Nove su dieci

Pubblichiamo l’introduzione del nuovo libro di Mario Pianta “Nove su dieci – Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa” (Laterza, 2012, 175 pagine, 12 euro)

Un libro per capire perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa. E come si può cambiare.

Ogni ricco ha il reddito di cento poveri. Non è l’Inghilterra di Dickens, è l’Italia di oggi. Redditi e ricchezza si sono concentrati nelle mani di una persona su dieci. Gli altri nove – quasi tutti noi – stanno peggio di dieci anni fa, divisi in mille modi, tra uomini e donne, tra vecchi e giovani, tra Nord e Sud – ma uniti dal declino italiano. Com’è potuto succedere? Togliere ai poveri per dare ai ricchi, rendere il lavoro più debole e il capitale più forte è da trent’anni l’orizzonte del liberismo. Da lì ha origine la crisi attuale, in Europa e in Italia. Ma un’alternativa c’è: cambiando politiche si può evitare una grande depressione, costruire un benessere sostenibile, avere un’economia più giusta.

Introduzione

Quasi tutti gli italiani stanno peggio di dieci anni fa. Questo libro spiega quanti siamo – all’incirca nove su dieci – e perché siamo scivolati in basso in termini di reddito, condizioni di vita, disuguaglianze. Spiega che cosa è successo nell’economia e nella politica, suggerisce una via d’uscita. La scena, nel primo capitolo, è disegnata dalla finanza e dall’Europa. Si ripercorre l’illusoria ascesa della finanza, che ha portato al crollo del 2008 e alla recessione del 2012. E si ripercorre la storia recente dell’integrazione europea, che ha portato al mercato e alla moneta unica. Liberismo e finanza sono stati i pilastri di un progetto europeo che ha dimenticato i problemi della convergenza tra le economie, di come governare i mercati, di come procedere con l’integrazione politica e mettere un po’ di democrazia nella costruzione europea. Il risultato è stata la paralisi dell’Europa di fronte alla crisi del debito pubblico (e privato) apertasi nel 2010 con le difficoltà della Grecia ed estesasi via via a Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e altri paesi. Per l’insistenza della Germania, l’Unione è oggi dominata da politiche di austerità che rischiano di portare l’Europa a una nuova grande depressione.

La traiettoria italiana è al centro del secondo capitolo. Un declino fatto di perdita di capacità produttiva, minore e peggiore occupazione, salari più bassi. Siamo stati protagonisti del “miracolo” di far diminuire per dieci anni la produttività del lavoro: non era mai successo in un paese moderno. Facciamo sparire i capitali dalle imprese, ignoriamo la ricerca e l’innovazione. In mercati più aperti, cerchiamo di essere competitivi con i paesi emergenti abbassando i salari e rendendo precario il lavoro. Vincolati dal cambio dell’euro, importiamo di più ed esportiamo di meno, e finanziamo il deficit corrente con afflussi di capitali che ci rendono ancora più fragili. In questo modo – ed è un altro “miracolo” – la politica e l’economia italiana hanno fatto crescere i profitti e le rendite più che in Europa. Redditi e ricchezza si sono concentrati nelle mani di uno su dieci, come mostra il terzo capitolo. Il reddito di uno dei 38 mila “straricchi” (lo 0,1% più ricco del paese) vale oggi quello di cento poveri che rientrano nel 10% più basso nella distribuzione. E la ricchezza di uno dei dieci più ricchi d’Italia vale quanto quella di trecentomila tra i più poveri. Nove su dieci sono invece i “perdenti”, divisi in mille modi – tra uomini e donne, tra vecchi e giovani, tra italiani e immigrati, tra Nord e Sud – ma uniti dall’impoverimento e dalla caduta delle prospettive. I modi in cui questo è avvenuto sono molti e complessi: passano per i cambiamenti nelle tecnologie e nella globalizzazione, per le “riforme” del mercato del lavoro che hanno portato a salari più bassi e più precarietà, per l’indebolimento dei sindacati e per i tagli nelle politiche di redistribuzione. Come è potuto succedere tutto questo? Togliere ai poveri per dare ai ricchi, rendere il lavoro più debole e il capitale più forte è da trent’anni l’orizzonte del liberismo, e nell’Italia del berlusconismo (ma anche dei governi di centro-sinistra) questi sono stati i risultati.

Per un’economia fragile come la nostra, lasciar fare ai mercati ha voluto dire innescare un circolo vizioso dopo l’altro. Capitali che non investono, settori avanzati che scompaiono insieme ai “buoni” posti di lavoro, produttività che cade quando si diffonde il lavoro precario pagato poco, la crescita che scompare. Sul fronte estero, una competitività in discesa, i conti in rosso e un potere crescente di grandi imprese straniere e finanza globale. Nei conti pubblici, l’ossessione di ridurre le imposte e la tolleranza per un’evasione fiscale record (con un condono dietro l’altro) hanno portato a nuovi deficit e a maggior debito pubblico; con l’emergenza del 2011 si sono imposte politiche di austerità che richiedono nuove strette fiscali e aggravano la recessione. In questo, il governo “tecnico” di Mario Monti non si discosta dalle traiettorie delle politiche economiche passate. In questi anni abbiamo visto – in Italia e in Europa – un ulteriore “miracolo”: una politica che tutela i privilegi di pochi – uno su dieci – ma riesce ad avere abbastanza consenso da vincere le elezioni, anche nel mezzo di crisi e recessione, spostando l’Europa ancora più a destra. E’ il blocco sociale della depressione, che si irrigidisce nel liberismo più ideologico, alimenta nazionalismi e razzismi, minaccia di lacerare l’Europa come negli anni trenta.

Ci meritiamo un altro futuro: evitare una grande depressione, costruire un benessere sostenibile, avere un’economia più giusta. Il quarto capitolo propone questa via d’uscita, partendo dalle proposte, esperienze e pratiche che si sono moltiplicate in Italia e in Europa. Serve una nuova politica, un blocco sociale che unisca i nove su dieci, un progetto alternativo di egemonia, un programma di politiche che facciano cambiare strada all’economia.

per info novesudieci@gmail.com

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2 commenti per “Nove su dieci”

  1. Daniele scrive:

    Prof mandaci il libro! (Gratis ovviamente)
    I tuoi ex studenti di Urbino (che rientrano nel 10% più poveretto)
    Claudia e Daniele

    PS: abbiamo apprezzato il Suo intervento di lunedì scorso a “L’infedele”.

  2. Paolo scrive:

    Caro Professore,
    l’ho ascoltata a fahrenight, la domanda da parte liberista o se preferisce neoliberista è:

    Noi vorremmo una presenza dello stato in economia non superiore al 20% ora ci troviamo sopra al 50%.
    Perché afferma che il fallimento a cui ci troviamo di fronte è quello del neoliberismo e non quello dello statalismo?

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