CINQUE LEZIONI

di Mario Pianta
Articolo per il manifesto, 30 aprile 2008

Una sconfitta elettorale dopo l’altra, per il centro-sinistra, con dinamiche apparentemente imprevedibili. E qualche segnale positivo, come la vittoria a Vicenza del candidato Pd, Achille Variati, contrario alla costruzione della nuova base militare Usa. Proviamo a leggere cinque lezioni che vengono dal voto.
La prima osservazione riguarda le identità dissolte della politica della sinistra. E’ affondato il "corro da solo" del Pd di Veltroni, mentre la rinnovata Unione ha perso quando si è stretta intorno a Rutelli al Comune di Roma e ha vinto con Zingaretti alla Provincia. Ampie alleanze elettorali restano necessarie per vincere in questo sistema di voto, ma non possono più dare per scontato un consenso fondato su identità radicate. E questo vale anche oltre la sinistra, ad esempio per il voto cattolico, che non ha fatto crescere l’Udc e tantomeno il Pd. I partiti non possono più pensare che operazioni di vertice possano trascinarsi dietro i consensi degli elettori.
Se la politica non è più affermazione di identità "alte", la seconda lezione è che non è nemmeno più un orizzonte di promozione sociale, un meccanismo di redistribuzione. Il fallimento del governo Prodi e il disincanto sull’amministrazione Veltroni al Comune di Roma hanno qui le loro radici, nell’incapacità di realizzare cambiamenti coerenti con le aspettative dei cittadini. Il declino dell’economia italiana, l’impoverimento delle classi medie e popolari, le disuguaglianze più forti, sono allo stesso tempo il risultato di una politica che rinuncia a pensare al cambiamento, a praticare valori di giustizia, e fattori che riducono sempre più i margini di costruzione del consenso attraverso politiche redistributive. Di fronte alla percezione del declino, la scelta elettorale diventa "populista", ricerca tutele intorno a nuove identità, e si affida a promesse di cambiamento purchessia, come nel caso della Lega al Nord e di Alemanno a Roma.
La terza dinamica, conseguente alle precedenti, è l’ondata di antipolitica. Un rifiuto che prende molte strade: l’astensionismo, il voto alla Lega, la scelta di punire in modo selettivo il "riciclato" Rutelli.  E’ evidente che una parte importante dell’elettorato di sinistra non è più disponibile ad accettare leader e candidati troppo identificati con il "palazzo" e la "casta" dei politici, troppo distanti dalle realtà locali, troppo vuoti di contenuti, troppo inefficaci nelle loro realizzazioni.
Viceversa, – e questa è la quarta lezione – un po’ di democrazia partecipativa offre buoni risultati anche alle elezioni. E’ paradossale che per il supersconfitto Veltroni l’unica fonte di legittimazione che resti siano i tre milioni di voti del cittadini alle primarie del Pd. Variati a Vicenza è stato votato alle primarie, Rutelli a Roma è calato dall’alto del "loft" del Pd. Gli esempi possono continuare: Prodi come leader dell’Unione e Vendola come candidato nella Regione Puglia hanno vinto dopo un’importante legittimazione delle primarie; la debolezza di Bertinotti a capo della Sinistra Arcobaleno è stata anche legata ad una scelta di vertice di quattro partitini. Una parte importante di cittadini vuole partecipare – anche in forme fittizie e limitate come le primarie. Se ciò non avviene, manca un elemento importante di legittimazione dei candidati e si riduce il coinvolgimento nella sfida elettorale.
La quinta lezione è che rinnovare un’idea e una pratica di politica come partecipazione rappresenta la strada naturale per la ricostruzione della sinistra. Esiste una vastissima riserva di pratiche partecipative nell’azione della società civile, nelle mobilitazioni dei movimenti, nelle reti di organizzazioni che propongono alternative concrete di cambiamento. Dove la politica, fondata su valori e contenuti, incontra queste esperienze – come è successo a Vicenza – le elezioni si possono vincere. E questa è una buona notizia.

di Mario Pianta
Articolo per il manifesto, 30 aprile 2008

Una sconfitta elettorale dopo l’altra, per il centro-sinistra, con dinamiche apparentemente imprevedibili. E qualche segnale positivo, come la vittoria a Vicenza del candidato Pd, Achille Variati, contrario alla costruzione della nuova base militare Usa. Proviamo a leggere cinque lezioni che vengono dal voto.

La prima osservazione riguarda le identità dissolte della politica della sinistra. E’ affondato il "corro da solo" del Pd di Veltroni, mentre la rinnovata Unione ha perso quando si è stretta intorno a Rutelli al Comune di Roma e ha vinto con Zingaretti alla Provincia. Ampie alleanze elettorali restano necessarie per vincere in questo sistema di voto, ma non possono più dare per scontato un consenso fondato su identità radicate. E questo vale anche oltre la sinistra, ad esempio per il voto cattolico, che non ha fatto crescere l’Udc e tantomeno il Pd. I partiti non possono più pensare che operazioni di vertice possano trascinarsi dietro i consensi degli elettori.

Se la politica non è più affermazione di identità "alte", la seconda lezione è che non è nemmeno più un orizzonte di promozione sociale, un meccanismo di redistribuzione. Il fallimento del governo Prodi e il disincanto sull’amministrazione Veltroni al Comune di Roma hanno qui le loro radici, nell’incapacità di realizzare cambiamenti coerenti con le aspettative dei cittadini. Il declino dell’economia italiana, l’impoverimento delle classi medie e popolari, le disuguaglianze più forti, sono allo stesso tempo il risultato di una politica che rinuncia a pensare al cambiamento, a praticare valori di giustizia, e fattori che riducono sempre più i margini di costruzione del consenso attraverso politiche redistributive. Di fronte alla percezione del declino, la scelta elettorale diventa "populista", ricerca tutele intorno a nuove identità, e si affida a promesse di cambiamento purchessia, come nel caso della Lega al Nord e di Alemanno a Roma.

La terza dinamica, conseguente alle precedenti, è l’ondata di antipolitica. Un rifiuto che prende molte strade: l’astensionismo, il voto alla Lega, la scelta di punire in modo selettivo il "riciclato" Rutelli.  E’ evidente che una parte importante dell’elettorato di sinistra non è più disponibile ad accettare leader e candidati troppo identificati con il "palazzo" e la "casta" dei politici, troppo distanti dalle realtà locali, troppo vuoti di contenuti, troppo inefficaci nelle loro realizzazioni.

Viceversa, – e questa è la quarta lezione – un po’ di democrazia partecipativa offre buoni risultati anche alle elezioni. E’ paradossale che per il supersconfitto Veltroni l’unica fonte di legittimazione che resti siano i tre milioni di voti del cittadini alle primarie del Pd. Variati a Vicenza è stato votato alle primarie, Rutelli a Roma è calato dall’alto del "loft" del Pd. Gli esempi possono continuare: Prodi come leader dell’Unione e Vendola come candidato nella Regione Puglia hanno vinto dopo un’importante legittimazione delle primarie; la debolezza di Bertinotti a capo della Sinistra Arcobaleno è stata anche legata ad una scelta di vertice di quattro partitini. Una parte importante di cittadini vuole partecipare – anche in forme fittizie e limitate come le primarie. Se ciò non avviene, manca un elemento importante di legittimazione dei candidati e si riduce il coinvolgimento nella sfida elettorale.

La quinta lezione è che rinnovare un’idea e una pratica di politica come partecipazione rappresenta la strada naturale per la ricostruzione della sinistra. Esiste una vastissima riserva di pratiche partecipative nell’azione della società civile, nelle mobilitazioni dei movimenti, nelle reti di organizzazioni che propongono alternative concrete di cambiamento. Dove la politica, fondata su valori e contenuti, incontra queste esperienze – come è successo a Vicenza – le elezioni si possono vincere. E questa è una buona notizia.

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