.S. Auguro agli “arancioni” di entrare il Parlamento, anche se, proponendo le stesse contraddizioni dell’ “Arcobaleno precedente”, LA VEDO DURA!

  6. Alessandro Messina scrive:

    Concordo completamente con la visione abbozzata nell’articolo. Ma questa è appunto una visione (indispensabile) della società futura, ma non può, oggi come oggi, rappresentare un programma operativo perché incontrerebbe troppi ostacoli e verrebbe uccisa da piccola. E’ comunque necessario che, nello sviluppo di un programma operativo, si tenga conto di questa visione del futuro che non può non avverarsi prima o poi (altrimenti cinesi ed indiani finiranno “gasati” dagli scarichi delle proprie automobili). Prima o poi quelle cose si faranno e se il nostro paese non sarà pronto ad effettuarle dovrà, come al solito, andare a comprarle fuori. Iniziamo intanto a smontare le greppie di potere e finanziarie che impediscono di muoversi in quella direzione. Cominciamo a investire su nuovi progetti che consentano di strutturare filiere industriali orientate a quella visione (ricerca, produzione, installazione ecc… fino alla dismissione e riciclo). Cominciamo con la raccolta di idee di società nuova che possano mettere in moto energie economiche ed intellettuali. Insomma inventiamo la società del futuro e le sue componenti. Questo è il modo di ripartire. Nel farlo ricordiamoci che le cose che hanno valore mondiale in Italia sono le persone e la loro cultura, il territorio e la sua storia.

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