Jeremy Rifkin e gli “eco scettici”. Ma il tempo non è il clima


(la Repubblica, martedì, 13 gennaio 2009)

Sono in aumento gli eventi estremi. Non succede che ogni Natale sia un po´ più caldo del Natale precedente, anno dopo anno, in modo geometrico. Registriamo sbalzi in alto e in basso: quello che conta è la tendenza

di ANTONIO CIANCIULLO

Un Capodanno con il cappotto pesante, qualche aeroporto bloccato per neve e subito l´affondo degli eco scettici: «Il global warming rallenta». C´è veramente un´inversione di tendenza?

«Nella letteratura scientifica internazionale non esiste traccia di questi dubbi», risponde dal suo studio di Washington Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends. «Forse in Italia c´è ancora qualcuno che confonde il tempo con il clima. Eppure il concetto è semplice: provo a ripeterlo. Per capire dove va il clima occorre osservare i lunghi periodi, prendere in considerazione le serie degli anni. E da questo punto di vista il quadro è chiaro: gli anni Ottanta sono stati i più caldi nella storia delle meteorologia, i Novanta li hanno battuti e questo inizio di secolo segue il trend del rialzo di temperatura».

Anche con un Natale freddo?

«Ecco, appunto, adesso parliamo del tempo, cioè della meteorologia che, tra l´altro, si sta comportando esattamente secondo le previsioni degli scienziati Onu: aumentano gli eventi estremi. In questo caso, per la verità, non si è neppure registrato un evento estremo. Semplicemente non c´è una progressione meccanica; non succede che ogni Natale sia un po´ più caldo di quello precedente, anno dopo anno, in modo geometrico. Registriamo sbalzi in alto e in basso: quello che conta è la tendenza».

E la tendenza in che direzione ci porta?

«In una direzione pessima. Già le previsioni dell´Ipcc sono preoccupanti, ma James Hansen, il più importante climatologo degli Stati Uniti, dopo una lunga ricerca sul campo ha lanciato un allarme che deve far riflettere: fermare la concentrazione dell´anidride carbonica in atmosfera a 450 parti per milione non basta se vogliamo evitare uno scenario catastrofico».

Abbiamo già superato le 380 parti e fermarsi a quota 450 viene considerato un obiettivo ambizioso.

«Hansen ha fatto dei carotaggi sul fondo dell´oceano e ha ricostruito cosa è accaduto in passato quando la concentrazione di anidride carbonica è aumentata molto velocemente. Se si rimane a quota 450 anche per pochi anni, si raggiunge il tipping point, cioè la soglia di non ritorno, e la temperatura sale rapidamente di sei gradi: un salto che comporterebbe la fine della nostra civiltà».

Qual è il tetto da non superare?

«Le 350 parti per milione. Cioè un valore inferiore a quello attuale: dobbiamo far ridiscendere la concentrazione di anidride carbonica varando piani come quello predisposto dal governo della Gran Bretagna: investire in efficienza e nelle fonti rinnovabili per arrivare a tagliare le emissioni serra dell´80 per cento entro il 2050».

Investire con questa crisi economica?

«La crisi ci aiuta perché il modello della terza rivoluzione industriale, quella basata sull´energia diffusa, sulle fonti rinnovabili e sull´efficienza, è la sola possibilità per far ripartire il motore dell´economia».

Il piano Obama sulle rinnovabili.

«Quel piano coglie solo una parte delle possibilità: manca una coerente visione d´assieme. Non basta limitarsi a creare qualche pezzo di economia che funziona: occorre costruire l´infrastruttura necessaria alla terza rivoluzione industriale e da questo punto di vista il ruolo degli edifici è determinante. Dovremo avere milioni di case e di uffici che invece di consumare energia la producono usando il sole, il vento, il riciclo dei rifiuti. Dovremo muoverci con veicoli a zero emissioni che usano idrogeno ottenuto con energia rinnovabile. Dovremo affinare la tecnologia delle fonti rinnovabili usando anche geotermia, maree, onde. Solo in questo modo riusciremo a risolvere assieme le tre grandi crisi che ci minacciano: la crisi della finanza globale, la crisi della sicurezza energetica, la crisi del cambiamento climatico».

Chi sarà il protagonista di questa rivoluzione?

«Dal punto di vista politico l´Unione europea ha molte carte da giocare perché la sua visione strategica è centrata sulla qualità della vita: punta ad aumentare l´efficienza, a conciliare il mercato con la protezione sociale, a trovare soluzioni che tengano conto della collettività e non solo dell´individuo. Dal punto di vista industriale bisogna compensare vent´anni passati ad accumulare debiti e a investire poco in innovazione e ricerca. Per questo abbiamo costruito il Tavolo dei business leader della terza rivoluzione industriale. Hanno già aderito cento tra presidenti e amministratori delegati delle più importanti industrie a livello globale nei settori strategici: le fonti rinnovabili, l´edilizia avanzata, i trasporti a basso impatto ambientale, le reti intelligenti. Saranno loro a dimostrare che oggi il colore del business è il verde».

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