IL PESO DELLA SCONFITTA

di Giulio Marcon

Le elezioni del 13 e 14 aprile rappresentano una eredità pesante anche per i movimenti sociali e l’associazionismo impegnati per il cambiamento e la trasformazione sociale. Non solo per la vittoria elettorale del centro-destra (comunque da mettere nel conto), ma più in generale per lo spostamento sociale e culturale in atto nel paese. I partiti di centro destra che nel 2006 avevano raccolto il 49% dei consensi (Forza Italia, An, Lega, Udc) sono passati – incluse diaspore varie come la Destra di Storace – al 56%. La Lega nel Nord si avvicina ad un quarto dell’elettorato e persino in Emilia Romagna supera il 7%. Il PD non sfonda (nè al centro, nè a sinistra) e –guardando al futuro – così non va da nessuna parte e si condanna alla sconfitta permanente. La Sinistra Arcobaleno non solo tracolla di 7 punti percentuali e perde voti verso il PD e le astensioni, ma perde voti anche verso il centro destra (almeno il 2-3%), e nel Nord verso la Lega. Un vero disastro, se si tiene conto che uno dei temi prevalenti di questa campagna elettorale era costituito dai problemi economico-sociali, che dovrebbero consentire alla sinistra una maggiore capacità di attrazione e di consenso verso l’elettorato. Ma così non è stato e fa rabbrividire la dichiarazione di Bossi quando dice che: “Il vero partito dei lavoratori siamo noi”.
Eppure il punto è proprio questo. Prima che politica, la sconfitta della sinistra è sociale e culturale. Il ruolo della sinistra va ricostruito nella società, prima ancora che nella sua dimensione politica. La sinistra (inclusa quella ecologista) non sa più parlare al paese (e non sa più interpretarlo) e sta perdendo il suo radicamento sociale e territoriale (che invece la Lega, seppur in modo perverso, riesce ad interpretare) a favore di una mediatizzazione della politica, che fa dei partiti sempre di più realtà virtuali e volatili. Anche a sinistra i partiti sono ormai dei meri comitati elettorali, anch’essi, in parte, frequentati da “nani e ballerine” in cerca di gloria. E’ vero – per rendere giustizia a tutte le ragioni di questa sconfitta – che la bipolarizzazione del voto ha influito pesantemente sull’esito finale, ma la bipolarizzazione e la divisione nel centro sinistra c’erano anche nel 2001 e allora le cose andarono diversamente. Rifondazione Comunista sfiorò il 6%. Ma è anche vero che due anni di governo Prodi hanno logorato una base elettorale che sperava nel cambiamento e ha ricevuto invece aumenti delle spese militari, il Dal Molin e l’elusione del tema della redistribuzione sociale, dell’aumento dei salari, della lotta alla precarietà. Tutto questo ha pesato.
La delusione dei movimenti sociali e dell’associazionismo è stata anch’essa forte, e oggi lo è ancora di più di fronte ad uno scenario in cui i temi dei diritti sociali, della pace, dell’ambiente, del modello di sviluppo rischiano di uscire definitivamente dall’agenda politica del paese. Concretamente ci si può attendere da Berlusconi la solita politica economica redistributiva a favore dei ceti medio-alti, molte grandi opere (di nuovo il Ponte sullo Stretto), una riduzione compassionevole del welfare (bonus bebè, filantropia, ecc.), criminalizzazione degli immigrati e una politica estera filo-americana (almeno speriamo vinca Obama).
Di fronte a questo scenario ci aspetta il compito di una rinnovata azione di contrasto, di sensibilizzazione e di proposta, rivendicando per noi il ruolo di soggetto politico che aupica pari dignità con i partiti. A sinistra dovrebbero uscire dall’autoreferenzialità dei ceti politici e avere la forza di azzerare i propri gruppi dirigenti, sciogliendo le proprie organizzazioni (oltre le federazioni e le confederazioni) in una formazione nuova che dia il segno di una discontinuità reale. Il PD dovrebbe avere la forza di farsi carico (non è detto che lo debba condividere) di quel conflitto sociale che inevitabilmente si produrrà nei prossimi mesi e che rischia di rimanere – con pesanti effetti sulla democrazia reale – senza rappresentanza politica ed istituzionale. Per quanto riguarda noi, dobbiamo essere capaci – di fronte a questo risultato elettorale – di continuare a lavorare per un’ “altra politica” con l’allargamento dello spazio pubblico della democrazia e della partecipazione – che deve essere ancorato verso “il basso”, nella vita quotidiana delle comunità – per tenere aperte le porte della trasformazione sociale ed economica del paese. Non sarà facile, ma vale sicuramente la pena continuare a provarci.


di Giulio Marcon

Le elezioni del 13 e 14 aprile rappresentano una eredità pesante anche per i movimenti sociali e l’associazionismo impegnati per il cambiamento e la trasformazione sociale. Non solo per la vittoria elettorale del centro-destra (comunque da mettere nel conto), ma più in generale per lo spostamento sociale e culturale in atto nel paese. I partiti di centro destra che nel 2006 avevano raccolto il 49% dei consensi (Forza Italia, An, Lega, Udc) sono passati – incluse diaspore varie come la Destra di Storace – al 56%. La Lega nel Nord si avvicina ad un quarto dell’elettorato e persino in Emilia Romagna supera il 7%. Il PD non sfonda (nè al centro, nè a sinistra) e –guardando al futuro – così non va da nessuna parte e si condanna alla sconfitta permanente. La Sinistra Arcobaleno non solo tracolla di 7 punti percentuali e perde voti verso il PD e le astensioni, ma perde voti anche verso il centro destra (almeno il 2-3%), e nel Nord verso la Lega. Un vero disastro, se si tiene conto che uno dei temi prevalenti di questa campagna elettorale era costituito dai problemi economico-sociali, che dovrebbero consentire alla sinistra una maggiore capacità di attrazione e di consenso verso l’elettorato. Ma così non è stato e fa rabbrividire la dichiarazione di Bossi quando dice che: “Il vero partito dei lavoratori siamo noi”.

Eppure il punto è proprio questo. Prima che politica, la sconfitta della sinistra è sociale e culturale. Il ruolo della sinistra va ricostruito nella società, prima ancora che nella sua dimensione politica. La sinistra (inclusa quella ecologista) non sa più parlare al paese (e non sa più interpretarlo) e sta perdendo il suo radicamento sociale e territoriale (che invece la Lega, seppur in modo perverso, riesce ad interpretare) a favore di una mediatizzazione della politica, che fa dei partiti sempre di più realtà virtuali e volatili. Anche a sinistra i partiti sono ormai dei meri comitati elettorali, anch’essi, in parte, frequentati da “nani e ballerine” in cerca di gloria. E’ vero – per rendere giustizia a tutte le ragioni di questa sconfitta – che la bipolarizzazione del voto ha influito pesantemente sull’esito finale, ma la bipolarizzazione e la divisione nel centro sinistra c’erano anche nel 2001 e allora le cose andarono diversamente. Rifondazione Comunista sfiorò il 6%. Ma è anche vero che due anni di governo Prodi hanno logorato una base elettorale che sperava nel cambiamento e ha ricevuto invece aumenti delle spese militari, il Dal Molin e l’elusione del tema della redistribuzione sociale, dell’aumento dei salari, della lotta alla precarietà. Tutto questo ha pesato.

La delusione dei movimenti sociali e dell’associazionismo è stata anch’essa forte, e oggi lo è ancora di più di fronte ad uno scenario in cui i temi dei diritti sociali, della pace, dell’ambiente, del modello di sviluppo rischiano di uscire definitivamente dall’agenda politica del paese. Concretamente ci si può attendere da Berlusconi la solita politica economica redistributiva a favore dei ceti medio-alti, molte grandi opere (di nuovo il Ponte sullo Stretto), una riduzione compassionevole del welfare (bonus bebè, filantropia, ecc.), criminalizzazione degli immigrati e una politica estera filo-americana (almeno speriamo vinca Obama).

Di fronte a questo scenario ci aspetta il compito di una rinnovata azione di contrasto, di sensibilizzazione e di proposta, rivendicando per noi il ruolo di soggetto politico che aupica pari dignità con i partiti. A sinistra dovrebbero uscire dall’autoreferenzialità dei ceti politici e avere la forza di azzerare i propri gruppi dirigenti, sciogliendo le proprie organizzazioni (oltre le federazioni e le confederazioni) in una formazione nuova che dia il segno di una discontinuità reale. Il PD dovrebbe avere la forza di farsi carico (non è detto che lo debba condividere) di quel conflitto sociale che inevitabilmente si produrrà nei prossimi mesi e che rischia di rimanere – con pesanti effetti sulla democrazia reale – senza rappresentanza politica ed istituzionale. Per quanto riguarda noi, dobbiamo essere capaci – di fronte a questo risultato elettorale – di continuare a lavorare per un’ “altra politica” con l’allargamento dello spazio pubblico della democrazia e della partecipazione – che deve essere ancorato verso “il basso”, nella vita quotidiana delle comunità – per tenere aperte le porte della trasformazione sociale ed economica del paese. Non sarà facile, ma vale sicuramente la pena continuare a provarci.

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