La società civile araba denuncia Bruxelles: “firmati accordi contro i diritti umani”

Appello inviato dall’Arab Ngo Network for Development e firmato al momento da 38 organizzazioni della società civile di tutto il mondo arabo.

Il Consiglio degli affari generali/commercio dell’Unione Europea ha approvato, nella sessione del 14 dicembre, l’avvio della definizione di un “globale e approfondito accordo di libero scambio” (DCFTA) con Egitto, Tunisia, Marocco e Giordania da realizzarsi nel 2012. Ecco la risposta dei rappresentanti delle società civili dei paesi coinvolti, che denunciano: “L’intesa è contraria ai processi di transizione democratica in atto nella regione”.

“Noi, organizzazioni della società civile impegnate per la difesa dei diritti umani e dello sviluppo nella regione araba, vi scriviamo a proposito della strategia dell’Unione Europea per il commercio e gli investimenti nel Mediterraneo del Sud.

Abbiamo ricevuto con preoccupazione l’informazione relativa all’approvazione del mandato della Commissione europea per iniziare negoziati mirati a stabilire ‘accordi di libero scambio approfonditi e globali’ che si estenderebbero fino a includere la protezione degli investimenti, gli appalti pubblici, la politica di concorrenza.

Mentre queste decisioni vengono prese dall’Unione Europea, i popoli di molti paesi arabi, inclusi l’Egitto, la Tunisia, il Marocco e la Giordania, sono scesi in campo per dimostrare il loro rifiuto dei modelli politici, economici e sociali di governo nei loro paesi, con rivoluzioni e mobilitazioni che sono iniziate nel 2010 e proseguono tutt’ora.

Per i popoli dei paesi arabi e per i gruppi della società civile attivi nella regione araba, le rivoluzioni continueranno fino a quando nuovi modelli sociali ed economici renderanno prioritario il diritto dei popoli allo sviluppo e alla giustizia sociale.

In questo contesto, i gruppi della società civile della regione araba hanno già altre volte sottolineato, mentre la situazione economica in paesi come l’Egitto e la Tunisia continuava a peggiorare, che una transizione di lungo termine necessita di una visione per ricostruire un modello sociale ed economico non disegnato dai vecchi regimi, che chiaramente non garantiva i diritti allo sviluppo e i bisogni delle persone, e per effetto del quale si è diffusa povertà, disoccupazione e ingiustizia sociale.

Il sostegno alla crescita economica dovrebbe essere fondato sul sostegno alla scelta dei popoli di rivedere il proprio modello economico, e dovrebbe avere come priorità la capacità produttiva, l’occupazione e i salari.

A questo scopo, le politiche commerciali e di investimento create dai vecchi regimi devono essere riviste per essere messe al servizio di una visione di sviluppo, e non della concentrazione di potere nelle mani di pochi.

Tuttavia, l’Ue continua invece a spingere per una agenda del commercio e degli investimenti che ha dimostrato di non essere utile ai bisogni di sviluppo dei paesi partner e che potrebbe, se confermata e approfondita, distruggere le transizioni democratiche in corso.

Ciò include l’agenda negoziale per la liberalizzazione del commercio dei servizi che è già cominciata, così come l’inizio dei negoziati nell’area degli investimenti, degli appalti pubblici e della competizione.

E’ importante notare che la proposta per un accordo di libero commercio approfondito e globale con i paesi del Mediterraneo del Sud non è nuovo, e non è dunque pensato per rispondere ai bisogni economici e sociali di questi paesi in questa specifica fase.

E infatti questa proposta fu avanzata dalla Commissione europea in un documento intitolato “ENP – Accordi di pieno libero scambio come percorso verso la Comunità economica di vicinato (NEC)” già nell’anno 2007.

Anche allora, i gruppi della società civile avevano criticato questa proposta perché non fondata sui diritti, sia in termini di sviluppo che d’impatto negativo potenziale sullo spazio politico, così come per la non aderenza ai contesti politici ed economici e alle priorità dei paesi arabi, e infine per la mancanza di meccanismi di partnership.

Dunque non si può parlare di un nuovo approccio alla regione, bensì di una mera ripresentazione di vecchie proposte che in passato hanno incontrato una significativa opposizione.

In più, la proposta di includere i negoziati sugli investimenti, gli appalti pubblici e la politica di competizione nei processi multilaterali dell’Organizzazione mondiale per il commercio trova contrari i paesi in via di sviluppo, sia i governi che la società civile.

In questo contesto, le nostre organizzazioni fanno appello ai parlamentari europei affinché considerino le seguenti preoccupazioni:

– i negoziati per qualunque nuovo accordo su commercio e investimenti non devono essere intrapresi prima dell’entrata in vigore delle nuove Costituzioni che nei paesi arabi testimoniano la transizione, e prima che siano definiti i modelli di sviluppo per questi paesi, con priorità ai diritti economici e sociali dei popoli. E’ essenziale per i processi democratici e di sviluppo nel Mediterraneo del Sud ristabilire politiche di commercio e di investimenti in linea con i livelli di sviluppo raggiunti dai partner dei paesi arabi, e dunque pensati e gestiti per servire i rivisti paradigmi di sviluppo voluti dai popoli della regione araba;

– qualsiasi passo che ignori questo approccio deve essere considerato come una reazione contraria alle transizioni democratiche e avrebbe un impatto negativo nello spazio politico che i cittadini di questi paesi hanno ristabilito attraverso le loro rivoluzioni e continue mobilitazioni;

– è urgente fermare l’approccio ‘business as usual’ del commercio e degli investimenti, ridefinire queste politiche e gli strumenti per sostenere uno sviluppo e una politica economica alimentati a livello nazionale. Ciò necessita di una piena valutazione – basata sui diritti umani e sullo sviluppo – dei risultati degli accordi esistenti e di qualsiasi accordo futuro. Come segnalato dallo Special rapporteur delle Nazioni Unite sul diritto al cibo ‘la valutazione di impatto sui diritti umani può aiutare i governi a determinare se nuovi o esistenti accordi su commercio e investimenti mineranno i loro obblighi per i diritti umani. Assicurare coerenza tra gli impegni per i diritti umani e gli accordi su commercio e investimenti è essenziale allo stadio della negoziazione di questi accordi. Altrimenti, a causa dei meccanismi rafforzati di imposizione nei regimi del commercio e degli investimenti, gli impegni vincolanti sui diritti umani rischiano di essere messi da parte quando nasce un conflitto’.

Mentre l’Ue sta iniziando la fase di definizione di un quadro, con l’obiettivo di monitorare la prontezza dei paesi a iniziare i negoziati su ‘accordi di libero scambio approfonditi e globali’ e mentre il Parlamento ha chiesto alla Commissione di includere i criteri di eleggibilità ‘More and More’ come parte del processo di preparazione ai negoziati, è imperativo sottolineare l’importanza di includere una piena valutazione delle implicazioni sui diritti umani e sullo sviluppo prima che qualsiasi negoziato vada avanti.

Questo si applica anche al Marocco e alla Giordania, dove nuovi negoziati non dovrebbero iniziare senza serie valutazioni dell’impatto su diritti umani e sviluppo degli accordi esistenti, con un processo partecipativo che coinvolga seriamente gli attori sociali e i diversi settori della società civile.

Mentre i paesi arabi stanno cercando di riscrivere le loro Costituzioni e i loro piani di sviluppo, stanno anche affrontando le loro capacità regolatorie per servire gli interessi pubblici e per riparare le violazioni ai diritti economici e sociali dei cittadini prodotte dai precedenti regimi, così come lo sfruttamento delle risorse nazionali e i sistemi economici.

Fino a quando la Commissione europea non farà un passo in avanti nel processo richiesto dal Parlamento europeo, iniziare negoziati su accordi di investimento nei paesi arabi avrà gravi e negative implicazioni sugli spazi politici di questi paesi.

In più, la protezione degli spazi di politica per lo sviluppo dei paesi coinvolti in questi accordi non può essere raggiunto e garantito attraverso la sola inclusione negli accordi del capitolo sullo sviluppo sostenibile o di clausole riferite ai diritti umani e alle responsabilità sociali e ambientali.

E’ infine importante notare che i quattro paesi coinvolti nel nuovo mandato della Commissione europea sono parte di un più largo progetto commerciale chiamato la ‘Area di libero commercio panarabo’, che riguarda il libero commercio di merci. Inoltre, gli stessi sono anche coinvolti nel processo ‘Sud-Sud Agadir’.

Alla luce di questo contesto, va sottolineato che qualsiasi ulteriore negoziato bilaterale fra questi paesi e l’Ue non dovrebbe ostacolare il processo degli accordi locali, né contraddire o indebolire il processo di realizzazione di accordi regionali sul commercio dei servizi.

Soprattutto, le sottoscritte organizzazioni considerano che il modello di accordi di investimenti proposto dall’UE, finalizzato al solo scopo di fornire la massima protezione incondizionata agli investitori europei e agli investimenti all’estero, porta significative minacce ai processi democratici, alle politiche pubbliche e all’interesse pubblico, e non è uno strumento politico a sostegno di uno sviluppo sostenibile, produttivo e generatore di impiego.

www.osservatorioiraq.it

13 febbraio 2012

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