UN NUOVO BUDGET PER L’EUROPA

di Tommaso Rondinella

Il dibattito attorno alla legittimità delle istituzioni europee e al relativo deficit democratico dell’Unione accompagna la creazione dell’Europa quale soggetto politico fin dalla sua creazione. Negli ultimi anni abbiamo osservato bassi livelli di partecipazione alle elezioni  europee, la presenza al parlamento Europeo di formazioni politiche esplicitamente anti-integrazione e sondaggi d’opinione di distanza dalle istituzioni comunitarie. Poi sono arrivate le vere e proprie opposizioni ad un processo di costruzione dell’Europa politica che non si era posto il problema della partecipazione dei cittadini. I "no" alla costituzione europea di Francia e Olanda e il più recente "no" irlandese al trattato di Lisbona possono essere interpretati come una rivendicazione dei cittadini a partecipare alla definizione del modello di Europa che si sta costruendo.
Le istituzioni europee operano senza un mandato chiaro e trasparente che i cittadini possano riconoscere facilmente, in questa maniera legittimando almeno in parte le istituzioni stesse. L’unico organo eletto a suffragio universale, il Parlamento, ha un potere estremamente limitato se comparato con quello che i parlamenti nazionali hanno in patria. Esso deve infatti condividere il proprio potere legislativo con il Consiglio, che è di fatto un organo intergovernativo, non eletto , che rappresenta la volonta degli stati membri e non necessariamente ragiona in un’ottica "comunitaria".
Di fronte ad un quadro desolante dei rapporti tra l’Unione e i cittadini, le istituzioni europee in alcuni casi si danno da fare per recuperare la distanza esistente ed incrementare almeno in parte al propria legittimità.  Uno degli esempi più emblematici è la consultazione aperta per discutere della riforma del bilancio comunitario. Le vere decisioni riguardo la ripartizione dei fondi vengono prese quando si definiscono le cosiddette Prospettive Finanziarie, il documento di programmazione settennale che fissa i tetti di spesa per i diversi capitoli. Non essendo riusciti a chiudere le trattative nei tempi utili per l’inizio della nuova gestione finanziaria, si è proposta una revisione del bilancio di medio periodo per il 2009. Visto che per il 2009 è prevista l’elezione del Parlamento e il rinnovo della Commissione, saranno i nuovi organi a realizzare la riforma. Nel frattempo la Commissione ha lanciato una consultazione pubblica sulla riforma del bilancio in modo da arrivare alla mid-term review con un processo partecipativo.
La campagna Sbilanciamoci! -che già da diversi anni promuove in Italia la redazione di una finanziaria della società civile- ha iniziato un lavoro di questo tipo con alcune delle reti attive nel continente. Le analisi e le proposte alternative, provenienti da venti organizzazioni, reti e think tank che seguono costantemente le politiche di Bruxelles, sono stati raccolte nel volume "Budgeting for the future, building another Europe".
Il punto di partenza affinché i cittadini europei siano inclusi nei processi decisionali sta nella trasparenza delle procedure e dell’informazione. Il nuovo Trattato di Lisbona è stato redatto quasi in segreto e il modo in cui verrà ratificato mostra una carenza di coinvolgimento dei cittadini dovuta al timore di un loro dissenso. Non si tratta di un buon punto di partenza. Attualmente i fondi passano attraverso un puzzle stratificato di giurisdizioni, agenzie e programmi i cui livelli di trasparenza differiscono tra di loro. Migliorare la trasparenza del bilancio appare imprescindibile se si vuole pensare ad un Europa che condivida le scelte con i cittadini.

Entrando nel merito delle politiche i temi su cui la società civile europea esige un cambio di rotta sono diversi.
Particolare attenzione va ovviamente all’Agenda di Lisbona. La strategia per l’inclusione sociale attualmente si limita ad occupazione e competitività. Conoscenza, ricerca, apprendimento permanente, politica del mercato del lavoro, appaiono come questioni secondarie su cui la crescita della competitività avrà certamente effetti positivi rivelando un contesto generale in cui gli aspetti economici sono prioritari rispetto a quelli sociali. L’inclusione sociale e la lotta alla povertà non possono essere limitate all’integrazione nel mercato del lavoro. Mentre i fondi strutturali 2007-2013 sono caratterizzati da una crescente connessione con la Strategia di Lisbona, l’inclusione sociale, che costituiva uno dei pilastri fondamentali della Strategia, dal 2005 non compare più quale obiettivo prioritario.

I Fondi Strutturali  manifestano inoltre dei limiti non solo rispetto all’impatto sociale ma anche, o forse soprattutto, rispetto all’impatto ambientale. Solo il 17% dei fondi strutturali è stato investito per voci inerenti alle spese ambientali. Gli investimenti relativi alle reti stradali risultano sempre maggiori rispetto a quelli per trasporti pubblici, reti ferroviarie e trasporti eco-sostenibili. Una “decarbonizzazione” dei fondi dell’Unione Europea dovrebbe rappresentare un obiettivo generale per l’imminente riforma del bilancio prevedendo la valutazione dell’impatto sul cambiamento climatico per tutti gli investimenti più significativi. Ma questa questione non sembra essere ancora parte dell’agenda della Commissione.

Anche nell’analisi della PAC – la politica agricola – bisogna confrontarsi con gli impatti sociali ed ambientali. Si tratta della questione più controversa che emerge dal bilancio europeo. La PAC manca di trasparenza, è profondamente iniqua sia nei paesi che tra i paesi e per molti anni è stata legata alla quantità di produzione promuovendo un uso massiccio di pesticidi. Nonostante i richiami della Corte dei Conti Europea la distribuzione delle risorse continua ad essere per oltre l’80% assegnata a meno del 20% degli agricoltori (nel 2005 il 18.5% dei produttori ha ricevuto l’84.6% dei pagamenti). La politica agricola ha però un ruolo fondamentale sia a livello sociale che ambientale. Una riforma sostanziale della PAC dovrebbe essere in grado di sostenere i piccoli produttori, di frenare la fuga dalle campagne, di promuovere la biodiversità, le produzioni locali e l’agricoltura biologica. Un’equa distribuzione delle risorse è fondamentale per legittimare la PAC agli occhi dei cittadini che non possono più accettare che pochi ricchi proprietari terrieri ricevano la grande maggioranza delle risorse.

Le politiche estere dell’Unione sono la parte del bilancio comunitario che più è regolamentato dal trattato di Lisbona, rendendo in buona parte inutile la consultazione. Queste mostrano un’incoerenza di fondo tra commercio e aiuti allo sviluppo. Se da un lato l’Europa è il primo donatore a livello internazionale fornendo più del 50% dell’aiuto allo sviluppo mondiale, dall’altro sta portando avanti politiche commerciali aggressive e accordi bilaterali che potrebbero entrare in conflitto con le politiche assistenziali. L’esempio più lampante sono gli Accordi di Partenariato Economico (EPAs) con i Paesi ACP, accordi che per ora sono stati bloccati ma che sono in grado di destabilizzare il PIL degli stessi paesi africani che si presume l’Europa debba aiutare. La BEI, la Banca Europea per gli Investimenti, sta solo in questi  mesi definendo gli standard ambientali e sociali che i progetti finanziati devono garantire. Ad oggi alcuni dei progetti promossi dalla BEI nel sud del mondo si sono rivelati devastanti  (primo tra tutti il  caso della diga Gibel Gibe in Etiopia che la CounterBalance campaign ha portato alla luce). La stessa mancanza di coerenza si riscontra nel documento sulla sicurezza “Un’Europa sicura in un mondo migliore”. Approvato dal Consiglio nel 2003, esso comprende numerose riflessioni elaborate dalle ONG, riconosce il legame tra ingiustizia e insicurezza, il predominio di minacce non militari per il futuro del pianeta e sostiene il multilateralismo nei processi decisionali e nelle relazioni internazionali. Tuttavia, contrariamente a quanto scritto, insiste nel reputare centrale l’elemento militare senza comprendere che le strategie di sicurezza basate solamente sulle azioni militari sono controproducenti e destinate a generare ulteriore insicurezza.
In ultima istanza, se il bilancio comunitario deve essere riformato, il punto di partenza è la revisione delle entrate. Il nuovo bilancio europeo dovrebbe essere basato su risorse proprie che garantiscano indipendenza alle istituzioni europee senza dover dipendere dalle condizioni poste di volta in volta dai maggiori stati membri, superando l’attuale sistema fondato sui contributi dei singoli paesi. In questo momento le risorse dipendono dalla contrattazione che avviene in seno al Consiglio: questo vuol dire che pochi grandi contribuenti di fatto decidono quale deve essere la dimensione del budget secondo la congiuntura economica interna che stanno attraversando e indipendentemente dalle sfide che l’Unione si trova ad affrontare. La combinazione di una carbon tax europea ed una tassa sulle transazioni monetarie offrirebbe le risorse sufficienti a far fronte agli impegni garantendo risorse realmente "proprie" a disposizione dell’Unione e incrementando la trasparenza agli occhi dei cittadini.


di Tommaso Rondinella

Il dibattito attorno alla legittimità delle istituzioni europee e al relativo deficit democratico dell’Unione accompagna la creazione dell’Europa quale soggetto politico fin dalla sua creazione. Negli ultimi anni abbiamo osservato bassi livelli di partecipazione alle elezioni  europee, la presenza al parlamento Europeo di formazioni politiche esplicitamente anti-integrazione e sondaggi d’opinione di distanza dalle istituzioni comunitarie. Poi sono arrivate le vere e proprie opposizioni ad un processo di costruzione dell’Europa politica che non si era posto il problema della partecipazione dei cittadini. I "no" alla costituzione europea di Francia e Olanda e il più recente "no" irlandese al trattato di Lisbona possono essere interpretati come una rivendicazione dei cittadini a partecipare alla definizione del modello di Europa che si sta costruendo.

Le istituzioni europee operano senza un mandato chiaro e trasparente che i cittadini possano riconoscere facilmente, in questa maniera legittimando almeno in parte le istituzioni stesse. L’unico organo eletto a suffragio universale, il Parlamento, ha un potere estremamente limitato se comparato con quello che i parlamenti nazionali hanno in patria. Esso deve infatti condividere il proprio potere legislativo con il Consiglio, che è di fatto un organo intergovernativo, non eletto , che rappresenta la volonta degli stati membri e non necessariamente ragiona in un’ottica "comunitaria".

Di fronte ad un quadro desolante dei rapporti tra l’Unione e i cittadini, le istituzioni europee in alcuni casi si danno da fare per recuperare la distanza esistente ed incrementare almeno in parte al propria legittimità.  Uno degli esempi più emblematici è la consultazione aperta per discutere della riforma del bilancio comunitario. Le vere decisioni riguardo la ripartizione dei fondi vengono prese quando si definiscono le cosiddette Prospettive Finanziarie, il documento di programmazione settennale che fissa i tetti di spesa per i diversi capitoli. Non essendo riusciti a chiudere le trattative nei tempi utili per l’inizio della nuova gestione finanziaria, si è proposta una revisione del bilancio di medio periodo per il 2009. Visto che per il 2009 è prevista l’elezione del Parlamento e il rinnovo della Commissione, saranno i nuovi organi a realizzare la riforma. Nel frattempo la Commissione ha lanciato una consultazione pubblica sulla riforma del bilancio in modo da arrivare alla mid-term review con un processo partecipativo.

La campagna Sbilanciamoci! -che già da diversi anni promuove in Italia la redazione di una finanziaria della società civile- ha iniziato un lavoro di questo tipo con alcune delle reti attive nel continente. Le analisi e le proposte alternative, provenienti da venti organizzazioni, reti e think tank che seguono costantemente le politiche di Bruxelles, sono stati raccolte nel volume "Budgeting for the future, building another Europe".
Il punto di partenza affinché i cittadini europei siano inclusi nei processi decisionali sta nella trasparenza delle procedure e dell’informazione. Il nuovo Trattato di Lisbona è stato redatto quasi in segreto e il modo in cui verrà ratificato mostra una carenza di coinvolgimento dei cittadini dovuta al timore di un loro dissenso. Non si tratta di un buon punto di partenza. Attualmente i fondi passano attraverso un puzzle stratificato di giurisdizioni, agenzie e programmi i cui livelli di trasparenza differiscono tra di loro. Migliorare la trasparenza del bilancio appare imprescindibile se si vuole pensare ad un Europa che condivida le scelte con i cittadini.

Entrando nel merito delle politiche i temi su cui la società civile europea esige un cambio di rotta sono diversi.
Particolare attenzione va ovviamente all’Agenda di Lisbona. La strategia per l’inclusione sociale attualmente si limita ad occupazione e competitività. Conoscenza, ricerca, apprendimento permanente, politica del mercato del lavoro, appaiono come questioni secondarie su cui la crescita della competitività avrà certamente effetti positivi rivelando un contesto generale in cui gli aspetti economici sono prioritari rispetto a quelli sociali. L’inclusione sociale e la lotta alla povertà non possono essere limitate all’integrazione nel mercato del lavoro. Mentre i fondi strutturali 2007-2013 sono caratterizzati da una crescente connessione con la Strategia di Lisbona, l’inclusione sociale, che costituiva uno dei pilastri fondamentali della Strategia, dal 2005 non compare più quale obiettivo prioritario.

I Fondi Strutturali  manifestano inoltre dei limiti non solo rispetto all’impatto sociale ma anche, o forse soprattutto, rispetto all’impatto ambientale. Solo il 17% dei fondi strutturali è stato investito per voci inerenti alle spese ambientali. Gli investimenti relativi alle reti stradali risultano sempre maggiori rispetto a quelli per trasporti pubblici, reti ferroviarie e trasporti eco-sostenibili. Una “decarbonizzazione” dei fondi dell’Unione Europea dovrebbe rappresentare un obiettivo generale per l’imminente riforma del bilancio prevedendo la valutazione dell’impatto sul cambiamento climatico per tutti gli investimenti più significativi. Ma questa questione non sembra essere ancora parte dell’agenda della Commissione.

Anche nell’analisi della PAC – la politica agricola – bisogna confrontarsi con gli impatti sociali ed ambientali. Si tratta della questione più controversa che emerge dal bilancio europeo. La PAC manca di trasparenza, è profondamente iniqua sia nei paesi che tra i paesi e per molti anni è stata legata alla quantità di produzione promuovendo un uso massiccio di pesticidi. Nonostante i richiami della Corte dei Conti Europea la distribuzione delle risorse continua ad essere per oltre l’80% assegnata a meno del 20% degli agricoltori (nel 2005 il 18.5% dei produttori ha ricevuto l’84.6% dei pagamenti). La politica agricola ha però un ruolo fondamentale sia a livello sociale che ambientale. Una riforma sostanziale della PAC dovrebbe essere in grado di sostenere i piccoli produttori, di frenare la fuga dalle campagne, di promuovere la biodiversità, le produzioni locali e l’agricoltura biologica. Un’equa distribuzione delle risorse è fondamentale per legittimare la PAC agli occhi dei cittadini che non possono più accettare che pochi ricchi proprietari terrieri ricevano la grande maggioranza delle risorse.

Le politiche estere dell’Unione sono la parte del bilancio comunitario che più è regolamentato dal trattato di Lisbona, rendendo in buona parte inutile la consultazione. Queste mostrano un’incoerenza di fondo tra commercio e aiuti allo sviluppo. Se da un lato l’Europa è il primo donatore a livello internazionale fornendo più del 50% dell’aiuto allo sviluppo mondiale, dall’altro sta portando avanti politiche commerciali aggressive e accordi bilaterali che potrebbero entrare in conflitto con le politiche assistenziali. L’esempio più lampante sono gli Accordi di Partenariato Economico (EPAs) con i Paesi ACP, accordi che per ora sono stati bloccati ma che sono in grado di destabilizzare il PIL degli stessi paesi africani che si presume l’Europa debba aiutare. La BEI, la Banca Europea per gli Investimenti, sta solo in questi  mesi definendo gli standard ambientali e sociali che i progetti finanziati devono garantire. Ad oggi alcuni dei progetti promossi dalla BEI nel sud del mondo si sono rivelati devastanti  (primo tra tutti il  caso della diga Gibel Gibe in Etiopia che la CounterBalance campaign ha portato alla luce). La stessa mancanza di coerenza si riscontra nel documento sulla sicurezza “Un’Europa sicura in un mondo migliore”. Approvato dal Consiglio nel 2003, esso comprende numerose riflessioni elaborate dalle ONG, riconosce il legame tra ingiustizia e insicurezza, il predominio di minacce non militari per il futuro del pianeta e sostiene il multilateralismo nei processi decisionali e nelle relazioni internazionali. Tuttavia, contrariamente a quanto scritto, insiste nel reputare centrale l’elemento militare senza comprendere che le strategie di sicurezza basate solamente sulle azioni militari sono controproducenti e destinate a generare ulteriore insicurezza.
In ultima istanza, se il bilancio comunitario deve essere riformato, il punto di partenza è la revisione delle entrate. Il nuovo bilancio europeo dovrebbe essere basato su risorse proprie che garantiscano indipendenza alle istituzioni europee senza dover dipendere dalle condizioni poste di volta in volta dai maggiori stati membri, superando l’attuale sistema fondato sui contributi dei singoli paesi. In questo momento le risorse dipendono dalla contrattazione che avviene in seno al Consiglio: questo vuol dire che pochi grandi contribuenti di fatto decidono quale deve essere la dimensione del budget secondo la congiuntura economica interna che stanno attraversando e indipendentemente dalle sfide che l’Unione si trova ad affrontare. La combinazione di una carbon tax europea ed una tassa sulle transazioni monetarie offrirebbe le risorse sufficienti a far fronte agli impegni garantendo risorse realmente "proprie" a disposizione dell’Unione e incrementando la trasparenza agli occhi dei cittadini.

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