Il clima non aspetta

Durban e la Conferenza Onu sul clima dello scorso dicembre (COP17) ci raccontano la storia di una crisi. Una crisi climatica, che sempre più sta assumendo i contorni della tragedia per gli eventi estremi che colpiscono zone anche lontane tra loro, dalle imprevedibili alluvioni in Thailandia alla siccità nel Corno d’Africa per arrivare ai problemi nostrani in Liguria o in Sicilia alcuni mesi fa. Ma anche una crisi di sistema e quindi istituzionale, dove la sfiducia globale, conseguenza dei disastri di un’economia ed una finanza senza controllo, si sta ripercuotendo nelle arene multilaterali.

I miseri risultati ottenuti dalla COP17 si ottengono pochi giorni prima dell’altro fallimento annunciato, e in questo caso per fortuna accaduto, quello dei negoziati di Doha dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), in corso a Ginevra dal 15 al 17 dicembre scorso.

Leggere il dato di realtà ci impone però di evitare facili demagogie. Se il ridimensionamento della Wto è auspicabile se non attivamente ricercato dai movimenti, lo stesso non dovrebbe essere per le Conferenze delle Parti che, nella loro lentezza ed a volte inconcludenza rappresentano l’unico spazio multilaterale dotato di adeguati expertise, fondi e credibilità internazionale per affrontare un tema così complesso e globale come il cambiamento climatico. Che ovviamente non si può affrontare solo con approcci “top-down”, e che quindi richiede la mobilitazione di intelligenze e competenze a livello locale, territoriale e di movimenti, ma che non prescinde dalle relazioni internazionali, non fosse altro perché regole applicate in modo unilaterale o parziale rischiano in questo campo di essere poco efficaci. Con il “carbon leakage”, ed il conseguente spostamento delle attività produttive inquinanti in altre parti del mondo (grazie alla mobilità di capitali ed investimenti) una molecola di CO2 non più emessa in un Paese andrebbe a essere rilasciata in un “paradiso ambientale”, con alcun beneficio per nessuno. Durban quindi ci racconta come, non tanto la Conferenza in sé, quanto buona parte dei Governi che l’hanno partecipata siano stati “incapaci di futuro” e senza reale capacità di leadership, come dimostrano i reali risultati di un tanto decantato “successo”.

Un secondo periodo di impegni sotto Kyoto, ancora generico e da definire. Un accordo globale entro il 2020 che comprenda tutti i massimi inquinatori, dove però non si esplicita la potenzialità vincolante delle regole che ci saranno. Un Green Fund per adattamento e mitigazione ancora di là dall’essere specificato, mentre fioccano le denunce, come quelle del Bangladesh, che parlano di impegni disattesi da parte dei Paesi industrializzati già sul Fondo da 30 miliardi di dollari deciso a Copenhagen per il periodo 2010 – 2012.

Ed il clima non aspetta, come ci spiega oramai da anni la Comunità scientifica internazionale per bocca dell’IPCC, il Panel Intergovernativo di scienziati che sostanzia con ricerche serie e dati concreti la lotta al cambiamento climatico, che ci ricorda come per mantenere la temperatura media al di sotto dei 2°C rispetto alla media preindustriale (limite che già porterà innumerevoli problemi) bisognerebbe raggiungere il picco di emissioni al più tardi nel 2015. Obiettivo non solo difficile da ottenere, ma addirittura utopistico, visti i risultati dei negoziati globali e visti i tassi di crescita dei Paesi più inquinanti, che hanno scelto di non cambiare modello di sviluppo. Come se non bastasse il Canada nel dicembre scorso ha scelto di abbandonare il Protocollo di Kyoto, con una scelta tanto irresponsabile quanto sono gli interessi economici che stanno dietro allo sfruttamento delle sue sabbie bituminose nell’Alberta, che darà indipendenza energetica ad Ottawa a spese del pianeta.

Nel prossimo giugno si terrà a Rio de Janeiro il ventesimo anniversario dell’Earth Summit del 1992. “Rio +20” sarà un’occasione per le industrie di entrare nel business della green economy, ma potrebbe essere l’occasione per la società civile di ripensarsi e ripensare ad un nuovo concetto di sostenibilità. Fatto di sovranità alimentare, indipendenza energetica dalle fonti fossili, tutela dei diritti umani e dell’ambiente, economie locali ed ecologiche. Una sfida che chiede un intervento a più livelli, capace di condizionare l’agenda dei Governi, ma anche di praticare la transizione a livello territoriale, con il contributo della società civile e degli enti locali. La lotta al cambiamento climatico, scomparsa dalle pagine dei giornali per colpa dei debiti sovrani, rimane sostanziale e prioritaria. Rischia di essere il primo vero default globale che ci troveremo ad affrontare da qui a poco.

Alberto Zoratti

Fair

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