Dalla parte di Lamezia Terme

Dopo la bomba carta del 26 dicembre, un altro attentato della ‘ndrangheta (questa volta colpi di pistola) contro lo stabile confiscato di via dei Bizantini , gestito da Progetto Sud, dove è ospitata la casa famiglia “Dopo di noi”. La campagna Sbilanciamoci! rinnova la sua solidarietà a Progetto Sud e a Lamezia Terme, dove la scorsa estatate si è svolta la IX edizione del Forum “L’impresa di un’economia diversa”. Il 29 febbraio a Lamezia sarà  “Il giorno che non c’è”, una manifestazione atipica affinché la lotta alla ‘ndrangheta non sia una ricorrenza o una celebrazione, ma la costruzione di un movimento culturale che riesca a smuovere le coscienze dei cittadini, che convinca la gente per bene, insomma, che la ‘ndrangheta è una grave malattia che va sconfitta facendo così prevalere la libertà e la democrazia.

Pubblichiamo di seguito un estratto della lunga intervista a Giacomo Panizza, fondatore della Comunità Progetto Sud, pubblicata sul nuovo numero del bimestrale “Gli asini”

 

Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme

di don Giacomo Panizza

incontro con Nicola Ruganti e Lorenzo Maffucci

In Calabria, dove il reddito pro capite è il più basso d’Italia, l’intervento sociale è avvertito come posto di lavoro. Questo tipo di sociale è un sociale deviato perché, attraverso il consenso, ha accolto il potere al suo interno: ad esempio gli istituti pubblici, la chiesa, la massoneria hanno in mano tutti i ricoveri della psichiatria. Un servizio sociale diventa accreditato dal potere facendo gli affari con gli amici politici, pretendendo delle convenzioni, degli appalti, anche quelli più ridotti, dove sia possibile sfruttare lavori che non richiedono un personale titolato. Questo tipo di terzo settore sta avanzando in una maniera acritica, balorda e indecente. Per farvi capire il livello di gravità sappiate che ci sono stati, in questi anni, degli omicidi di presidenti di cooperative o di consorzi, specialmente nel reggino. La domanda di intervento sociale è aumentata perché i comuni chiedono più assistenza di base, ma non costruzione di buone pratiche o modelli organizzativi che comprendano chi fa assistenza. Infatti la misura di chi fa assistenza è legata all’esito dell’assistenza stessa: ogni convenzione dovrebbe unire la prestazione e il risultato della prestazione, mentre la pratica in uso è soltanto la prestazione in funzione di quanti posti di lavoro si possono ottenere. Proprio per tutti questi motivi, in questi anni mi sono impegnato su un aspetto educativo: cosa può insegnare all’operatore una persona che riceve il servizio? Perché l’operatore ha qualcosa da insegnare a loro, ma loro è possibile che non abbiano niente da far capire? È possibile che le loro richieste siano soltanto quelle suggerite da chi li aiuta? Del resto gli operatori studiano da soli, hanno già la loro scuola.

[…]

Legalità

La parola legalità la utilizzo solo nei momenti gravi. Magari sbaglio, ma la leggo come una parola di difesa, da tirar fuori quando si dice “adesso basta”. Forse avrò la deformazione del prete, ma, pur evitando di vedere le persone ottimisticamente, cerco sempre di portare il lavoro sociale sul terreno dei desideri della vita insieme. La felicità è o insieme o altrimenti che vita è? La legalità la uso solo quando non se ne può fare a meno, con cautela perché da sola offre il fianco al legalismo, mentre mi ritrovo spesso coi giovani a parlare anche di trasgressione. Durante i miei scioperi in fabbrica aveva ragione il padrone, aveva ragione la polizia e avevamo ragione noi: tre ragioni che si scontravano. Di legalità c’è bisogno, ma non riuscirei a concentrarmi esclusivamente su di essa. La legalità è compatibile con tutto il resto delle cose.

La bomba

Durante la notte del 25 dicembre 2011 un ordigno di medio potenziale è stato fatto esplodere a Lamezia Terme, davanti all’ingresso di una palazzina sede di diversi progetti realizzati dalla comunità “Progetto Sud” di don Panizza, in un bene confiscato alla cosca Torcasio.

Nell’ultimo mese si è sperato molto in questo territorio e per fortuna sono stati feriti due adulti e un bambino. Eppure il messaggio è diverso: vogliono farti capire che possono fare tutto. In questo mese in quella zona saranno saltate dodici o tredici bombe, tra cui l’ultima, da noi. Ce l’aspettavamo e lo interpretiamo come un messaggio alla famiglia Torcasio. Avendo il programma di protezione ho sempre alle costole polizia e carabinieri. La bomba è legata al messaggio di questi nuovi. Non si sa chi sta sopravvenendo, potrebbero anche essere i nuovi di un clan, o alcuni di loro che si ribellano ai vecchi, o altri che non ce la fanno più e si fanno aiutare da un gruppo di Reggio o di Vibo, ma il messaggio chiaro è che i Torcasio qui non comandano più. Mettere una bomba a 70 metri da casa significa che non c’è più controllo del territorio. Un territorio controllato è un territorio nel quale non avviene niente, e non vuol dire che è un territorio liberato. Quelli che vengono a mettere le bombe, differentemente da quelli che sparano, sono ancora indietro: sono prezzolati per un’attività, prendono trecento euro, non sono ancora organici. Quelli che sparano sono organici, non possono più uscire; se li catturano, l’avvocato glielo paga il clan. Quelli che vanno a tirare le bottiglie incendiarie o le bombe possono ancora tornare indietro, possono lasciar perdere, ripensarci. L’ho imparato da quelli del gruppo antiracket, e anche dai giovani. C’è una vita interna, con le loro paghette, un mondo che non conoscevo.

 

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Pin on Pinterest0Share on LinkedIn0Email this to someone

Lascia un commento

Sbilanciamoci.org I contenuti di questo sito sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0
Informativa sull'uso dei cookie
// Powered by Botiq.org