Il lavoro in Italia. Dal precariato alla riforma Fornero

E’ in uscita il nostro nuovo “Sbilibro”, Il lavoro in Italia. Dal precariato alla riforma Fornero. Curato da Matteo Lucchese e Guglielmo Ragozzino, raccoglie interventi di economisti e ricercatori per un lavoro più dignitoso, con meno precarietà e più sicurezza. Lo presentiamo pubblicando l’intervista di Loris Campetti al segretario della Fiom, Maurizio Landini.

A chi in Cgil dice che grazie alle battaglie sindacali si è raggiunto un buon compromesso sull’art. 18 e dunque tutti dovrebbero essere contenti, in molti in Fiom rispondono: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, ora vorremmo essere liberi di decidere se essere o non essere contenti». Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil, per esempio, non è contento, anzi è piuttosto incazzato. Il giudizio di Maurizio Landini è molto negativo, sia sull’art. 18 – «di fatto cancellato» – che sugli ammortizzatori sociali. Per non parlare della precarietà «che con questo disegno di legge rischia addirittura di aggravarsi. Siamo il paese più precario d’Europa». Insomma, un disastro dentro una crisi globale a cui il liberismo perdente ma imperante sta rispondendo con ricette che invece di guarire l’ammalato lo ammazzano. Basti pensare che il Fondo monetario internazionale è preoccupato che nel 2050 la vita degli umani possa allungarsi di tre anni, ipotesi valutata «troppo rischiosa».

Landini, quanta quota di pil e quanti punti di spread vale la sterilizzazione dell’art. 18?

L’unica riduzione garantita da questa non-riforma, qualora venisse varata dal Parlamento senza radicali modifiche, sarebbe la riduzione dei diritti e la totale svalorizzazione del lavoro, ridotto a pura merce. Non aumenterà i posti di lavoro ma li diminuirà, non ridurrà la precarietà ma l’accrescerà e riduce la tutela degli ammortizzatori sociali. Un modo disastroso di rispondere alla crisi, così come disastrosa è stata la riforma delle pensioni. Siamo di fronte a un intervento sul mercato del lavoro in cui i sacrifici di chi lavora vengono presentati come necessari per sostenere i più deboli, i precari. Invece, non una delle 46 forme contrattuali presistenti è stata mandata in soffitta. Aggiungi che i contratti a termine vengono ulteriormente liberalizzati, grazie all’introduzione da parte del governo Monti del trattamento speciale riservato ai lavoratori «svantaggiati» affittati dalle agenzie interinali alle aziende con uno sconto del 20% sulle tabelle contrattuali.

Come valuti le modifiche degli ammortizzatori sociali?

Le giudico male, perché ancora una volta è negata la loro estensione universale. A fronte della cancellazione della mobilità si introduce l’Aspi, un sostegno ridotto nel valore e nella durata da cui sono esclusi i lavoratori intermittenti, tranne chi ha la fortuna di aver lavorato almeno 52 settimane in due anni. E si riduce la tutela oggi garantita dalla cassa integrazione, interamente cancellata nei casi di fallimento e chiusura.

Ma il problema dei problemi si chiama ancora art. 18.

La modifica che si vorrebbe attuare è grave e, per noi della Fiom, inaccettabile. Lo sbandierato recupero del «reintegro» non è che un miraggio, per noi deve restare un diritto: un licenziamento ingiusto non può essere semplicemente risarcito come avverrebbe nel 99% dei casi se il testo venisse varato così com’è dal parlamento. Si peggiorerebbe addirittura la condizione di chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti e la dichiarazione delle motivazioni economiche dei licenziamenti collettivi da parte dell’impresa non sarebbe più obbligatoria. Salterebbe persino l’indennità. Per tutte queste ragioni i metalmeccanici hanno scioperato e la Fiom è convinta che la lotta debba continuare. Serve un grande impegno per riunificare i soggetti colpiti dalla crisi: lavoratori dipendenti, precari, giovani, pensionati. Va in questa direzione l’appello che la Fiom ha lanciato ai delegati e alle delegate, ai giovani, ai precari, ai disoccupati e agli inoccupati per l’assemblea aperta che si è tenuta sabato prossimo a Bologna, a Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore.

Peccato che la Cgil si muova su un’altra lunghezza d’onda.

Ne parleremo al direttivo confederale del 19, dove io ripeterò quel che sto dicendo a te. Sul mercato del lavoro e la precarietà i giudizi della Fiom e della Cgil collimano. Diversa è la posizione sull’art. 18. Ci batteremo per strappare modifiche sostanziali, come chiedono tutti i nostri operai che in questi giorni hanno scioperato e continuano a scioperare in difesa dello Statuto dei lavoratori. Aggiungo che il sindacato deve aprirsi al mondo della precarietà e della disoccupazione e il modo più efficace è la conquista, in discussione anche in Europa, di un reddito di cittadinanza per tutelare chi non lavora o si trova in un limbo occupazionale che potrebbe rapidamente trasformarsi in un inferno. Il senso dell’assemblea di sabato è la riunificazione dei diritti contro le fasulle divisioni tra presunti garantiti e non garantiti. Bisogna creare investimenti finalizzati a una ripresa dell’occupazione nella direzione di un diverso modello di sviluppo e di mobilità che siano socialmente ed economicamente compatibili.

In Europa non si discute solo di reddito di cittadinanza ma anche di come imbrigliare il diritto di sciopero. Sulla base della relazione fatta da Monti per Barroso (nota come Monti-2), Strasburgo potrebbe far arretrare di mezzo secolo quel che resta del modello sociale europeo.

Servirebbe una risposta sindacale europea all’altezza dello scontro, che al momento non si vede. Da noi è chiaro a tutti che Monti obbedisce in tutto e per tutto alla lettera della Bce con il taglio alle pensioni, al welfare e ai diritti. Sbaglia chi definisce tecnico questo governo che vuole ridurre il lavoro a merce. Al contrario, si dovrebbero tassare le rendite, introdurre la patrimoniale, investire su uno sviluppo e una mobilità basate sul buon lavoro e il rispetto ambientale.

La Fiat chiude l’unica fabbrica italiana di autobus e vola all’estero. Marchionne investe ovunque, persino in Argentina, tranne che in Italia.

La Fiat è in fuga. Importa in Italia dagli Stati uniti un modello di relazioni sindacali e sociali corporativo ed esporta ricerche, investimenti, stabilimenti e lavoro. E il «tecnico» Monti che fa? applaude al diritto delle imprese a fare quel che vogliono e a produrre dove conviene loro di più. Questo processo va avanti in un vuoto di democrazia, con gli operai che non possono più scegliersi i delegati né votare gli accordi e i contratti che riguardano la loro vita e il loro lavoro, mentre Marchionne chiude le porte di Pomigliano a chi ha la tessera Fiom e quelle di Melfi ai tre lavoratori di cui il giudice ha ordinato il reintegro. Per questo la mobilitazione deve continuare. La Cgil ha indetto un pacchetto di ore di sciopero e una mobilitazione a cui la Fiom parteciperà con i suoi contenuti, quei contenuti che sono stati votati all’unanimità dal Comitato centrale.

All’assemblea di Bologna hai annunciato nuove iniziative nei territori insieme ai precari, agli studenti, ai movimenti. Come pensate di articolare questo confronto?

La strada imboccata dal cosiddetto governo tecnico non solo non avvia un superamento della precarietà ma la istituzionalizza, a costo di rimettere in discussione leggi in vigore dal 1966 e lo stesso Statuto dei lavoratori. A Bologna abbiamo detto con chiarezza che si devono riunificare gli obiettivi e le battaglie finalizzate a garantire, e se mai dovesse passare questa «riforma» del mercato del lavoro a riconquistare, i diritti e le libertà sindacali e dei singoli. Intendiamo avviare un’offensiva in difesa della democrazia per restituire ai lavoratori il diritto di votare sugli accordi e sui contratti e di eleggere liberamente i propri rappresentanti. In ogni territorio porteremo avanti il confronto con tutti i soggetti sociali che vi agiscono, e con singole persone, precari o intellettuali che siano che sentono il bisogno di una vera riforma del mercato del lavoro. Poi abbiamo deciso una una giornata nazionale di mobilitazione per il 20 maggio che è l’anniversario dello Statuto dei lavoratori, nato appunto il 20 maggio del 1970. Sarà una giornata di lotta per i diritti e contro la precarietà.

Quali caratteristiche dovrebbe avere la riforma che ritenete necessaria?

Al primo posto c’è l’estensione dei diritti, delle tutele e degli ammortizzatori sociali a tutti, lavoratori regolari, a prescindere dalla dimensione della loro azienda, e precari. La retribuzione, l’orario di lavoro, la sicurezza devono essere le stesse per tutti quelli che svolgono la medesima mansione, che siano a tempo determinato, a termine, in affitto e via precarizzando. Il governo Monti non ha fatto una riforma ma soltanto dei tagli. L’unica cosa che avrebbero dovuto tagliare – le 46 forme contrattuali ereditate dai governi precedenti – è rimasta identica. Addirittura si vogliono facilitare i licenziamenti e consentire ai padroni di cavarsela con un contributo economico. Io continuo a pensare che se un giudice dichiara illegittimo un licenziamento, quella vittima di un’ingiustizia dev’essere rimessa al suo posto di lavoro e non risarcita con qualche mensilità. Infine la Fiom ritiene che anche in Italia, come in molti paesi europei, vada introdotto un reddito di cittadinanza. Sono obiettivi, questi, che meritano attenzione e un impegno straordinario da parte della Cgil. Io continuo a pensare che sarebbe giusto utilizzare le ore di mobilitazione annunciate dalla mia confederazione per promuovere uno sciopero generale nazionale. In ogni caso la Fiom non accetterà mai la cosiddetta riforma Monti-Fornero se dovesse passare in parlamento così com’è stata proposta dal governo. E siccome anche il governo tecnico avrà una sua fine, qualunque governo arriverà dopo Monti dovrà fare i conti con la determinazione della Fiom.

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