Democrazia al lavoro

SCARICA IL SUPPLEMENTO   “Democrazia al lavoro”, a cura della redazione de il manifesto  e di  Sbilanciamoci!

La scelta della campagna Sbilanciamoci di mettere al centro delle proposte e delle mobilitazioni in questi ultimi quattro anni di grave crisi le questioni del lavoro e dei diritti si collega naturalmente con la prospettiva irrinunciabile della costruzione di un modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale, sulla qualità sociale, sull’equità. Il lavoro è parte del nuovo modello di sviluppo ed è parte della risposta a questa crisi. Mentre l’opzione neoliberista si accanisce ancora sulla deriva antidemocratica e antisociale della deregolazione del lavoro – della sua dignità, dei suoi diritti – la prospettiva che può unire la mobilitazione dei movimenti sociali e l’impegno della Fiom e della Cgil è da una parte la difesa di quel che resta del diritto e della democrazia nel lavoro e dall’altra la costruzione di una dimensione nuova del lavoro dentro un modello di sviluppo dove produzioni e consumi devono essere radicalmente trasformati.

Difendere il lavoro – qui e ora: i posti di lavoro, ma anche i diritti e la democrazia nelle fabbriche e ovunque – significa impegnarsi anche per dare un senso a una prospettiva nuova al modello economico e al sistema industriale del nostro paese dove il futuro non è quello dell’automobile, ma della mobilità sostenibile; non è quello delle produzioni belliche e degli F35, ma delle energie rinnovabili; non è quello delle «grandi opere», ma delle tante piccole opere di cui ha bisogno il nostro paese: la messa in sicurezza delle scuole, la riqualificazione delle periferie, il riassetto idrogeologico del territorio.

È la crisi a chiedercelo: una «via d’uscita» con un modello di sviluppo diverso, una politica industriale nuova, un’economia di giustizia con al centro il lavoro, i diritti, l’equità. E la questione della democrazia non è una delle questioni, ma «la questione».

E questo perché neoliberismo, mercati e oligarchie finanziarie, poteri forti, imprenditori, manager d’assalto (come Marchionne) e governi tecnici ne prescindono e anzi fondano proprio sulla sua assenza il successo delle loro politiche e ricette. Proprio la riduzione degli spazi democratici ha creato le condizioni di politiche antipopolari e di massacro sociale.

Ed è questo uno dei principali problemi che investono l’Europa: il radicale deficit di democrazia che permette a qualche capo di governo e di stato di prendere decisioni– sbagliate – sulla testa di centinaia di milioni di persone e di imporre politiche restrittive, antisociali, recessive, fondate sulla deregolazione dei diritti e dei fondamenti minimi di quel modello di coesione sociale che nel bene e nel male una parte dell’Europa ha conosciuto nel secondo dopoguerra.

Ci sono tre questioni che si legano indissolubilmente; la difesa dei diritti del lavoro nelle fabbriche, la lotta alla precarietà e alle nuove forme di schiavismo nei luoghi di lavoro, il contrasto all’esclusione dal lavoro di intere categorie sociali, come i giovani e le donne. Ecco perché la campagna Sbilanciamoci nelle sue «contromanovre» ha segnalato la necessità di mettere in campo (con 15 miliardi di euro da trovare con la riduzione delle spese militari e la tassazione dei patrimoni e delle rendite finanziarie) una serie di interventi volti a: a) trasformare in rapporti di lavoro a tempo indeterminato 250mila posti di lavoro atipici; b) garantire adeguati ammortizzatori sociali a tutti i collaboratori a progetto e a collaborazione coordinata e continuativa, al pari dei lavoratori dipendenti, c) promuovere un piano straordinarioper l’occupazione ad almeno 200mila giovani nel campo delle energie rinnovabili, della mobilità sostenibile e del welfare.

È chiaro che tutto questo deve essere fatto non a prescindere, ma a partire dalla difesa del lavoro, dei suoi diritti e della democrazia in fabbrica, alla Fiat e ovunque.

La ricetta neoliberista è: libertà di licenziare, più precarietà, meno diritti. La nostra è diametralmente opposta. Nella consapevolezza che la «democrazia al lavoro» parte dalla difesa dei diritti acquisiti ed è nel contempo quella di un nuovo quadro di lavori, produzioni e consumi che sappiano confrontarsi con un mondo che cambia e che ha bisogno di un’economia diversa, dove la sostenibilità ambientale, la qualità sociale e l’equità siano le coordinate di un nuovo modello sociale. Ecco perché la manifestazione della Fiom rappresenta un’importante tappa della costruzione di un’alleanza tra sindacato, società civile e movimenti sociali per un’uscita dalla crisi dalla parte della democrazia; perché il lavoro – un lavoro dignitoso e fondato sui diritti – è l’essenza della democrazia.

 

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