LA LEZIONE DI MIRAFIORI

di Giulio Marcon
Portavoce di Sbilanciamoci!

Quando due anni fa più di 200 attivisti delle oltre 40 organizzazioni aderenti a Sbilanciamoci si ritrovarono a Mirafiori con i sindacalisti della Fiom per discutere delle prospettive di un nuovo modello di sviluppo, la crisi non era ancora scoppiata, ma la consapevolezza della necessità di unire la difesa del lavoro e dei diritti e un cambiamento di rotta del modello di produzioni e consumi era ormai una convinzione di tutti. Si trattava dell’annuale appuntamento della “controcernobbio” -alternativo al meeting di manager e finanzieri dello Studio Ambrosetti sul Lago di Como- ospitato alla Cascina Roccafranca e costruito anche insieme alla Fiom per ragionare sulle alternative alle politiche neoliberiste. E proprio in quell’occasione la Fiom aveva coinvolto i sindacalisti metallurgici di paesi come il Brasile, la Polonia, la Serbia e la Turchia dove la Fiat -come ci avevano raccontato fin nei dettagli- aveva da tempo imposto condizioni di lavoro lesive delle persone e dei loro diritti e anche -come evidenziato dalla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale- effetti devastanti sulle comunità locali. Si poneva -come ormai da vent’anni- la necessità di una “globalizzazione dal basso” capace di unificare lotte, diritti, condizioni materiali di vita di fronte al predominio di un’impresa globalizzata rapace e senza scrupoli. Stava per concludersi allora l’atteggiamento ancora cauto e dialogante (alimentato dagli aiuti assistenziali di Stato) di un Marchionne benvoluto anche a sinistra e si stava per inaugurare -finiti gli aiuti e iniziata la crisi- la “fase due” con un attacco frontale al sindacato e “l’americanizzazione” delle relazioni industriali e della mission produttiva del gruppo.

Dopo poco più di due anni il dibattito premonitore di allora -con lo scoppio della crisi e la nuova strategia aggressiva della FIAT- ritorna in tutta la sua drammatica urgenza: come unire la difesa del lavoro e dei lavoratori -dei loro diritti e delle condizioni materiali di vita- con la necessità di una radicale trasformazione delle produzioni e dei consumi, cioè del modello di sviluppo. Una strada difficilissima, eppure, proprio nel cammino di questi mesi gli operai e la fabbrica non solo hanno riconquistato una nuova centralità politica e sociale, ma hanno incontrato l’alleanza di movimenti vecchi e nuovi e l’attenzione di una parte di quella società civile organizzata ed impegnata per i diritti, la solidarietà, l’ambiente, la pace. La straordinaria mobilitazione degli studenti -grazie al lavoro di questi anni di organizzazioni come Link, la Rete degli Studenti, l’Unione degli Universitari, la Rete della conoscenza – parla la stessa lingua di quella degli operai: contro la precarizzazione, la riduzione a pedine del mercato, il furto del futuro e del lavoro.

Nel corso di questi anni il lavoro, l’economia, la lotta alle disguaglianze sono tornate nell’agenda del lavoro di molte organizzazioni della società civile e le proposte si sono fatte specifiche e puntuali. Come nel caso di Sbilanciamoci che anche nell’ultima “controfinanziaria” ha messo al centro della sua iniziativa -con una serie di proposte concrete- la questione dello spostamento della ricchezza complessiva dai profitti ai redditi, dalle rendite al lavoro attraverso una politica fiscale redistributiva ed egualitaria (con l’introduzione di una tassa patrimoniale e innalzando quella sulle rendite) e con politiche sociali non compassionevoli e residuali (come quelle dei bonus bebè e dei bonus famiglia), ma effettivamente capaci di dare protezione ed inclusione per tutti e di fare del lavoro un “bene comune”, da difendere -sempre e comunque- contro lo sfruttamento e la mercificazione dei diritti.
 
L’iniziativa della società civile e dei dei movimenti ha nel contempo incontrato e stimolato il sindacato su una riflessione comune che riguarda il modello economico con il quale si dovrebbe uscire da questa crisi. Il “modello Marchionne” non solo è vessatorio, ma è rivolto al passato, oltre che alla difesa degli interessi economici e finanziari a breve termine dell’impresa e dei suoi azionisti. Il “modello economico dell’automobile” del dopoguerra-come è stato già per la siderurgia ed in parte per la chimica- è destinato ad esaurirsi. La sfida è quella della riconversione ecologica e sociale di quel modello e più in generale dell’economia -una riconversione fondata sulla sostenibilità, la qualità ed i diritti- che è del tutto assente dalla visione di Marchionne come da quella del governo italiano. Eppure, è proprio la riconversione ecologica e sociale che dovrebbe guidare una politica economica ed industriale alternativa a quella del passato e con cui uscire dalla crisi: meno automobili private (ma ecologicamente efficienti) e più mobilità sostenibile, meno energia da fonti fossili e più energie rinnovabili, meno “grandi opere” e più quelle piccole opere che sono alla base di una infrastrutturazione sociale diffusa del paese. Su questo la Legambiente ed il WWF, dentro e fuori la campagna Sbilanciamoci, hanno avanzato proposte, indicazioni concrete, altermative possibili e hanno ricercato il dialogo con il movimento dei lavoratori.
 
Sappiamo che la FIAT va purtroppo in tutt’altra direzione. E mentre a Mirafiori si produrranno SUV da vendere negli Stati Uniti, dovremo importare dalla Germania e da altri paesi non solo le automobili meno inquinanti e più sostenibili che usiamo nelle nostre città, ma anche quei pannelli fotovoltaici che non riusciamo a produrre da noi e che potrebbero essere -ad esempio- un terreno possibile di riconversione (anche per la FIAT) di fronte ad un mercato inevitabilmente in espansione, mentre quello automobilistico -in crisi da sovraproduzione- è condannato ad una scontata ulteriore contrazione.
 
Investire in questa direzione sarebbe necessario: servirebbe una politica pubblica che non c’è, una capacità di innovazione e una responsabilità sociale dell’impresa che non è mai esistita, un uso virtuoso e non assistenziale della spesa pubblica per sostenere un altro modello di sviluppo. E’ su questo che la Fiom, Sbilanciamoci (che negli ultimi mesi ha aderito alle iniziative del sindacato metalmeccanico) e le tante associazioni -che hanno costituito in queste settimane un tavolo di confronto -devono continuare a lavorare insieme sull’idea di un nuovo modello di produzioni e consumi che tengano insieme la sostenibilità e la qualità dello sviluppo, la dignità del lavoro e i diritti delle persone: un welfare realmente universalistico ed inclusivo. E su questo terreno che innovazione, ambiente, politica economica e giustizia sociale possono produrre un ciclo virtuoso ed è proprio su questa sfida che si può rafforzare e sviluppare l’alleanza sempre più necessaria tra sindacato, movimenti sociali e società civile organizzata.
 

di Giulio Marcon
Portavoce di Sbilanciamoci!

Quando due anni fa più di 200 attivisti delle oltre 40 organizzazioni aderenti a Sbilanciamoci si ritrovarono a Mirafiori con i sindacalisti della Fiom per discutere delle prospettive di un nuovo modello di sviluppo, la crisi non era ancora scoppiata, ma la consapevolezza della necessità di unire la difesa del lavoro e dei diritti e un cambiamento di rotta del modello di produzioni e consumi era ormai una convinzione di tutti. Si trattava dell’annuale appuntamento della “controcernobbio” -alternativo al meeting di manager e finanzieri dello Studio Ambrosetti sul Lago di Como- ospitato alla Cascina Roccafranca e costruito anche insieme alla Fiom per ragionare sulle alternative alle politiche neoliberiste. E proprio in quell’occasione la Fiom aveva coinvolto i sindacalisti metallurgici di paesi come il Brasile, la Polonia, la Serbia e la Turchia dove la Fiat -come ci avevano raccontato fin nei dettagli- aveva da tempo imposto condizioni di lavoro lesive delle persone e dei loro diritti e anche -come evidenziato dalla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale- effetti devastanti sulle comunità locali. Si poneva -come ormai da vent’anni- la necessità di una “globalizzazione dal basso” capace di unificare lotte, diritti, condizioni materiali di vita di fronte al predominio di un’impresa globalizzata rapace e senza scrupoli. Stava per concludersi allora l’atteggiamento ancora cauto e dialogante (alimentato dagli aiuti assistenziali di Stato) di un Marchionne benvoluto anche a sinistra e si stava per inaugurare -finiti gli aiuti e iniziata la crisi- la “fase due” con un attacco frontale al sindacato e “l’americanizzazione” delle relazioni industriali e della mission produttiva del gruppo.

Dopo poco più di due anni il dibattito premonitore di allora -con lo scoppio della crisi e la nuova strategia aggressiva della FIAT- ritorna in tutta la sua drammatica urgenza: come unire la difesa del lavoro e dei lavoratori -dei loro diritti e delle condizioni materiali di vita- con la necessità di una radicale trasformazione delle produzioni e dei consumi, cioè del modello di sviluppo. Una strada difficilissima, eppure, proprio nel cammino di questi mesi gli operai e la fabbrica non solo hanno riconquistato una nuova centralità politica e sociale, ma hanno incontrato l’alleanza di movimenti vecchi e nuovi e l’attenzione di una parte di quella società civile organizzata ed impegnata per i diritti, la solidarietà, l’ambiente, la pace. La straordinaria mobilitazione degli studenti -grazie al lavoro di questi anni di organizzazioni come Link, la Rete degli Studenti, l’Unione degli Universitari, la Rete della conoscenza – parla la stessa lingua di quella degli operai: contro la precarizzazione, la riduzione a pedine del mercato, il furto del futuro e del lavoro.

Nel corso di questi anni il lavoro, l’economia, la lotta alle disguaglianze sono tornate nell’agenda del lavoro di molte organizzazioni della società civile e le proposte si sono fatte specifiche e puntuali. Come nel caso di Sbilanciamoci che anche nell’ultima “controfinanziaria” ha messo al centro della sua iniziativa -con una serie di proposte concrete- la questione dello spostamento della ricchezza complessiva dai profitti ai redditi, dalle rendite al lavoro attraverso una politica fiscale redistributiva ed egualitaria (con l’introduzione di una tassa patrimoniale e innalzando quella sulle rendite) e con politiche sociali non compassionevoli e residuali (come quelle dei bonus bebè e dei bonus famiglia), ma effettivamente capaci di dare protezione ed inclusione per tutti e di fare del lavoro un “bene comune”, da difendere -sempre e comunque- contro lo sfruttamento e la mercificazione dei diritti.
 
L’iniziativa della società civile e dei dei movimenti ha nel contempo incontrato e stimolato il sindacato su una riflessione comune che riguarda il modello economico con il quale si dovrebbe uscire da questa crisi. Il “modello Marchionne” non solo è vessatorio, ma è rivolto al passato, oltre che alla difesa degli interessi economici e finanziari a breve termine dell’impresa e dei suoi azionisti. Il “modello economico dell’automobile” del dopoguerra-come è stato già per la siderurgia ed in parte per la chimica- è destinato ad esaurirsi. La sfida è quella della riconversione ecologica e sociale di quel modello e più in generale dell’economia -una riconversione fondata sulla sostenibilità, la qualità ed i diritti- che è del tutto assente dalla visione di Marchionne come da quella del governo italiano. Eppure, è proprio la riconversione ecologica e sociale che dovrebbe guidare una politica economica ed industriale alternativa a quella del passato e con cui uscire dalla crisi: meno automobili private (ma ecologicamente efficienti) e più mobilità sostenibile, meno energia da fonti fossili e più energie rinnovabili, meno “grandi opere” e più quelle piccole opere che sono alla base di una infrastrutturazione sociale diffusa del paese. Su questo la Legambiente ed il WWF, dentro e fuori la campagna Sbilanciamoci, hanno avanzato proposte, indicazioni concrete, altermative possibili e hanno ricercato il dialogo con il movimento dei lavoratori.
 
Sappiamo che la FIAT va purtroppo in tutt’altra direzione. E mentre a Mirafiori si produrranno SUV da vendere negli Stati Uniti, dovremo importare dalla Germania e da altri paesi non solo le automobili meno inquinanti e più sostenibili che usiamo nelle nostre città, ma anche quei pannelli fotovoltaici che non riusciamo a produrre da noi e che potrebbero essere -ad esempio- un terreno possibile di riconversione (anche per la FIAT) di fronte ad un mercato inevitabilmente in espansione, mentre quello automobilistico -in crisi da sovraproduzione- è condannato ad una scontata ulteriore contrazione.
 
Investire in questa direzione sarebbe necessario: servirebbe una politica pubblica che non c’è, una capacità di innovazione e una responsabilità sociale dell’impresa che non è mai esistita, un uso virtuoso e non assistenziale della spesa pubblica per sostenere un altro modello di sviluppo. E’ su questo che la Fiom, Sbilanciamoci (che negli ultimi mesi ha aderito alle iniziative del sindacato metalmeccanico) e le tante associazioni -che hanno costituito in queste settimane un tavolo di confronto -devono continuare a lavorare insieme sull’idea di un nuovo modello di produzioni e consumi che tengano insieme la sostenibilità e la qualità dello sviluppo, la dignità del lavoro e i diritti delle persone: un welfare realmente universalistico ed inclusivo. E su questo terreno che innovazione, ambiente, politica economica e giustizia sociale possono produrre un ciclo virtuoso ed è proprio su questa sfida che si può rafforzare e sviluppare l’alleanza sempre più necessaria tra sindacato, movimenti sociali e società civile organizzata.
 
di Giulio Marcon

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