I DIRITTI SONO LA RISPOSTA

di Elisabetta Segre

Crisi finanziaria, alimentare, energetica e climatica. Tre crisi globali e simultanee che impongono la necessità di trovare risposte innovative e radicalmente diverse da quelle tradizionali. Una risposta realmente efficace è una risposta che affonda le sue radici nei diritti umani, questa è la considerazione di fondo che attraversa il tredicesimo Rapporto della coalizione internazionale Social Watch, il cui titolo è proprio “Right is the answer”. Il rapporto è stato presentato il primo dicembre al Forum delle Nazioni Unite sulla Finanza per lo Sviluppo appena conclusosi a Doha (Qatar) e non a caso richiama il 60esimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani che si sta commemorando in tutto il mondo proprio in questi giorni.
Il Rapporto Social Watch si avvale della testimonianza delle associazioni che fanno parte della coalizione per monitorare il rispetto, da parte dei governi dei 59 paesi in cui le associazioni sono attive, degli accordi internazionali per combattere la povertà e la disuguaglianza di genere.
Gli attivisti e i ricercatori della società civile che hanno collaborato alla sua redazione, mostrano come la crescente diffusione delle disuguaglianze di reddito e di genere sia intimamente legata alla tripla crisi in atto ed in particolare all’architettura dei meccanismi finanziari globali. Il rapporto documenta la diffusione, sempre più spesso azzardata, sprovveduta ed ideologica, di politiche di deregolamentazione e liberalizzazione che hanno indotto un drastico deterioramento dei diritti sociali ed economici dei cittadini di tutto il mondo, riducendo enormemente la capacità dei governi di rispettare gli impegni presi a livello internazionale, volti ad eliminare povertà e a raggiungere la parità di genere.
Fuga di capitali verso i paradisi fiscali, privatizzazioni, evasione e concorrenza fiscale, hanno fatto da motore alla crescita delle disuguaglianze tra Paesi e all’interno dei Paesi, peggiorando notevolmente la performance di tutti i più importanti indicatori di progresso sociale. I calcoli contenuti nel Rapporto mostrano come gli Obiettivi del Millennio siano ormai impossibili da raggiungere se i Governi si ostinano a mantenere un comportamento da “business as usual”.
Nicholas Shaxson e John Christensen del Tax Justice Network, nel loro contributo, mostrano infatti come politiche fiscali deboli (associate a scarsa capacità di monitoraggio e controllo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo) siano connesse a consistenti flussi finanziari illeciti stimati dalla Banca Mondiale per oltre mille miliardi di dollari. Risorse che vengono così sottratte sia ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo nei paesi sviluppati (a tal proposito si veda il Libro Bianco della Cooperazione allo Sviluppo pubblicato dalla Campagna Sbilanciamoci!) sia alle risorse a disposizione dei governi dei Paesi in via di sviluppo. Per esempio la coalizione Social Watch di El Salvador stima che l’evasione fiscale delle grandi corporation salvadoregne ammonti a 2,6 miliardi di euro, una cifra pari all’intero bilancio statale.
Kinda Mohamadieh del Network Arabo per lo Sviluppo offre, nel suo contributo al rapporto, il punto di vista di un Paese in via di sviluppo, portando ulteriori conferme all’idea che il processo di liberalizzazione economica abbia fortemente inibito i tentativi di rafforzare il processo democratico nella regione. “Il regime al potere non è stato in grado di dare risposte efficaci alle sfide socio economiche e le riforme economiche attuate non hanno fatto altro che seguire pedissequamente le richieste delle istituzioni internazionali”. Queste riforme, però, non hanno fatto altro che perpetuare l’emarginazione politica e sociale della grande maggioranza della popolazione araba, escludendo i cittadini dalla partecipazione al processo decisionale.
La necessità di riformare l’architettura finanziaria globale è accettata ormai in maniera incontestata da gran parte della comunità internazionale, comprese le sue frange che negli anni passati hanno fortemente favorito il processo di deregolamentazione. È necessario pertanto non perdere l’occasione per realizzare un sistema sociale ed economico incentrato sui diritti umani, che devono essere quindi un punto di partenza e non rimanere un obiettivo futuro distante e indefinitamente prorogabile.

di Elisabetta Segre

Crisi finanziaria, alimentare, energetica e climatica. Tre crisi globali e simultanee che impongono la necessità di trovare risposte innovative e radicalmente diverse da quelle tradizionali. Una risposta realmente efficace è una risposta che affonda le sue radici nei diritti umani, questa è la considerazione di fondo che attraversa il tredicesimo Rapporto della coalizione internazionale Social Watch, il cui titolo è proprio “Right is the answer”. Il rapporto è stato presentato il primo dicembre al Forum delle Nazioni Unite sulla Finanza per lo Sviluppo appena conclusosi a Doha (Qatar) e non a caso richiama il 60esimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani che si sta commemorando in tutto il mondo proprio in questi giorni.
Il Rapporto Social Watch si avvale della testimonianza delle associazioni che fanno parte della coalizione per monitorare il rispetto, da parte dei governi dei 59 paesi in cui le associazioni sono attive, degli accordi internazionali per combattere la povertà e la disuguaglianza di genere.
Gli attivisti e i ricercatori della società civile che hanno collaborato alla sua redazione, mostrano come la crescente diffusione delle disuguaglianze di reddito e di genere sia intimamente legata alla tripla crisi in atto ed in particolare all’architettura dei meccanismi finanziari globali. Il rapporto documenta la diffusione, sempre più spesso azzardata, sprovveduta ed ideologica, di politiche di deregolamentazione e liberalizzazione che hanno indotto un drastico deterioramento dei diritti sociali ed economici dei cittadini di tutto il mondo, riducendo enormemente la capacità dei governi di rispettare gli impegni presi a livello internazionale, volti ad eliminare povertà e a raggiungere la parità di genere.
Fuga di capitali verso i paradisi fiscali, privatizzazioni, evasione e concorrenza fiscale, hanno fatto da motore alla crescita delle disuguaglianze tra Paesi e all’interno dei Paesi, peggiorando notevolmente la performance di tutti i più importanti indicatori di progresso sociale. I calcoli contenuti nel Rapporto mostrano come gli Obiettivi del Millennio siano ormai impossibili da raggiungere se i Governi si ostinano a mantenere un comportamento da “business as usual”.

Nicholas Shaxson e John Christensen del Tax Justice Network, nel loro contributo, mostrano infatti come politiche fiscali deboli (associate a scarsa capacità di monitoraggio e controllo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo) siano connesse a consistenti flussi finanziari illeciti stimati dalla Banca Mondiale per oltre mille miliardi di dollari. Risorse che vengono così sottratte sia ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo nei paesi sviluppati (a tal proposito si veda il Libro Bianco della Cooperazione allo Sviluppo pubblicato dalla Campagna Sbilanciamoci!) sia alle risorse a disposizione dei governi dei Paesi in via di sviluppo. Per esempio la coalizione Social Watch di El Salvador stima che l’evasione fiscale delle grandi corporation salvadoregne ammonti a 2,6 miliardi di euro, una cifra pari all’intero bilancio statale.

Kinda Mohamadieh del Network Arabo per lo Sviluppo offre, nel suo contributo al rapporto, il punto di vista di un Paese in via di sviluppo, portando ulteriori conferme all’idea che il processo di liberalizzazione economica abbia fortemente inibito i tentativi di rafforzare il processo democratico nella regione. “Il regime al potere non è stato in grado di dare risposte efficaci alle sfide socio economiche e le riforme economiche attuate non hanno fatto altro che seguire pedissequamente le richieste delle istituzioni internazionali”. Queste riforme, però, non hanno fatto altro che perpetuare l’emarginazione politica e sociale della grande maggioranza della popolazione araba, escludendo i cittadini dalla partecipazione al processo decisionale.

La necessità di riformare l’architettura finanziaria globale è accettata ormai in maniera incontestata da gran parte della comunità internazionale, comprese le sue frange che negli anni passati hanno fortemente favorito il processo di deregolamentazione. È necessario pertanto non perdere l’occasione per realizzare un sistema sociale ed economico incentrato sui diritti umani, che devono essere quindi un punto di partenza e non rimanere un obiettivo futuro distante e indefinitamente prorogabile.

Il Rapporto Social Watch è scaricabile da questo link

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