TRASPARENZA FISCALE

di Giulio Marcon

Siamo d’accordo con la decisione dell’Agenzia delle Entrate di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line, poi bloccata dal Garante della Privacy.
E’ una questione di trasparenza e quindi di democrazia. E la trasparenza – in materia fiscale – facilita la lotta all’evasione e quindi aiuta a promuovere condizioni di giustizia ed eguaglianza tra i cittadini. Quello della legalità e della giustizia fiscale è un obiettivo per il quale la campagna Sbilanciamoci! si batte da anni. E’ per questo che la divulgazione dei dati delle dichiarazioni dei redditi introduce un principio di conoscenza che aiuta la costruzione di una maggiore civiltà fiscale. Chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere da questa misura. In molti paesi, inclusa l’Italia, i dati economici e fiscali non sono (al contrario di quelli sullo stato di salute, l’orientamento sessuale, l’appartenenza politica, etc.) “dati sensibili”, ai quali è riservata particolare tutela.
La legge italiana (dpr 600 del 1973) già prevede il libero accesso ai dati delle dichiarazioni fiscali dei singoli. Trentacinque anni fa non c’era Internet e quindi il legislatore si limitò a dare la possibilità ai cittadini di andare agli uffici comunali e di richiedere i dati di loro interesse. La questione della privacy – a nostro giudizio – c’entra quindi fino a un certo punto: infatti i dati fiscali – dal 1973 – sono disponibili ed accessibili. Cambia il modo attraverso il quale possono essere consultati: da un sistema burocratico, lungo e faticoso ad uno semplice e immediato. Se fosse la privacy il problema bisognerebbe abrogare il “dpr 600” del 1973.  Invece, il messaggio che viene dato dagli oppositori a questa misura è un altro: un po’ di trasparenza va bene, ma non troppa.
In questi giorni sono state portate altre due argomentazioni contro la misura: l’invidia sociale e l’aiuto alla criminalità. Si tratta di due argomentazioni tuttosommato inconsistenti. In una società dei consumi come la nostra, l’eventuale “invidia sociale” – a livelli di redditi medio-bassi – non trae alimento dall’ arida conoscenza dei dati delle dichiarazioni fiscali ma dalla ben più concreta e continua ostentazione di modelli di vita in cui autovetture, vestiti ed altri oggetti di consumo stanno a designare lo status sociale e culturale di individui e famiglie. In secondo luogo, i criminali non hanno bisogno certo del web per agire: tanto è vero che in passato sono state rapite persone molto ricche che al fisco risultavano nullatenenti. I criminali ne sapevano molto di più dell’Agenzia delle Entrate.
Infine se si vuole trovare una mediazione in questo conflitto tra Agenzia delle Entrate e Garante della Privacy, si adotti per i dati sul web la stessa procedura utilizzata per l’accesso dei dati ai Comuni. Chi è interessato ad avere i dati via web si registri come utente (lasci le sue generalità; è già possibile sul sito dell’Agenzia) in modo da avere così un tracciato nella procedura di richiesta simile a quello in vigore per l’accesso ai dati in Comune. Sarebbe un piccolo filtro che nulla toglierebbe alla trasparenza e al libero accesso all’informazione su una materia fiscale dove in questi anni l’omertà e la segretezza sono state le maggiori alleate dell’evasione fiscale.
La legalità e la giustizia fiscale hanno bisogno di trasparenza ed informazione.

di Giulio Marcon

Siamo d’accordo con la decisione dell’Agenzia delle Entrate di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line, poi bloccata dal Garante della Privacy.

E’ una questione di trasparenza e quindi di democrazia. E la trasparenza – in materia fiscale – facilita la lotta all’evasione e quindi aiuta a promuovere condizioni di giustizia ed eguaglianza tra i cittadini. Quello della legalità e della giustizia fiscale è un obiettivo per il quale la campagna Sbilanciamoci! si batte da anni. E’ per questo che la divulgazione dei dati delle dichiarazioni dei redditi introduce un principio di conoscenza che aiuta la costruzione di una maggiore civiltà fiscale. Chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere da questa misura. In molti paesi, inclusa l’Italia, i dati economici e fiscali non sono (al contrario di quelli sullo stato di salute, l’orientamento sessuale, l’appartenenza politica, etc.) “dati sensibili”, ai quali è riservata particolare tutela.

La legge italiana (dpr 600 del 1973) già prevede il libero accesso ai dati delle dichiarazioni fiscali dei singoli. Trentacinque anni fa non c’era Internet e quindi il legislatore si limitò a dare la possibilità ai cittadini di andare agli uffici comunali e di richiedere i dati di loro interesse. La questione della privacy – a nostro giudizio – c’entra quindi fino a un certo punto: infatti i dati fiscali – dal 1973 – sono disponibili ed accessibili. Cambia il modo attraverso il quale possono essere consultati: da un sistema burocratico, lungo e faticoso ad uno semplice e immediato. Se fosse la privacy il problema bisognerebbe abrogare il “dpr 600” del 1973.  Invece, il messaggio che viene dato dagli oppositori a questa misura è un altro: un po’ di trasparenza va bene, ma non troppa.

In questi giorni sono state portate altre due argomentazioni contro la misura: l’invidia sociale e l’aiuto alla criminalità. Si tratta di due argomentazioni tuttosommato inconsistenti. In una società dei consumi come la nostra, l’eventuale “invidia sociale” – a livelli di redditi medio-bassi – non trae alimento dall’ arida conoscenza dei dati delle dichiarazioni fiscali ma dalla ben più concreta e continua ostentazione di modelli di vita in cui autovetture, vestiti ed altri oggetti di consumo stanno a designare lo status sociale e culturale di individui e famiglie. In secondo luogo, i criminali non hanno bisogno certo del web per agire: tanto è vero che in passato sono state rapite persone molto ricche che al fisco risultavano nullatenenti. I criminali ne sapevano molto di più dell’Agenzia delle Entrate.

Infine se si vuole trovare una mediazione in questo conflitto tra Agenzia delle Entrate e Garante della Privacy, si adotti per i dati sul web la stessa procedura utilizzata per l’accesso dei dati ai Comuni. Chi è interessato ad avere i dati via web si registri come utente (lasci le sue generalità; è già possibile sul sito dell’Agenzia) in modo da avere così un tracciato nella procedura di richiesta simile a quello in vigore per l’accesso ai dati in Comune. Sarebbe un piccolo filtro che nulla toglierebbe alla trasparenza e al libero accesso all’informazione su una materia fiscale dove in questi anni l’omertà e la segretezza sono state le maggiori alleate dell’evasione fiscale.

La legalità e la giustizia fiscale hanno bisogno di trasparenza ed informazione.

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