Un articolo di Sergio Segio: “Expo a Milano: guerra ai poveri e snaturamento del terzo settore”


di Sergio Segio, da dirittiglobali.it – Gli appetiti immobiliari e cementificatori, risvegliati dall’assegnazione dell’Expo al capoluogo lombardo, hanno bisogno di ampliare a dismisura il sistema semi-schiavistico che governa parte del lavoro nei cantieri e che fa perno proprio su quella massa di senza-diritti: romeni in particolare e immigrati in genere

Mentre la Milano che conta si attovaglia per l’Expo 2015, un evento che uno spirito libero come Adriano Celentano non ha esitato a definire «un colpo di grazia» per la città, la Milano dei paria e degli invisibili, quella che abita nei campi e nelle baracche, prosegue il suo calvario, sottoposta a una vera e propria pulizia etnica. Non è esagerato definirla così, dato che il vicesindaco meneghino ha rivendicato il record di uno sgombero al giorno nell’ultimo anno.

Nessuno però dice che gli appetiti immobiliari e cementificatori, risvegliati dall’assegnazione dell’Expo al capoluogo lombardo, hanno bisogno di ampliare a dismisura il sistema semi-schiavistico che governa parte del lavoro nei cantieri e che fa perno proprio su quella massa di senza-diritti: romeni in particolare e immigrati in genere. Chi è sottoposto al tallone di ferro del caporalato, chi lavora 10 ore al giorno per tre euro all’ora, più è disperato e costretto all’invisibilità, più è sfruttabile e ricattabile.
Un salario, guadagnato spesso rischiando la vita sui ponteggi, che è probabilmente inferiore a quanto si otterrebbe chiedendo l’elemosina. Del resto, l’accattonaggio è divenuto nuovo pretesto per crociate che, dietro lo schermo della legalità, hanno l’effetto di perseguitare i più poveri, come avviene a Firenze. Nell’ansia securitaria tutto fa brodo. Specie se a livello della politica centrale e di quella locale è assente una cultura dell’inclusione. Gli sgomberi milanesi e le campagne fiorentine contro i lavavetri e ora contro i mendicanti rispondono a una stessa idea di città e a una stessa mancanza di idea di comunità, a medesime culture che dietro la comoda etichetta di sicurezza nascondono il vuoto delle politiche sociali e anzi la convinzione che l’inclusione non sia necessaria alla coesione sociale ma un privilegio da meritarsi.
Pietà l’è morta, e la solidarietà va meritata. Bisogna essere obbedienti e remissivi per ottenerla. Ma i poveri, si sa, sono brutti, sporchi e possono diventare cattivi. Come i cani alla catena, del resto.

La politica delle ruspe in cui eccelle il Comune di Milano (ma quello di Roma o di Bologna hanno dimostrato impostazioni non diverse) allora diventa il paradigma di cosa si intenda per politiche sociali. Chi è fuori dal cerchio è totalmente privo di diritti. Perché, anche a sentire alcune organizzazioni di volontariato cattolico decisamente meritevoli nella loro pratica quotidiana, un conto sono gli irregolari, un altro i titolari di permesso di soggiorno. Si potrebbero allora aggiornare così le Beatitudini del Vangelo: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Purché abbiano i documenti in regola. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli. Sempre che posseggano il visto necessario». Del resto, oggidì, Gesù Cristo finirebbe sicuramente in un CPT.

Ma vi sono diritti e prerogative dell’umano che vengono prima del passaporto. Tanto più in presenza di una legge che di fatto non consente ingresso legale, quella Bossi-Fini che il governo Prodi non ha saputo cambiare, neppure riguardo all’articolo 18, per sottrarre i neo-schiavi al feroce sistema del caporalato.
Di fronte all’ennesimo sgombero milanese, quello del campo rom della Bovisasca, si è alzata forte e significativa anche la voce della Curia. Un fatto non scontato e importante. Così come è importantissimo che il volontariato faccia quanto può e riesce per accogliere e sostenere. Davanti al bisogno, prima si accoglie, poi si discute.

Ma, in qualche tempo e sede, occorrerà pure riflettere su quanto le politiche di dismettere i servizi pubblici, di appaltare a basso costo e con gare al massimo ribasso interi pezzi di welfare al Terzo settore e alle associazioni sia all’origine di molti dei problemi attuali, compreso il rischio di snaturamento di quel fondamentale segmento sociale organizzato. Come segnala un fatto nuovo e importante qual è lo sciopero odierno delle cooperative sociali, i cui lavoratori sono da due anni senza contratto e spesso lavorano in condizioni di forte precarietà, di un’assenza di diritti e garanzie che non sarebbe tollerata in nessun’altro segmento del mercato del lavoro.
Perché assieme alla dismissione di servizi, si è accantonata l’idea stessa che i poveri siano un prodotto di ingiustizie sociali di fronte al quale deve esistere una responsabilità pubblica. Mettere i servizi sul mercato equivale a negare l’idea di uguaglianza dei cittadini, a trasformare i diritti in opportunità. Da cogliere, se si è forti e capaci; se non lo si è, la colpa è di chi non ce la fa. Esca dal cerchio, e non disturbi.

È grazie a queste dinamiche che la sindaca di Milano Letizia Moratti può difendersi dalle critiche, che hanno visto come autorevole traino il vescovo Tettamanzi, affermando che la sua amministrazione destina oltre 10 milioni di euro peri campi rom, di cui circa la metà ai progetti e attività gestite da associazioni e cooperative. Un’esternalizzazione delle politiche sociali che si accompagna – e la consente – a una dereponsabilizzazione delle istituzioni e del settore pubblico.
Le immagini milanesi dei laceri bambini rom circondati da robusti poliziotti con scudi e manganelli dicono più di tanti discorsi qual è il livello di incattivimento e di indifferenza raggiunti dalla "Milano col cuore in mano". Ha scritto Gad Lerner su "la Repubblica" che «sarebbe assurdo suddividere Milano in buoni e cattivi, di fronte alle sue imbarazzanti diseguaglianze e al volto sporco della povertà. C’è da fare fatica tutti assieme». Eppure, per spiegare e correggere questa realtà, che ha drammatici risvolti di sofferenza ed emarginazione, occorre risalire alle responsabilità e richiamare ai doveri che pure toccano alle istituzioni. A loro, prima di tutto, tocca questa fatica, della quale sono i primi responsabili.

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