Dove stiamo andando?

Il dibattito che imperversa in questi giorni sulla riforma del mercato del lavoro sembra purtroppo essersi cristallizzato intorno alla questione dell’art. 18 come snodo dirimente, quasi che decidere sul suo mantenimento o abolizione fosse la chiave di volta in grado di risolvere l’intero problema del lavoro e dello sviluppo in Italia.

Ci si concentra su un particolare, perdendo di vista un quadro generale che è ben più complesso e preoccupante. Quello che ci sembra sconcertante in tutta questa discussione è la totale assenza di un riferimento ad una strategia di sviluppo complessiva: nel nostro Paese manca una politica industriale che definisca le linee strategiche su cui vogliamo puntare come sistema paese e orienti gli investimenti in una direzione programmata. Assistiamo a un tira e molla sulla questione dei contratti, senza che il problema dell’occupazione venga però affrontato all’interno di un quadro di rilancio che punti su una politica industriale definita e sulla qualificazione/riqualificazione dei lavoratori.

Questo è tanto più necessario in un contesto di scarsità di risorse, per cui un loro ulteriore frazionamento “casuale” ne vanifica del tutto il possibile impatto: i pochi, purtroppo, investimenti vanno concentrati nei settori ritenuti chiave e che possono fare da volano per il resto dell’economia.

Noi vogliamo poter rispondere alla domanda: dove stiamo andando? Qual è la politica di sviluppo di lungo periodo del nostro paese? C’è bisogno di ridisegnare un’idea di futuro: riflettere sul nostro modello produttivo, ripensarlo, decidere come modificarlo e verso dove orientarlo, ci sembrano questioni non eludibili. Solo all’interno di un quadro generale di questo tipo può svilupparsi una seria riflessione sulle politiche del lavoro.

In assenza di questa riflessione strategica dobbiamo nel frattempo evitare un pericolosissimo scivolamento verso il basso dei diritti: prima la strategia industriale, prima ammortizzatori sociali che garantiscano una piena protezione del lavoratore di qualsiasi tipo e serie politiche attive del lavoro e dopo, solo dopo, l’apertura di una eventuale discussione sull’articolo 18.

Che, peraltro, rischia di essere purtroppo una discussione del tutto sterile, per noi che a quei diritti non abbiamo mai avuto accesso.

Nel 2003 ci era stata promessa le flexsecurity: abbiamo sperimentato la flex ma ancora stiamo aspettando la security. Per questo ci rifiutiamo di essere trascinati nella strumentale discussione che ci contrappone ai cosiddetti “garantiti”: non vogliamo certo che alla nostra precarietà si aggiunga alla loro, con un peggioramento generale verso il basso e lo scivolamento verso la povertà di sempre maggiori fasce di lavoratori.

Rifiutiamo il fatto che questa demolizione venga portata avanti in nostro nome, cercando di far passare il messaggio che vanno abbassate le tutele di altri per aumentare le nostre: non solo sembra infatti che i nostri bisogni siano completamente ignorati da questo governo, ma la nostra precarietà esistenziale che si fa sofferenza di vita quotidiana viene anche penosamente strumentalizzata.

I contratti vanno riformati? Sì, vanno riformati, ma non slittando verso il basso, bensì portando le tutele verso l’alto. E affrontando il tema del salario minimo per evitare forme di vero sfruttamento che continuano a verificarsi in troppi casi.

La riforma che sembra delinearsi in questi giorni non sembra andare in questa direzione: il contratto di apprendistato, su cui si punta per i giovani, è un contratto che per ben tre anni prevede una copertura contributiva quasi nulla, retribuzioni più basse e limitazioni nell’acceso alle indennità, ad esempio non dà diritto all’indennità di malattia e di disoccupazione ordinaria. Sul fronte dell’assicurazione sociale che viene prospettata in sostituzione di altre – tra cui l’indennità una tantum per i co.co.pro – non è chiaro se coprirà solo i contratti precari a tempo determinato o anche i co.co.pro e le altre forme di precariato. Aspettiamo i dati ufficiali per dare un giudizio definitivo: ad ora, non sembra profilarsi un quadro che migliori le tutele, mentre si preme con forza per eliminare diritti, e questo non è accettabile.

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