COME SI VIVE IN ITALIA?

di Anna Villa

Come si vive in Italia? È questa la domanda a cui da sette anni la campagna Sbilanciamoci! cerca di rispondere attraverso l’indice di qualità regionale dello sviluppo (Quars). Infatti da diverso tempo si è imposta all’attenzione l’idea che il benessere di un Paese o di una società possa essere misurato attraverso parametri non esclusivamente economici. L’equazione crescita economica = benessere è stata messa in discussione e, insieme ad essa, la convinzione che il Pil sia il parametro di riferimento per qualsiasi valutazione sul benessere di una collettività. Il Pil misura la ricchezza delle nazioni, è vero, ma non dà nessuna informazione sulla qualità sociale di un territorio, sulla sostenibilità ambientale, né sulla dimensione di equità e di ridistribuzione delle risorse. Una diretta conseguenza della crisi del modello di sviluppo basato sulla crescita economica è stato l’insorgere di nuove questioni su parametri, modelli e indicatori per misurare il benessere, che ha dato vita negli anni a un dibattito molto vivace e a molti studi e ricerche.
Ma quali sono i limiti del Pil? In sintesi esso misura il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in termini economici: non incorpora tutti quei beni che non hanno un mercato e che quindi non hanno un prezzo, come le risorse naturali, o le attività nella sfera dell’economia informale, come il lavoro domestico o il volontariato. Altro limite è rappresentato dalla sottostima della spesa pubblica, intesa solo come beni e servizi acquistati dallo Stato escludendo i trasferimenti in forma di assistenza sociale e sanitaria. Ciò rende la spesa pubblica contabilizzata nel Pil di molto inferiore al totale effettivo delle uscite del settore pubblico. Infine, nella contabilizzazione del Pil non si tiene conto dei costi sostenuti dalla collettività a fronte di determinate attività, e delle spese difensive, cioè tutte quelle attività economiche che nascono dalla necessità di far fronte ai costi esterni generati da alcuni processi produttivi: un incremento del Pil, che potrebbe essere interpretato come un segnale positivo di aumento del benessere individuale e globale, può essere generato da situazioni dannose per i singoli individui, la collettività e l’ambiente in cui questa vive. Un esempio? Piantare alberi non fa aumentare il Pil, mentre la deforestazione necessaria alla creazione di pascoli sì!
In questo contesto si inserisce il lavoro della campagna Sbilanciamoci! e la decisione di realizzare il Quars, un indicatore di benessere sostenibile. A differenza del Pil, il Quars tenta di coniugare diversi aspetti dello sviluppo al fine di ottenere una classifica delle regioni italiane che premi quelle in cui lo sviluppo economico è accompagnato a un elevato benessere, inteso come qualità ambientale e sociale. Le sette dimensioni che concorrono a formare la classifica finale delle regioni sono: Ambiente, Economia e lavoro, Diritti e cittadinanza, Salute, Istruzione, Pari opportunità e   Partecipazione. I risultati mostrano che non necessariamente un Pil elevato si traduce in qualità della vita e dello sviluppo. Per alcune regioni le differenze sono notevoli: è il caso di Lombardia e Lazio, che a fronte di un Pil elevato ottengono performance inferiori nel Quars.
Uscire dalla dittatura del Pil non è facile, eppure Sbilanciamoci! in questi anni ha elaborato uno strumento utile alla società civile, in quanto strumento di pressione politica, e ai policy maker, in quanto strumento di indirizzo e monitoraggio delle politiche. Ed è proprio sulle politiche che si giocherà la partita. Sapranno promuovere uno sviluppo capace di futuro?

di Anna Villa

Come si vive in Italia? È questa la domanda a cui da sette anni la campagna Sbilanciamoci! cerca di rispondere attraverso l’indice di qualità regionale dello sviluppo (Quars). Infatti da diverso tempo si è imposta all’attenzione l’idea che il benessere di un Paese o di una società possa essere misurato attraverso parametri non esclusivamente economici. L’equazione crescita economica = benessere è stata messa in discussione e, insieme ad essa, la convinzione che il Pil sia il parametro di riferimento per qualsiasi valutazione sul benessere di una collettività. Il Pil misura la ricchezza delle nazioni, è vero, ma non dà nessuna informazione sulla qualità sociale di un territorio, sulla sostenibilità ambientale, né sulla dimensione di equità e di ridistribuzione delle risorse. Una diretta conseguenza della crisi del modello di sviluppo basato sulla crescita economica è stato l’insorgere di nuove questioni su parametri, modelli e indicatori per misurare il benessere, che ha dato vita negli anni a un dibattito molto vivace e a molti studi e ricerche.

Ma quali sono i limiti del Pil? In sintesi esso misura il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in termini economici: non incorpora tutti quei beni che non hanno un mercato e che quindi non hanno un prezzo, come le risorse naturali, o le attività nella sfera dell’economia informale, come il lavoro domestico o il volontariato. Altro limite è rappresentato dalla sottostima della spesa pubblica, intesa solo come beni e servizi acquistati dallo Stato escludendo i trasferimenti in forma di assistenza sociale e sanitaria. Ciò rende la spesa pubblica contabilizzata nel Pil di molto inferiore al totale effettivo delle uscite del settore pubblico. Infine, nella contabilizzazione del Pil non si tiene conto dei costi sostenuti dalla collettività a fronte di determinate attività, e delle spese difensive, cioè tutte quelle attività economiche che nascono dalla necessità di far fronte ai costi esterni generati da alcuni processi produttivi: un incremento del Pil, che potrebbe essere interpretato come un segnale positivo di aumento del benessere individuale e globale, può essere generato da situazioni dannose per i singoli individui, la collettività e l’ambiente in cui questa vive. Un esempio? Piantare alberi non fa aumentare il Pil, mentre la deforestazione necessaria alla creazione di pascoli sì!

In questo contesto si inserisce il lavoro della campagna Sbilanciamoci! e la decisione di realizzare il Quars, un indicatore di benessere sostenibile. A differenza del Pil, il Quars tenta di coniugare diversi aspetti dello sviluppo al fine di ottenere una classifica delle regioni italiane che premi quelle in cui lo sviluppo economico è accompagnato a un elevato benessere, inteso come qualità ambientale e sociale. Le sette dimensioni che concorrono a formare la classifica finale delle regioni sono: Ambiente, Economia e lavoro, Diritti e cittadinanza, Salute, Istruzione, Pari opportunità e   Partecipazione. I risultati mostrano che non necessariamente un Pil elevato si traduce in qualità della vita e dello sviluppo. Per alcune regioni le differenze sono notevoli: è il caso di Lombardia e Lazio, che a fronte di un Pil elevato ottengono performance inferiori nel Quars.

Uscire dalla dittatura del Pil non è facile, eppure Sbilanciamoci! in questi anni ha elaborato uno strumento utile alla società civile, in quanto strumento di pressione politica, e ai policy maker, in quanto strumento di indirizzo e monitoraggio delle politiche. Ed è proprio sulle politiche che si giocherà la partita. Sapranno promuovere uno sviluppo capace di futuro?

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