Nessun altro regalo alle banche!

Appello al Parlamento.

Non cambiate la norma sulle commissioni bancarie!

Il decreto “liberalizzazioni” contiene una norma che ha suscitato grandi proteste dei rappresentanti delle banche italiane, fino a condurre alle dimissioni -ora “congelate” – dei vertici dell’Abi.
Si tratta dell’articolo 27-bis, che stabilisce la nullità delle clausole che nei contratti di credito fissano commissioni a carico dei finanziati.

Secondo i banchieri, la norma è ingiusta perché non tiene conto della necessità di remunerare un servizio – il credito appunto – erogato da un’impresa privata, la banca. Ma la funzione di remunerare l’attività del credito è da sempre svolta dal tasso d’interesse, non dalle commissioni.

Tanto è vero che già nella nostra legislazione è previsto che ogni contratto di credito riporti anche il TAEG, il tasso omnicomprensivo di tutte le spese sostenute dal consumatore o dall’impresa per ottenere il prestito, dunque anche delle eventuali commissioni.

La funzione del TAEG è quella di rendere massimamente trasparente il rapporto di credito e di consentire il confronto tra offerte diverse.
Un principio che la Banca d’Italia ha recepito anche nella misurazione dei tassi medi (TEGM) calcolati al fine della determinazione delle soglie oltre quali scatta il reato d’usura.

Purtroppo però nella prassi, sono tanti gli stratagemmi commerciali o contrattuali con cui le banche eludono tale principio, riuscendo così a comunicare un tasso d’interesse niente affatto coerente con l’effettivo costo del finanziamento. Il quale è fortemente condizionato – e aumentato – proprio dalle commissioni “di utilizzo”, “di messa a disposizione”, “di affidamento” e così via che, in vario modo, sostituiscono oggi nei contratti di credito quella “commissione di massimo scoperto” che già vanamente il legislatore ha cercato di rendere nulla.

Le banche sostengono che senza queste commissioni perderebbero circa 10 miliardi di ricavi. Dandoci così indirettamente una stima di quanto valga l’opacità dei contratti bancari (e qui si parla solo di credito)!

Se veramente non possono rinunciare a tali ricavi, che si decidano finalmente ad esplicitare questi costi nel computo del tasso d’interesse, come la normativa già da tempo presuppone ma nella prassi non avviene. Così finalmente chi chiede un finanziamento avrà un’idea precisa di quanto gli costerà e potrà confrontare le diverse offerte fra loro, stimolando una vera concorrenza nel settore bancario.

Va ricordato oltretutto che le nuove modalità di calcolo dei tassi usura, stabilite dal governo Berlusconi nella manovra di agosto, hanno consentito alle banche di raddoppiare i tassi praticati sui mutui, riducendo nel frattempo l’offerta di credito alle attività reali.

L’art. 27-bis del decreto liberalizzazioni introduce finalmente una effettiva trasparenza nel mercato del credito, che si potrà tradurre in minori costi per le famiglie e le imprese che stanno lottando contro la crisi.

L’appello al Parlamento è dunque di non cedere alle forti pressioni esercitate in questi giorni dalla lobby bancaria: non cambiate quella norma.

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