Forum nazionale per la pace

Alcune settimane fa, uno dei più acuti sociologi viventi, Immanuel Wallerstein, ha scritto a proposito di Occupy Wall Street (movimento ancora oggi in ottima salute, anche se i media non se ne occupano), che la Primavera araba, gli Indignados e Occupy non avranno ottenuto tutto quello che avevano sperato, ma «sono riusciti a cambiare il dibattito mondiale, spingendolo lontano dai mantra ideologici del neoliberismo, su questioni come la disuguaglianza, l’ingiustizia e la decolonizzazione. Per la prima volta da molto tempo, persone comuni hanno cominciato a discutere la natura del sistema in cui vivono». Che non vedono più come naturale o inevitabile.

Lo dimostrano anche le vicende di Food Not Bombs (Fnb), la grande rete di pacifisti statunitensi, attiva da molti anni, che ha denunciato i recenti tentativi di nascondere l’aumento delle persone che soffrono la fame a causa della crisi con il divieto di distribuire cibo in pubblico. In realtà, spiegano i pacifisti, a preoccupare le autorità è la capacità di Fnb di avvicinare persone in strada, con il rischio di nuove occupazioni, e di fare informazione sulle spese militari in crescita, mentre quelle sociali crollano. Quello che si muove nella società degli Stati uniti fa pensare a quanto anche in Italia ci sia bisogno di informazione su questi temi. Basti pensare alla pubblicazione del nuovo «Rapporto del presidente del consiglio sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento» di cui i «grandi» giornali si sono guardati bene dal segnalare. Come analizzato da altri, le autorizzazioni all’esportazione di materiale d’armamento, nonostante la crisi, vanno alla grande e superano di poco i 3 miliardi di euro di valore. Per non parlare delle cosiddette «missioni di pace» sparse nel mondo alle quali partecipano le forze armate italiane oppure della follia dell’acquisto dei F35, i cacciabombardieri che costano allo stato italiano una decina di miliardi di euro, alla faccia di precari e pensionati.

Quello delle spese militari in tempi di crisi è soltanto uno degli aspetti intorno al quale un pezzo grande e complesso, non privo di contraddizioni, della società civile italiana ragionerà in occasione del Forum nazionale per la pace promosso da Rete Italiana Disarmo, Sbilanciamoci, Tavola della pace, Tavolo Interventi Civili di Pace, Forum Provinciale di Roma per la pace i diritti e la Solidarietà internazionale, Comitato Cittadino Cooperazione Decentrata di Roma insieme alla Provincia di Roma. Il Forum, piuttosto ambizioso per i temi e per il numero di organizzazioni coinvolte, si svolgerà a Roma presso Porta Futuro (a Testaccio), dall’8 al 10 giugno 2012. Un appuntamento rivolto a tutti i cittadini e alle organizzazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo, dei diritti e della solidarietà internazionale, con obiettivi e linguaggi spesso differenti. L’obiettivo è avviare un momento di confronto profondo tra diverse esperienze, per discutere e interrogarsi su cosa significa in questo momento promuovere una cultura di pace. Un’occasione preziosa anche per associazioni e movimenti romani.

Insomma, cosa vuol dire costruire la pace mentre impazzano tutte le crisi del mondo: finanziaria, sociale, politica, economica, ambientale? E soprattutto qual è il ruolo delle associazioni, dei movimenti e degli enti locali? Cosa significa scegliere la disobbedienza nonviolenta per cambiare la società? Come lavoriamo per la pace nelle nostre città? E ancora: che fine sta facendo la solidarietà internazionale? Su questi temi sono in programma incontri assembleari, lavori di gruppo, testimonianze, ma anche concerti nella vicina Città dell’altra economia. Durante la tre giorni sarà organizzato anche un «villaggio della pace» (all’interno della struttura di Porta Futuro) nel quale le organizzazioni sociali proporranno materiale informativo (le organizzazioni interessate a partecipare possono scrivere a segretariato. forumpace@gmail.com). Tra gli ospiti internazionali sono attesi Vandana Shiva e Johan Galtung. Durante la tre giorni, il più noto centro di ricerca internazionale in materia di conflitti, il Sipri di Stoccolma, presenterà il anteprima in Italia il Rapporto internazionale sulle spese militari nel mondo.

Per preparare questo evento le realtà romane del variegato e frammentato movimento della pace, si sono date appuntamento nel pomeriggio del 18 maggio alla Provincia di Roma, sala delle bandiere, per fare una prima riflessione ed elaborare alcuni punti di lavoro condivisi da portare all’evento di giugno.

Chissà, magari anche questa tre giorni contribuirà, «per la prima volta da molto tempo», a mettere insieme persone comuni e organizzazioni per «discutere la natura del sistema in cui vivono». Un sistema imbevuto di cultura ed ecomomia di guerra.

Qui trovate le informazioni necessarie per partecipare al forum

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3 commenti per “Forum nazionale per la pace”

  1. laura scrive:

    i risultati di questa corsa -guidata da una finanza libera da regole- al riarmo tecnologico, alla privatizzazione dei beni comuni contro l’impoverimento dei più, sono sotto gli occhi di tutti , nell’esperienza quotidiana di questa società, per non parlare di quelle molto lontane

  2. Fucina per la Nonviolenza di Firenze, se. locale del Movimento Nonviolento scrive:

    Un contributo dalla “Fucina per la Nonviolenza” di Firenze
    di Alberto L’Abate e Teresa Barbagli al Forum-Nazionale Pace-Disarmo (Proposte Di Pace) di Roma

    Prima di partire per Roma io e Alberto, fondatore della Fucina, ci siamo sentiti telefonicamente per cercare di capire quale poteva essere, tra le 7 domande proposte dal Forum , quella a cui rispondere ?
    Insieme abbiamo deciso che la prima domanda sul cosa vuol dire oggi costruire la pace ? Mentre la crisi finanziaria,sociale,politica,economica,ambientale e morale impazzano? Era tra tutte le altre quella che dava più spazio al nostro modo di vedere la pace.
    Insieme ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che costruire la pace oggi significa innanzitutto partire dal basso, dal sé, lavorando su noi stessi.
    Nel suo libro ,ancora in fase di conclusione, Alberto scrive che per avere un mondo in cui le guerre siano un ricordo del passato è necessario che l’essere umano cominci a prendere coscienza che la guerra, come l’ingiustizia, non sono fenomeni necessari e naturali, e che, come l’uomo le ha inventate, può anche inventare il loro superamento.
    Personalmente credo nella necessità di un continuo lavoro su di noi perché per costruire la pace c’è bisogno di persone che si dedicano concretamente, in un modo o nell’altro, alla creazione di un mondo più vivibile, che partecipano alla vita del pianeta in cui viviamo attraverso pratiche di consumo responsabile e azioni sensibili, in direzione di uno stile di vita più sano e consapevole. Tutto questo presuppone che si debba partire innanzitutto da noi attraverso un diverso modo di agire e di pensare.
    A questo proposito si rende necessario agire e pensare in modo olistico, il che significa per noi impegnarci concretamente nei confronti dell’ambiente che ci circonda. Pensare in maniera olistica significa riconoscere che nel mondo tutto è collegato. Il paradigma olistico è un gioco circolare di conoscenza: conoscere se stessi rappresenta la chiave per la conoscenza della grande vita di cui siamo parte integrante. La coscienza globale di sé si riflette nella coscienza globale del pianeta, per cambiare la coscienza del mondo dobbiamo iniziare a cambiare la coscienza di noi stessi.
    Estratto da ” La Pedagogia degli Oppressi” di Paulo Freire : “Il vero aiuto da dare all’uomo consiste nell’aiutarlo ad aiutare se stesso, nel farlo agente del suo stesso recupero, nel collocarlo in una posizione critica di fronte ai suoi problemi.”
    Alberto sostiene che solo attraverso un processo di coscientizzazione,di presa di coscienza dei conflitti,anche di quelli latenti si può avviare un processo di trasformazione della realtà nel senso desiderato.
    Ma il problema dei movimenti che desiderano una società più pacifica , un’economia etica,
    uno sviluppo ecosostenibile ,un’umanità più consapevole, è quello della loro frammentazione :
    essi sono divisi in miriadi di associazioni che – pur con finalità simili – si muovono in modo disorganico e con un basso livello di comunicazione e sinergia collettiva, perdendo così rilevanza sociale e politica, e riducendo il potere di influire sul futuro planetario.
    Dal capitolo sul “ Che fare?” L’Abate, (prendendo spunto da una frase di Alex Langer: ” Contro la guerra cambia la vita”) dice che: “…. i movimenti che lottano contro la guerra, quelli che si occupano della difesa dall’ambiente, e per lo sviluppo di forme di economia alternativa, quelli che cercano di aiutare i popoli del terzo mondo ad uscire dalla loro miseria, ma anche dalla loro dipendenza, ed infine i movimenti femminili che operano per migliorare le condizioni di vita delle donne, che sono, spesso, le prime vittime delle guerre e della miseria, comincino a superare il loro settorialismo ed a lavorare insieme, non per dar vita ad una unica struttura organizzativa, che sarebbe un obbrobrio mastodontico e burocratico, ma per cominciare ad accordare i propri obbiettivi e le loro strategie dato che c’è un legame strettissimo tra questi diversi aspetti del vivere sociale.”
    Concludendo questa interessante conversazione tra me e Alberto ci salutiamo ed io penso a Gandhi al suo pensiero che si basa su tre punti fondamentali:
    1 Autodeterminazione dei popoli : Gandhi riteneva fondamentale il fatto che gli indiani potessero decidere come governare il loro paese, perché la miseria nella quale si trovava dipendeva dallo sfruttamento delle risorse da parte dei colonizzatori britannici. 2 Nonviolenza : è necessario precisare che tale precetto non si ferma ad una posizione negativa (non essere causa di male agli altri) ma possiede in sé la carica positiva della benevolenza universale e diventa l’”amore puro” comandato dai sacri testi dell’Induismo, dai Vangeli e dal Corano. La nonviolenza è quindi un imperativo religioso prima che un principio dell’azione politico-sociale . Il Mahatma rifiuta la violenza come strategia di lotta in quanto la violenza suscita solamente altra violenza. La mia non-cooperazione non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con il male,… portato a sistema, non con chi fa il male” 3 Tolleranza religiosa : ”… il mio più intimo desiderio” dice Ghandhi “… è di realizzare la fratellanza … tra tutti gli uomini, indù, musulmani, cristiani, parsi e ebrei”.Gandhi sognava la convivenza pacifica e rispettosa dei tantissimi gruppi etnici e delle diverse professioni religiose presenti in India.
    Da questi tre principi possiamo ribadire ancora una volta l’importanza di una presa di coscienza da parte di tutti, della propria vita e delle proprie decisioni ma ancora di più del proprio potere!Un potere che può diventare” massa critica” se siamo uniti collettivamente nel perseguire i nostri ideali.
    Teresa Barbagli

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