Una finta riforma della difesa

La tanto sbandierata riforma della Difesa non comporterà alcun risparmio per lo Stato ma serve solo ad avere mani libere per acquistare più armamenti.

Le comunicazioni del Ministro-Ammiraglio Di Paola alle Commissioni parlamentari sul nuovo Modello di Difesa, su cui si è discusso ieri in Consiglio dei Ministri e che dovrà ora approdare in Parlamento con un Disegno di Legge Delega, è un nuovo gioco di prestigio per fingere un cambiamento di rotta che nei fatti non esiste. In pratica, la montagna ha partorito il classico topolino.

Dopo aver creato ad arte un effetto attesa per una riforma complessiva dello strumento militare e l’impostazione di un Nuovo Modello di Difesa che comportasse decisi risparmi, il Ministro-Ammiraglio Di Paola ha presentato oggi una proposta che di nuovo ha poco o nulla, ma si preannuncia come una operazione di ripulitura con minime sforbiciate in pochi aspetti residuali senza portare un euro reale di risparmio nelle casse dello Stato. Di Paola a in Mezzora

“Dopo la manovra ‘Salva Italia’, che ha chiesto pesanti sacrifici a tutto il Paese con tagli a pensioni, sanità e welfare ci saremmo aspettati un contributo anche dal comparto Difesa, specialmente con la soppressione di inutili e costosi sistemi d’arma come il cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter – commenta Francesco Vignarca coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo – I soldi ricavati (ma non da subito) con il taglio di una parte del personale andranno invece solamente a coprire le maggiori spese previste per l’esercizio (formazione e manutenzione) ed investimento (sistemi d’arma)”.

Il riequilibrio tra i costi del personale (attualmente si arriva quasi al 70%) e le altre voci di spesa militare non si configurerà come un dimagrimento dei fondi che lo Stato spende in questo comparto, sempre e stabilmente oltre i 21 miliardi di euro comprendendo anche soldi non inseriti nel bilancio del Ministero della Difesa. Con un vantaggio automatico e forte per l’industria a produzione militare e un assegno in bianco pronto ogni anno per pagare scelte di acquisizione di sistemi d’arma che una volta fatte vincoleranno il nostro Paese per decenni.

L’esplosione disequilibrata delle spese militari italiane è da tempo denunciata dalla Rete Italiana per il Disarmo che ne ha sottolineato l’ingestibilità e la scarsa efficacia. Alle nostre sollecitazioni spesso si è risposto sminuendo con dati opachi il totale di spesa (per il 2012 quella prevista è di 23,1 miliardi di euro) e difendendo acriticamente una situazione evidentemente problematica. Ora che tali problemi vengono riconosciuti, forse più per obbligo congiunturale che per convinzione profonda, la risposta fornita non entra nella sostanza delle questioni e si declina in un semplice “gioco delle tre carte”.

Viene poi riproposta la solita lamentazione sui pochi fondi a disposizione (ieri il Ministro in conferenza stampa ha parlato dei “soli 90 centesimi” per ogni cento euro di ricchezza contro gli 1,6 del resto d’Europa) ma ancora una volta presentando dati palesemente falsi. Nel conteggio infatti non vengono mai considerati i fondi delle missioni all’estero e quelli messi a disposizione dell’industria militare da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, in questo modo fortemente sottostimando le spese complessive.

Se non volete credere a noi disarmisti almeno credete alla NATO – sottolinea Giorgio Beretta, ricercatore di Rete Disarmo – che in molti documenti ufficiali colloca la spesa militare italiana all’1.4% del PIL e non sotto l’uno percento come ostinatamente ribadisce il Ministero della Difesa ad ogni occasione”.

Già da diversi anni si è tentato di spostare personale militare in altre amministrazioni, senza ottenere nessun risultato. Dare incentivi come ipotizzato nel provvedimento presentato dal Governo configurerebbe una grave forma di disparità rispetto ad altre categorie oggi colpite da tagli e riduzioni. Anche la tempistica proposta conferma la non volontà di intervenire concretamente: il periodo ipotizzato di venti anni completare la riduzione di 30.000 militari sembra a dir poco esagerato se si considera che il congelamento della leva per arrivare all’esercito professionale ha comportato un dimezzamento degli effettivi (oltre 100mila uomini) in meno di 10 anni.

“Con l’ostentata volontà di andare avanti con l’acquisto del cacciabombardiere F-35 ci possiamo addirittura esporre ad un aumento delle spese militari – sottolinea Massimo Paolicelli esperto di questioni militari per Rete Disarmo – in quanto una riduzione così piccola degli aerei che si dovrebb NO F35 JSF ero acquistare (ma con i corposi tagli sugli ordinativi fatti dagli USA) non abbassa la fattura complessiva ed anzi rischia di vedere una crescita del costo unitario”. Con il risultato di acquisire aerei non ancora pronti (per le miriadi di problemi riscontrati nello sviluppo) e non avere alcun risparmio ma al contrario dover gestire per anni il mantenimento ed il supporto ad un nuovo aereo militare senza alcun ritorno reale in termini occupazionali e industriali.

Tutte queste scelte sono poi presentate come già definite e pronte per essere implementate, con decisioni prese nel chiuso degli uffici del Ministero. Una revisione così importante come quella del Modello di Difesa e dello strumento militare dovrebbe invece partire da un ampio dibattito parlamentare e nell’opinione pubblica: prima di fare qualsiasi scelta operativa occorre capire cosa intendiamo per “difesa” e quali sono gli obiettivi da raggiungere. Eppure in Parlamento l’intenzione di discutere c’è, come testimoniano i diversi progetti di legge depositati (sia alla Camera che al Senato) per l’istituzione di una commissione bicamerale che riveda tutto lo strumento militare ed anche la recente votazione unanime di una Risoluzione in Commissione Difesa alla Camera (presentata dall’On. Di Stanislao) sulla necessità di coinvolgere le camere nella discussione e nelle scelte sul nuovo Modello di Difesa.

Una cosa talmente sensata che anche il Ministro-Ammiraglio Di Paola ha rilasciato dichiarazioni positive a riguardo. Salvo poi procedere come suo solito “per via amministrativa” senza deviare dalla propria strada.

In questo senso anche la scelta di una Legge Delega allarma tutto il mondo del disarmo che ben ricorda percorsi simili (che non lasciano per nulla spazio ad un confronto reale ed aperto) anche in altre questioni riguardanti il commercio di armamenti.

La Rete Italiana per il Disarmo è oggi impegnata nella campagna “Taglia le ali alle armi!” contro l’acquisto da parte dell’Italia dei caccia F-35 che sta vedendo molti territori (sia con azioni della società civile che con mozioni degli Enti Locali) mobilitarsi per chiedere al Governo l’uscita dal programma e una vera trasparenza sui numeri che lo riguardano. Le ultime comunicazioni degli ufficiali della Difesa, anche di fronte al parlamento, hanno diffuso dati palesemente errati ed incompleti.

da www.disarmo.org

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