In ricordo di Pino Ferraris

Ho conosciuto Pino Ferraris intorno alla metà degli anni novanta. Ci incontrammo a Napoli, a un convegno in preparazione di una marcia Perugia-Assisi che si sarebbe tenuta la settimana successiva. Si parlava in quell’occasione di economia solidale e di mutualismo; il tema della marcia riguardava “l’economia di giustizia”. Da quel momento la nostra frequentazione fu assidua. Prima entrò a far parte del comitato scientifico di Lunaria, poi lo coinvolgemmo in tutte le nostre attività: la pubblicazione di libri e ricerche, le iniziative pubbliche, le riviste, la campagna Sbilanciamoci!, le collaborazioni con “Lo Straniero” e le Edizioni dell’Asino. Pino Ferraris partecipava anche agli appuntamenti che a noi stessi sembravano più noiosi (le assemblee statutarie di Lunaria, le riunioni organizzative…), e in ogni occasione, puntualmente, sapeva tirar fuori un germe di pensiero originale, uno spunto di riflessione che sarebbe rimasto per noi argomento di discussione nei giorni successivi, una provocazione teorica sulla quale aveva magari rimuginato nelle settimane precedenti. Conoscevo il suo trascorso politico: dirigente socialista a Biella, poi del Psiup a Torino negli anni sessanta, allievo di Vittorio Foa (e con lui, per pochi mesi, condirettore del “Manifesto” alla fine di quel decennio), tra i promotori della nascita del Pdup e successivamente di Democrazia proletaria. In tutto questo tempo, prima, durante e dopo le delusioni della politica di quegli anni, non ha mai abbandonato una costante attività di studio e di ricerca sul lavoro e il movimento operaio.

Negli anni novanta stava appunto avviandosi alla conclusione la sua carriera “accademica” (dal 1977 al 1999) all’Università di Camerino (un impegno che per Pino Ferraris fu sempre tangenziale rispetto alla sua passione politica e intellettuale): aveva così più tempo libero per interessarsi a questo strano mondo che ci girava intorno, quello del volontariato e del terzo settore, dei movimenti sociali, dell’associazionismo, dei tanti giovani che si dedicavano alla solidarietà. Per lui, che veniva dalla militanza sindacale e politica, dal lavoro come baricentro di tutta la sua azione sociale e culturale, si trattava della scoperta di un orizzonte nuovo, al cui interno, però, ritrovava e articolava le sue passioni di sempre: il mutualismo associazionistico, il “far da sè solidale”, il partire “dal basso”, come gli – e ci – aveva insegnato Osvaldo Gnocchi Viani. Ritrovava in queste esperienze (ovviamente in quelle migliori, minoritarie rispetto a tutto il resto) alcune delle idee sulle quali aveva costruito negli anni un percorso politico-culturale originale, quello del socialismo umanitario e confederale, alternativo sia all’ortodossia comunista sia allo statalismo socialdemocratico.

Pino Ferraris veniva improvvisamente in ufficio da noi a Roma (a via Salaria prima, a via Buonarroti poi), dove nel corso degli anni ci sono state le sedi dell’Associazione per la pace, del Consorzio Italiano di Solidarietà e di Lunaria, degli Asini, di Sbilanciamoci!: si sedeva davanti alla mia scrivania per un’ora e più – io dovevo abbandonare qualsiasi cosa stessi facendo, anche la più urgente – e ci mettevamo a chiacchierare: lo provocavo intenzionalmente per tirargli fuori idee e pensieri con lo scopo di imparare, sapendo che mi avrebbe folgorato con qualche illuminazione. Ero consapevole che il tempo trascorso insieme valeva più di qualsiasi urgenza organizzativa. Senza queste chiacchierate alcuni dei miei libri non li avrei mai scritti. Mi riferisco soprattutto a Le ambiguità degli aiuti manitari, Le utopie del ben fare, Come fare politica senza entrare in un partito. Per non parlare di tutte le fotocopie, i suoi libretti introvabili, i fogli, i documenti che mi diede nella sua casa di via Turati (ironia della sorte…), molto torinese-operaia, dall’androne agli scaloni del palazzo, al suo appartamento sobrio e severo, piemontese appunto, tappezzato di scaffali ricolmi di libri. Libri, testimonianze, materiali, che furono essenziali per la scrittura del primo capitolo de Le utopie del ben fare, in cui si parla del mutualismo e dell’associazionismo operaio dal 1848 al 1924. Gli feci leggere e rileggere quel capitolo, come si fa per le tesi di laurea con i professori universitari. Le sue Lezioni di Campinas (scritte nel 1992), in particolare, sono state – e rimangono, per me e per molti altri – una preziosissima fonte di ispirazione. Si tratta di saggi che sono stati ripresi nell’ultimo libro da lui pubblicato per le Edizioni dell’Asino, Ieri e domani, che contiene i suoi contributi principali sui temi del mutualismo e del movimento operaio del primo Novecento.

Era difficile far scrivere Pino Ferraris: ogni suo scritto era frutto di lunghe riflessioni, di profonde letture, di lunghi confronti con gli altri. Era puntiglioso e severo con se stesso, nella stesura e nella rilettura. E Ieri e domani è stato una specie di dono che ci ha fatto prima di lasciarci. Questo libro non è tanto il lavoro di un erudito filologo, o di uno storico di professione, quanto quello di un intellettuale e di un militante che rintraccia nella ricca e troppo spesso sottaciuta esperienza storica del mutualismo operaio e del socialismo umanitario fondamentali elementi di emancipazione. Il passato e il futuro (questo doveva essere inizialmente il titolo del libro) lo interessavano molto, mentre rifiutava il presente – l’ideologia del presente – come dimensione di asservimento culturale e di resa sociale e politica. Provocatoriamente ricordava come nella rifondazione di un pensiero e di una pratica socialista nuova fosse necassario riscoprire la modernità dell’opera politica e sociale di due figure vissute a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo: Osvaldo Gnocchi Viani (fondatore del Partito operaio italiano, dell’Umanitaria di Milano e della prima Camera del lavoro) in Italia ed Emile Vandervelde (fondatore del Partito operaio belga) in Belgio. Due esempi altissimi di un “altro socialismo”, orizzontale, confederale, associativo, democratico.

In quegli anni novanta – dopo la sua attiva e difficile, minoritaria, militanza politica e sindacale (dalla Cgil al Psi, dal Psiup al “Manifesto”, dal Pdup a Dp) – Pino Ferraris coniugava la sua immutata (magari amareggiata) passione politica con una ricerca intellettuale e una vocazione pedagogica che lo facevano avvicinare ai nostri gruppi del terzo settore, ai giovani che ci frequentavano, ammirando con un po’ di meraviglia tutti noi. E in particolare Goffredo Fofi, che con il suo lavoro di animatore e organizzatore culturale e sociale riusciva a radunare intorno a sè e alle sue imprese culturali frotte di giovani. Proprio nella seconda metà degli anni novanta, a trent’anni di distanza da quando si conobbero per la prima volta, riuscii a fare incontrare nuovamente Pino Ferraris e Goffredo Fofi (l’occasione fu un libro di Colin Ward sul welfare per cui avevo scritto l’introduzione, nel 1996). L’incontro con Fofi consentì a Ferraris di conoscere e apprezzare il lavoro che si svolgeva intorno a “Lo Straniero”, che negli anni a seguire lui stesso avrebbe definito come una delle riviste più importanti e stimolati di questi tempi.

Era politicamente e intellettualmente curioso, alla ricerca del nuovo. Non soltanto un educatore politico, ma anche – seguendo l’insegnamento di Gnocchi Viani – disponibile a essere educato: dagli operai, dagli attivisti sociali, dai giovani. Per questo, nel dicembre scorso, si sobbarcò un viaggio fino a Scampia per parlare del “sociale al tempo della crisi” con i giovani attivisti e volontari delle organizzazioni locali. Dopo la scoperta negli anni novanta del terzo settore, nei primi anni del 2000 (grazie anche agli stimoli di suo figlio Sergio) aveva capito l’importanza del movimento ecologista in Europa: studiava quello che succedeva in Francia con Europe Écologie, seguiva gli interventi di Cohn Bendit e si documentava sui principali temi delle sfide ambientali contemporanee. Pensava veramente che l’ecologia potesse rappresentare il nuovo paradigma dello sviluppo, dell’economia e della politica. Naturalmente continuava a occuparsi dei temi del lavoro e delle sue trasformazioni, e anche dei drammi che si consumavano intorno ad esso: importantissimo per documentazione e comprensione piscologica e sociale è stato un suo saggio sui suicidi nelle fabbriche francesi all’inizio del decennio scorso – i primi, tragici effetti della crisi – apparso sulla rivista “Inchiesta” nel marzo 2010.

Pino Ferraris era un eretico e un minoritario nella sinistra e nel sindacato, un irregolare (come Panzieri) del socialismo italiano; nel ‘68 aveva visto una sorta di “eresia libertaria” (è il titolo di un suo libro, pubblicato nel 1999) di cui aveva ammirato la capacità di scardinamento e di messa in discussione non solo dei dogmi del neocapitalismo italiano, ma anche della politica paludata della sinistra. E proprio la politica continuava a essere la sua passione principale. Tuttavia raramente, negli ultimi venti anni, si fece trascinare in iniziative politiche attive: un’eccezione – dovuta alla compagnia di amici come Luigi Ferrajoli e Paul Ginsborg – fu il tentativo (fallito) di convincere nel 2009 le diverse frange della sinistra a formare una lista unica per le elezioni europee. Ma la sua passione era soprattutto legata al dibattito culturale, alla provocazione intellettuale, a una ricerca teorica che percorresse le strade di una diversa politica di cui, peraltro, non vedeva nessun segno nei gruppi della sinistra italiana contemporanea. La sua disamina era feroce e impietosa. Mi criticò per la mia prudenza quando iniziai la prefazione al mio Come fare politica senza entrare in un partito (tra l’altro, un testo duro con la politica) scrivendo: “Questo non è un libro contro i partiti”. Mi disse: “Dovevi iniziare invece con ‘Questo è un libro contro i partiti!’”. Erano temi sui quali rifletteva da lungo tempo, e che si erano condensati nei suoi Saggi su Roberto Michels (pubblicati nel 1993), un autore a lui estremamente caro, che aveva saputo cogliere meglio e prima di tanti altri la deriva oligarchica, militare, affaristica e burocratica dei partiti. La sociologia del partito politico nella democrazia moderna di Michels (nonchè La politica come professione di Weber) aveva prefigurato con grande lucidità e lungimiranza il destino del partito politico moderno.

Per lui i partiti erano sostanzialmente perduti. Bisognava ripartire dal sociale: “La sinistra o è sociale o non è” ripeteva, e questo è del resto il titolo del suo saggio raccolto in Dopo la politica, pubblicato dalle Edizioni dell’Asino nel 2008. Occorreva anche, urgente, una riforma radicale della democrazia e della politica. Per questo negli ultimi anni si interrogava sulle riflessioni di autori quali Rosanvallon, Crouch, Krippendorff, Farneti e sulle diagnosi della crisi dei partiti politici affidata da Katz e Mair al paradigma del partito cartello. Si interrogava anche sui modi concreti e pratici per scardinare la deriva oligarchica della politica contemporanea, proponendo correttivi che avrebbero potuto incrinare il perdurante conservatorismo politico: la pratica dei sorteggi nella scelta dei rappresentanti, l’incompatibilità tra cariche politiche e cariche istituzionali, il vincolo dei mandati, e così via. La politica andava fatta “dal basso” e anche per questo era contrario a quell’idea paternalistica e “dall’alto” di una politica che la sinistra italiana – tra avanguardie e rivoluzionari di professione – aveva in qualche modo condiviso – magari discutendole criticamente – con la teoria delle élites politiche di Mosca e Pareto (di qui, la sua critica a Gramsci). Per Pino Ferraris valeva quanto scritto da Gnocchi Viani nello Statuto dell’Umanitaria: “Lo scopo dell’istituzione è quello di mettere i diseredati in condizione di rilevarsi da sè medesimi”. Era questo lo scopo della politica e anche per questo mi rimproverò, in uno dei nostri ultimi incontri, l’idea dell’organizzazione (che di élites, capi e comandanti ha sempre bisogno), alla quale contrapponeva invece l’idea, orizzontale e democratica, di “associazione”.

E poi, di recente, ricordava come “l’esempio” fosse un punto dirimente per una politica credibile: i comportamenti, gli atti, gli stili di vita, l’etica delle persone erano più importanti delle parole e dei proclami. Questo valeva anche per lui, che per la radicale coerenza della sua vita e delle sue scelte pagò significativi prezzi nella “carriera politica”, rinunciando a facili prebende e ricompense (candidature, posti da parlamentare…). Per Pino Ferraris vale quello che Alessandro Manzoni dice di Federigo Borromeo ne I promessi sposi: “La vita è il paragone delle parole”. E la vita di Pino Ferraris – una vita ricca, piena, coraggiosa, curiosa – è stata senza dubbio un esempio di come coniugare la passione, l’impegno, la ricerca con la coerenza e la dignità. Non solo la sua di dignità, ma anche quella di coloro ai quali Pino Ferraris ha dedicato tutta la sua vita e il suo impegno politico e intellettuale: i lavoratori, i diseredati, gli ultimi.

Articolo tratto dal n°9 della rivista Gli Asini

 

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1 commento per “In ricordo di Pino Ferraris”

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