Vicenza, il referendum comincia in piazza. In seimila contro la nuova base Usa


da Liberazione (Checchino Antonini)

Da un paio d’anni l’autunno dei movimenti inizia a Vicenza. In ogni senso. Nel senso di autunno caldo: è qui l’epicentro delle comunità resistenti che, giusto un anno fa, siglavano sotto i tendoni del Festival No Dal Molin il Patto di mutuo soccorso. Nel senso meteorologico di autunno freddo: è sempre qui che, ieri, la tregua concessa dalla prima forte pioggia è durata il tempo necessario alla coda del corteo di superare i cancelli del Dal Molin. Dietro la rete, visibilissimo lo spiegamento di celere e carabinieri e il boschetto piantato l’anno scorso da un corteo analogo. Chi arriverà sotto i tendoni del festival riuscirà a sentire Cisco, ex dei Modena City Ramblers, il comico Natalino Balasso e il presentatore radiofonico Massimo Cirri. «A due giorni dalla chiusura – racconta Mariano Trevisan – la kermesse del Presidio permanente registra già 4mila presenze più dello scorso anno».

S’era partiti in corteo da Piazza Matteotti, in fondo a Corso Fogazzaro che spacca il centro storico, appresso a una Marsigliese suonata dalla Fanfara No Dal Molin, costituita per l’occasione. Il fisarmonicista ammette di aver provato una sola volta, ma la «chiamata ai giacobini» sembra funzionare. Ci sono pressoché tutte le anime della città, dai cattolici pacifisti, ai cittadini del coordinamento dei comitati, dalla Cub ai collettivi studenteschi. I duemila partecipanti attesi diventano il triplo anche se questura e agenzie di stampa fingono di non accorgersene. «Eleveremo torri in ogni dove – dice ai "giacobini" una voce dal camion di testa – torri di musica». Intanto, però, sul cassone si traffica con certi tubi innocenti. Finirà che a spuntare, a ridosso della rete dell’aeroporto, sarà pure la torretta per l’avvistamento di eventuali cantieri. Recita uno dei cartelli: «La vostra carica non ci scarica». Sette giorni prima, un centinaio di manifestanti, pacifici e autorizzati, aveva provato a issare quella torretta ma era stato caricato a freddo. Pare sia il modo del nuovo questore di reprimere gli "abusi edilizi". Più realistico che sia il modo del Viminale di partecipare alla campagna referendaria. A gamba tesa è entrato anche il premier Berlusconi con una lettera minatoria al sindaco Variati, centrosinistra, che ha espugnato la città da tempo in mano alla destra proprio sull’onda del rifiuto della nuova base. «Ha detto che il referendum fomenterebbe disordini, questa è l’idea che Berlusconi ha della democrazia», spiega Cinzia Bottene, consigliera comunale di Vicenza Libera, la lista ispirata dal Presidio permanente.

Il 5 ottobre i vicentini si recheranno alle urne per dire se vogliono che l’area dell’aeroporto, il più grande polmone verde a nord del centro, sia destinata a usi civili anziché a ospitare la 173ma Brigata aviotrasportata dello Zio Sam nei suoi andirivieni dai teatri della guerra globale. I No Dal Molin voteranno Sì. Rifondazione, con 40mila volantini in stampa e il lavoro all’interno dei comitati, è pronta a fare la sua parte, dice il segretario provinciale Ezio Lovato. L’ultimo sondaggio, elaborato da un istituto in odore di leghismo e diffuso in estate dal Corsera veneto, dava il Sì al 56% e ammetteva un 30% di elettori di centrodestra contrari alla base. Probabilmente è per questo che il consiglio provinciale resterà inattivo fino a dopo la consultazione. Lo spiega Emilio Franzina, consigliere per il Prc: «Hanno paura che si aprano contraddizioni tra i leghisti», dice accennando le questioni della falda acquifera – minacciata sia dalla base che dalla finta compensazione della tangenziale che, in realtà, servirà a collegare nuova e vecchia Ederle – e della fiscalità locale che servirà a pagare l’ingombrante alleato e i suoi cantieri. «E’ uno dei "buchi" lasciati dal vecchio sindaco alla città», riprende Bòttene. Hullweck – ex fascista, ex leghista, poi sindaco forzista, trombato alle politiche e riciclato nella segreteria di Bondi – ha avuto la faccia tosta di criticare lo stanziamento di 120mila euro (1,5 euro a cranio) per la consultazione ma non s’è fatto scrupoli di restituire indebitatissima (1300 euro a vicentino) alla città una municipalizzata ereditata in attivo e un milione e 300mila euro di debiti fuori bilancio. Alla Corte dei conti non mancherà lavoro.

Tra le delegazioni forestiere spiccava quella valsusina No Tav e, sparsi per il corteo c’erano gruppi di fiorentini, bresciani, veneziani No Mose, trentini che si battono contro una cittadella militare a Mattarello, alcuni abitanti di Chiaiano, molte le bandiere arcobaleno, qualcuna di Sinistra critica, del Pdac, t-shirt "antifa". Gettonatissimo lo slogan: «Valsusa/Vicenza: nessuna differenza». Anche il popolo No Tav, racconta Salvatore di Alpignano, è a un punto cruciale con i consigli comunali che, proprio la prossima settimana, dovranno dire apertamente da che parte stanno.

«Questa relazione tra le comunità è fondamentale e va ritrovata – avverte, in fondo al corteo, Paolo Cacciari, ex deputato veneziano del Prc – perché la strategia di Berlusconi è quella di isolarle e colpire una ad una: Chiaiano, gli zingari, i maestri, Susa… Ha dichiarato guerra alla società e il collasso della sinistra ha tolto tessuto connettivo ai movimenti».

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