Il Primo Maggio ai tempi della crisi

Il persistente calo dell’occupazione e l’allargamento della disoccupazione caratterizzano il mercato del lavoro italiano nel corso del 2009. Con il protrarsi della crisi le condizioni del mercato del lavoro sono andate deteriorandosi. I dati Istat per il 2009 mostrano un peggioramento degli indicatori a 360 gradi: rispetto al 2008 diminuiscono il tasso di attività e il tasso di occupazione, mentre la disoccupazione e l’inattività aumentano. Anche in riferimento al genere gli indicatori vedono nel nostro Paese una situazione drammatica: il tasso di occupazione femminile è pari al 47,2%, superiore solo a quello registrato a Malta e inferiore di ben 12,2 punti percentuali a quello dei paesi UE-25, , mentre per gli uomini la differenza si assottiglia notevolmente e arriva a circa 3 punti percentuali. Notevole anche la differenza fra i tassi di attività maschile e femminile, che si attesta complessivamente al 22,8% ma con un’elevata variabilità a livello regionale, che divide nettamente il Nord e il Mezzogiorno del Paese, con divari molto elevati nelle regioni meridionali e attenuati nel Centro Nord.

IL PRIMO MAGGIO AI TEMPI DELLA CRISI
Precarietà, disoccupazione, disuguaglianza, povertà: i numeri di Sbilanciamoci!
 
 
 
Il persistente calo dell’occupazione e l’allargamento della disoccupazione caratterizzano il mercato del lavoro italiano nel corso del 2009. Con il protrarsi della crisi le condizioni del mercato del lavoro sono andate deteriorandosi. I dati Istat per il 2009 mostrano un peggioramento degli indicatori a 360 gradi: rispetto al 2008 diminuiscono il tasso di attività e il tasso di occupazione, mentre la disoccupazione e l’inattività aumentano. Anche in riferimento al genere gli indicatori vedono nel nostro Paese una situazione drammatica: il tasso di occupazione femminile è pari al 47,2%, superiore solo a quello registrato a Malta e inferiore di ben 12,2 punti percentuali a quello dei paesi UE-25, mentre per gli uomini la differenza si assottiglia notevolmente e arriva a circa 3 punti percentuali. Notevole anche la differenza fra i tassi di attività maschile e femminile, che si attesta complessivamente al 22,8% ma con un’elevata variabilità a livello regionale, che divide nettamente il Nord e il Mezzogiorno del Paese, con divari molto elevati nelle regioni meridionali e attenuati nel Centro Nord.
 
Ma non sono solo i dati sul mercato del lavoro a denotare una situazione preoccupante: secondo uno studio UIL[1] nel 2009 vi è stato un aumento complessivo delle ore autorizzate di CIG del 311,4% rispetto al 2008. Complessivamente, nel 2009, sono stati coinvolti dalla cassa integrazione oltre 450 mila unità lavorative che rappresentano il 2,6% dell’occupazione dipendente, con un aumento di 341 mila unità rispetto al 2008. Anche i dati INPS relativi ai beneficiari di indennità di disoccupazione non agricola mostrano livelli elevati: i beneficiari nel periodo gennaio-novembre 2009 sono stati quasi un milione (442.579 con disoccupazione ordinaria e 510.551 con requisiti ridotti), mentre sono 115.993 i lavoratori in mobilità.[2]
Nell’ottica di definire e monitorare la qualità del contesto economico e sociale, Sbilanciamoci! Ha costruito un indicatore sintetico che restituisca un quadro sulle condizioni lavorative e di redistribuzione del reddito delle regioni italiane. Questo indicatore fa parte del set utilizzato nella costruzione del QUARS, e considera 4 dimensioni che rivestono un ruolo particolarmente importante per la qualità dello sviluppo in un territorio: precarietà del lavoro, disoccupazione, povertà e disuguaglianza. Sono quattro variabili strettamente connesse al contesto economico regionale e che descrivono efficacemente situazioni di esclusione sociale.
Per quanto riguarda la precarietà del lavoro, questa viene misurata attraverso un indice sintetico elaborato da Sbilanciamoci! composto dai dati relativi al lavoro irregolare, ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa e ai lavoratori interinali. L’indice di precarietà di Sbilanciamoci! è costruito in maniera molto semplice: parte dalla somma di tutti i contratti di collaborazione a progetto e coordinata e continuativa, di tutti gli interinali e di tutte le unità di lavoro in nero (non si può parlare di lavoratori perché ogni lavoratore può avere più contratti co.pro., oppure più lavori in nero), somma che viene poi rapportata alla grandezza della forza lavoro delle regione, ovvero del numero di persone che partecipano al mercato del lavoro. Tra le diverse componenti dell’indice di precarietà quella che pesa di più sul risultato finale è sempre il lavoro irregolare. Questo è un effetto voluto perché si ritiene il lavoro nero la fonte principale di non rispetto dei diritti del lavoro e di precarizzazione dei diritti dei lavoratori. Con riferimento proprio alla presenza del lavoro sommerso nel nostro paese, le più recenti stime prodotte dall’Istat riferite all’anno 2009 indicano in circa 2 milioni e 966 mila le unità di lavoro che risultano non regolari, mentre il tasso di irregolarità (unità di lavoro irregolari in rapporto al totale delle unità di lavoro) si attesta all’11,8%. Da una lettura dei dati a livello regionale emergono chiaramente i divari territoriali, con regioni come Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino-Alto Adige che presentano tassi al di sotto del 9% e regioni come la Calabria in cui la quota di lavoro irregolare è superiore al 27%.
 
 
Tabella 1. Tasso di irregolarità delle unità di lavoro per regione. Anno 2007
 

Regione

Tasso di irregolarità – Anno 2007
Piemonte
9,8
Valle d’Aosta
10,5
Lombardia
8,4
Trentino-Alto Adige
8,6
Veneto
8,7
Friuli-Venezia Giulia
10,7
Liguria
12,1
Emilia-Romagna
8,1
Toscana
8,6
Umbria
12,6
Marche
10,1
Lazio
11,0
Abruzzo
11,5
Molise
19,4
Campania
17,3
Puglia
16,9
Basilicata
19,0
Calabria
27,3
Sicilia
18,8
Sardegna
18,8
ITALIA
11,8
Fonte: ISTAT
 
 
Analizzando la classifica delle regioni meno precarie, il primo posto è occupato dal Trentino-Alto Adige. Seguono Valle d’Aosta, Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna, che ricordiamo è anche la regione con il più basso livello di lavoro irregolare. In coda alla classifica relativa alla precarietà si collocano le regioni del Mezzogiorno, con la Calabria come fanalino di coda a quota 31% di lavoro precario. Fra le regioni a più alto livello di precarietà spicca il Lazio, che insieme alla Lombardia è la regione in cui il numero di collaborazioni è più elevato.
 
Il dato sulla disoccupazione si riferisce al numero di persone in cerca di una occupazione rapportato al totale della forza lavoro. La situazione italiana è una situazione di forte dualismo: da un lato si trovano le regioni del Nord e del Centro Italia, che presentano tassi al di sotto della media. Parliamo di regioni come il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta, l’Emilia Romagna, il Veneto. Un gruppo di regioni che, nonostante l’aumento dei tassi dovuto alla crisi, si attesta ancora sotto il 5%. Segue un gruppo di regioni in cui si registra un tasso di disoccupazione che oscilla tra il 5% e l’8%, di cui fanno parte le altre regioni del Nord e del Centro, fatta eccezione il Lazio in cui il dato si attesta all’8,5%. Tutte le regioni dal Sud presentano, ad eccezione di Abruzzo e Molise, un tasso di disoccupazione stabilmente sopra al 10%: chiude la classifica la Sicilia, dove si registra un tasso del 13,3%.
 
L’indice di povertà rappresenta la quota di popolazione che vive in famiglie al di sotto della soglia di povertà relativa. La definizione di povertà prevede siano considerate povere le famiglie la cui spesa media mensile per consumi al di sotto della spesa media pro capite nel Paese. Questa misura si può definire di povertà assoluta, anche se è relativizzata a una soglia di reddito, perché questa soglia non è stabilita regione per regione ma a livello nazionale. Costruito così questo indicatore rispecchia la situazione di reddito delle famiglie: nelle regioni in cui il reddito medio delle famiglie è più alto è proporzionalmente meno probabile incontrare famiglie che possono godere di un reddito inferiore ad una soglia stabilita a livello nazionale. I dati mostrano l’esistenza di un evidente gap geografico tra Centro-Nord e Sud: in Emilia Romagna (la regione che fa meglio) vive al di sotto della soglia di
 
povertà il 4,3% delle famiglie, mentre in Sicilia questa quota ammonta al 33%!
La disuguaglianza è invece riferita alla distribuzione dei redditi. L’indice di Gini, che si
costruisce a partire dai dati di distribuzione del reddito tra le famiglie, varia da 0 a 1, aumentando al crescere della disuguaglianza e quindi della concentrazione del reddito totale in mano a poche famiglie. La situazione al 2007 mostra come sia la Campania la regione che conquista la maglia nera della disuguaglianza, seguita da Calabria e Sicilia. Al contrario le regioni più virtuose sono il Veneto, il Trentino-Alto Adige e l’Umbria.
 

 

Tabella 2. Gli indicatori che compongono il macro-indicatore Economia e Uguaglianza
 
Regione
LAVORO E UGUAGLIANZA
PRECARIETA
DISOCCUPAZIONE
DISUGUAGLIANZA
POVERTA RELATIVA
Piemonte
0,18
6,8
0,291
7,7
Valle d’Aosta
0,18
4,4
0,288
9,2
Lombardia
0,21
5,4
0,290
5,1
Trentino-Alto Adige
0,17
3,2
0,270
6,9
Veneto
0,18
4,8
0,262
5,4
Friuli-Venezia Giulia
0,21
5,3
0,270
7,4
Liguria
0,19
5,7
0,291
8,7
Emilia-Romagna
0,18
4,8
0,301
4,7
Toscana
0,18
5,8
0,275
6,6
Umbria
0,22
6,7
0,270
7,2
Marche
0,18
6,6
0,281
6,5
Lazio
0,26
8,5
0,316
9,8
Abruzzo
0,20
8,1
0,289
15,2
Molise
0,26
9,1
0,294
24,2
Campania
0,22
12,9
0,334
28,3
Puglia
0,22
12,6
0,294
21,0
Basilicata
0,26
11,2
0,305
29,6
Calabria
0,31
11,3
0,318
28,4
Sicilia
0,23
13,9
0,317
33,0
Sardegna
0,24
13,3
0,296
22,6
ITALIA
0,21
7,8
0,309
13,6
 
Complessivamente il Macro Indicatore Economia e Uguaglianza descrive una situazione ancora una volta abbastanza caratterizzata territorialmente: buoni i risultati delle regioni del Nord e Centro-Nord -sempre in confronto con quelli delle altre regioni- con il Trentino-Alto Adige nettamente in testa alla classifica seguito dal Veneto e dalla Toscana. Deludenti le performance delle regioni del Mezzogiorno e del Lazio, con in coda Sicilia, Campania e Basilicata.
 

 

Tabella 3. La classifica relativa al macro-indicatore Economia e Uguaglianza
 
REGIONE
ECONOMIA E UGUAGLIANZA
Trentino-Alto Adige
1,14
Veneto
1,09
Toscana
0,82
Friuli-Venezia Giulia
0,74
Valle d’Aosta
0,72
Marche
0,66
Emilia-Romagna
0,59
Umbria
0,55
Lombardia
0,52
Piemonte
0,49
Liguria
0,49
Abruzzo
0,10
Lazio
-0,57
Puglia
-0,57
Molise
-0,64
Sardegna
-0,83
Basilicata
-1,06
Campania
-1,30
Sicilia
-1,33
Calabria
-1,61
 
Mettere in atto politiche di inclusione, rivolte ad incrementare l’equità e l’integrazione sociale significa innanzitutto agire su fattori come un lavoro dignitoso e un reddito minimo a tutte le persone, attraverso una più equa redistribuzione della ricchezza.


[1] III Rapporto UIL, il disagio occupazionale nel paese, nelle regioni e nelle province: l’impatto della crisi sul lavoro nel 2009, Febbraio 2010
[2] INPS, Osservatori statistici, www.inps.it

 

 

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