Ong: salute e diritti riproduttivi per promuovere lo sviluppo


Un milione di donne, una ogni 30 secondi, perde la vita per cause legate alla gravidanza o al parto. Circa 14 milioni di adolescenti diventano madri tra i 15 e i 19 anni, 340 milioni di persone contraggono infezioni a trasmissione sessuale, compreso l’Hiv. Oltre 350 milioni di coppie non hanno accesso a moderni sistemi di contraccezione e alle informazioni sulla natalità. Sono alcuni dei dati del Rapporto 2008 "Le politiche che fanno la differenza: La salute e i diritti sessuali e riproduttivi per promuovere lo sviluppo" curato da ActionAid, Aidos e Cestas presentato ieri a Roma nell’ambito della campagna True Development Through Health ("Non c’è sviluppo senza salute") co-finanziata dall’Unione Europea.

Un argomento messo in evidenza nei giorni scorsi in occasione della ‘Giornata mondiale della popolazione’ che ha affrontato il tema della salute materna che per essere migliorata richiede – come ha sottolineato il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon – interventi specifici per favorire assistenza adeguata al momento del parto, strutture in grado di fornire cure ostetriche di emergenza e pianificazione familiare. "La pianificazione familiare è una componente fondamentale della salute riproduttiva. Ma i sistemi di pianificazione familiare non sono accessibili soprattutto alle popolazioni povere e emarginate che hanno maggior necessità di avere informazioni e servizi adeguati" – ha detto Ban Ki-moon.

"Ogni anno nel mondo fame e malattie uccidono 10 milioni di bambini con meno di un anno di età e 500mila donne muoiono di parto. Cifre che danno la misura di quanto gli Obiettivi del Millennio definiti dall’Onu siano lontani" – ha esordito Daniela Colombo, presidente di Aidos. "L’Europa ha diminuito i fondi per interventi sanitari nel sud del mondo e l’Italia arranca" – ha continuato Colombo sottolineando come il sostegno alla salute offerto dai Ventisette "sia inadeguato, spesso insufficiente e in alcuni casi in via di peggioramento".

Secondo l’ultimo rapporto del Comitato di aiuto allo sviluppo (Dac) dell’Ocse, nel 2007 gli aiuti totali sono stati di 103,7 miliardi di dollari, l’8,4% in meno del 2006. L’Aps (Aiuto pubblico allo sviluppo) complessivo dei 15 Stati Ue del Dac – cioè il 60 per cento dell’Aps totale- si è ridotto del 5,8% e l’Europa ha versato per la salute 144 milioni di euro in meno rispetto all’anno scorso, pur moltiplicando gli interventi.

Raffaele Salinari, consulente scientifico del Cestas ha sottolineato come negli ultimi anni sia cresciuto sempre più il divario tra le promesse, che si tratti di risorse o di cambiamenti politici, e quello che poi concretamente viene fatto. "I vertici dei G8, in particolare, da Genova in poi, hanno fatto registrare un aumento esponenziale di parole e di denaro virtuale, cui ha fatto seguito ben poco" – ha affermato Salinari. "In Italia, per di più, non solo mancano le risorse, ma anche il quadro politico-normativo, a cominciare dalla legge sulla cooperazione che è del 1987, è estremamente carente e tutto viene ridotto a termini emergenziali".

"Oltre ad aumentare i livelli di aiuto e’ necessario investire meglio le poche risorse disponibili" – ha spiegato Uber Alberti, presidente di Cestas. Una delle maggiori critiche rivolte dal rapporto all’aiuto per la salute europeo riguarda i meccanismi e i canali di finanziamento "sempre più complessi e frammentati" – ha commentato Alberti, "a scapito dell’armonizzazione e della coerenza degli interventi, indispensabili per migliorare l’efficacia dell’azione". Per questo, le ong chiedono all’Ue di "coordinare gli sforzi e privilegiare l’unitarietà d’azione", mettendo da parte "gli interessi nazionali e le pressioni politiche interne".

Una richiesta, quest’ultima, sottolineata anche da Marco De Ponte, Segretario generale di ActionAid, che ha ricordato come da tempo le organizzazioni non governative, oltre a realizzare progetti concreti nel Sud del mondo, si siano rese conto dell’essenzialità di farsi carico anche del lavoro con le istituzioni per ottenere cambiamenti significativi nelle politiche: "fare piccolo e bene non può diventare una scusa per poi non fare in grande" – ha detto De Ponte.
Elena Vuolo, coordinatrice della ricerca da cui è scaturito il Rapporto, ne ha sintetizzato i punti salienti: l’analisi delle politiche di cooperazione per la salute sessuale e riproduttiva di alcuni dei maggiori donatori – il Fondo Globale per la lotta all’Aids, tubercolosi e malaria (Gfatm), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), l’Unione Europea, gli Stati Uniti, e naturalmente l’Italia.

Il Rapporto individua però anche delle buone pratiche: le soluzioni non solo esistono, ma è anche possibile renderle economicamente sostenibili. Ha illustrato l’insieme dell’approccio alla salute sessuale e riproduttiva, che non può essere limitata alla sola contraccezione, e la centralità di iniziative quali la Reproductive Health Supplies Coalition, che mira a garantire nel Sud del mondo adeguate e costanti forniture di strumenti e prodotti di consumo per la salute sessuale e riproduttiva. Una raccomandazione emerge su tutte: per migliorare la salute nei paesi del Sud del mondo, lo strumento fondamentale è il rafforzamento delle capacità operative di questi stessi paesi, e l’incremento di risorse, funzione imprescindibile di politiche efficaci che verrà discussa nel prossimo Forum di alto livello che si svolgerà ad Accra, Ghana, dal 2 al 4 settembre.

Il Rapporto vuole essere dunque, nelle intenzioni delle organizzazioni che lo hanno promosso, un contributo e uno stimolo per il governo italiano a fare diversamente e meglio: smettere di stanziare fondi nei bilanci dei diversi Ministeri, per poi tagliarli in sede di legge finanziaria.

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