Infrastrutture per chi?

International Rivers ha presentato il rapporto “Infrastructure for Whom?” che «Sfida l’approccio top-down ai progetti infrastrutturali promossi dalla Banca mondiale ed al potente gruppo dei 20, e presenta una via migliore». L’Ong sottolinea che «L’accesso all’acqua pulita e all’elettricità è essenziale per una vita sana e produttiva. Eppure, i progetti infrastrutturali top-down del passato hanno lasciato più di un miliardo di poveri al buio. Nella Repubblica democratica del Congo, i donatori hanno speso miliardi di dollari per dighe e linee di trasmissione nel sito di Inga. I progetti servono le energivore società minerarie, mentre il 94% della popolazione non ha accesso all’elettricità».

Nel novembre 2011, la Banca Mondiale (Wb) e il G20 hanno approvato nuove strategie per il settore delle infrastrutture che propongono di concentrare i finanziamenti pubblici su grandi progetti pubblici e privati, ma il rapporto “Infrastructure for Whom?” contrappone a questo approccio tradizionale allo sviluppo delle infrastrutture «Soluzioni “bottom-up” che rispondono direttamente alle necessità dei poveri. Tali soluzioni possono estendere l’accesso all’acqua e all’energia per i poveri, rafforzare la resilienza al cambiamento climatico, ridurre l’impatto sociale e ambientale dei progetti e rafforzare il controllo democratico su servizi pubblici essenziali». Bisognerebbe capire se questa sia davvero anche la politica infrastrutturale della Banca mondiale e del G20.

International Rivers invita il G20 riunito in Messico ad «Accogliere un approccio nuovo e più promettente per il settore delle infrastrutture», ma avverte che «I prestiti per le infrastrutture sono tornati ad essere il core business della Banca Mondiale», mentre il neo-presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, che entrerà in carica a luglio, dovrebbe «sostituire l’approccio top-down alle infrastrutture con una strategia che dia priorità alle necessità dei poveri».

I finanziamenti di G20 e Wb invece si concentrano su progetti di grandi dimensioni con la partecipazione dei privati, in grado di trasformare intere regioni. Il nuovo rapporto evidenzia che «La maggior parte poveri delle zone rurali vivono vicino a fonti locali di energia rinnovabile e di acqua e non alla rete di distribuzione elettrica e a sistemi di irrigazione centralizzati», quindi «I progetti decentrati che rispondono direttamente alle esigenze delle persone povere sono più efficaci a promuovere la crescita economica su larga scala e la riduzione della povertà, rispetto ai mega-progetti centralizzati. I progetti su piccola scala di energia ed idrici possono anche rafforzare la resilienza climatica, ridurre l’impatto sociale e ambientale del settore delle infrastrutture e rafforzare il controllo democratico su servizi pubblici essenziali».

International Rivers spera nel nuovo p residente della Wb Kim, che ha svolto un lavoro pionieristico nel settore della sanità pubblica, lavorando direttamente con le comunità povere, e gli ha inviato una copia del suo rapporto, invitandolo «A dare, nella sua agenda delle infrastrutture, la priorità alle esigenze delle comunità povere».

L’esempio da evitare secondo l’Ong è quello di Grand Inga, il più grande “schema” idroelettrico del mondo, proposto per il fiume Congo, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), uno dei Paesi più politicamente instabile e corrotti dell’Africa, ma anche quello forse più ricco di risorse. La gigantesca diga fa parte di un vastissimo progetto della comunità economica internazionale per sviluppare una rete elettrica in tutta l’Africa, che dovrebbe stimolare lo sviluppo economico e industriale del continente. Ma il costo previsto è di 80 miliardi di dollari e, come fa rilevare International Rivers, «Crescono le preoccupazioni che le compagnie straniere otterranno enormi benefici economici da questo mega-progetto, distogliendo l’attenzione lontano dalle esigenze di sviluppo della maggioranza povera dell’Africa».

In programma c’è anche la realizzazione di Inga 3 (3500 MW) per esportare energia in Sudafrica e in altri Paesi limitrofi e per attrarre in Rdc industrie ad alta intensità energetica. Si tratta di una specie di neocolonialismo “a richiesta”, non a caso Inga 3 è stato dichiarato progetto prioritario dei presidenti del Sudafrica e della Rdc.

Scarica il Rapporto di International Rivers

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