Cooperazione, dov’è finita l’anima?

di Emanuela Citterio – da unimondo.orgI fondi destinati alla cooperazione internazionale ammontano a circa 106 miliardi di dollari l’anno (pari allo 0,33 per cento del Prodotto interno lordo dei Paesi donatori), risorse disseminate in un ampio spettro di Paesi beneficiari, distribuite tra una miriade di agenzie di cooperazione e un’infinità di progetti. Una cifra insufficiente per combattere la povertà, affermano gli esperti. Ma per far funzionare la cooperazione internazionale è sufficiente aumentare aiuti e risorse economiche? La buona cooperazione è (solo) una questione di soldi?

di Emanuela Citterio – da unimondo.orgI fondi destinati alla cooperazione internazionale ammontano a circa 106 miliardi di dollari l’anno (pari allo 0,33 per cento del Prodotto interno lordo dei Paesi donatori), risorse disseminate in un ampio spettro di Paesi beneficiari, distribuite tra una miriade di agenzie di cooperazione e un’infinità di progetti. Una cifra insufficiente per combattere la povertà, affermano gli esperti. A ripeterlo sono le organizzazioni non governative che promuovono progetti di sviluppo nel Sud del mondo, i cui comunicati invitano spesso i Paesi donatori a rispettare l’impegno preso di destinare lo 0,7 per cento del loro Prodotto interno lordo all’aiuto allo sviluppo. Ma per far funzionare la cooperazione internazionale è sufficiente aumentare aiuti e risorse economiche? La buona cooperazione è (solo) una questione di soldi?

Dopo sessant’anni di cooperazione (il 1948 è considerato data di inizio del cosiddetto «aiuto allo sviluppo», con l’istituzione di Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale) il dibattito sulla qualità e l’efficacia degli aiuti è più attuale che mai.

In Italia, in particolare, il 2008 potrebbe l’anno giusto per «fare il tagliando» alla cooperazione. È in corso d’opera una nuova legge sulla cooperazione: a fine di febbraio la commissione esteri del Senato ha approvato il testo che la prossima legislatura potrà usare come base per la riforma della legge 49 del 1987 sulla cooperazione allo sviluppo, ormai vecchia e inadeguata. Ma c’è fermento anche nel mondo delle ong italiane. Aifo, una delle organizzazioni storiche, nata per combattere la lebbra sull’esempio di Raoul Follereau, ha deciso di uscire dall’Associazione delle ong italiane (Aoi, che comprende 153 ong), denunciando, oltre l’assenza «di una vera rappresentanza», la mancanza di «un progetto culturale». Dall’Aoi se ne sono andate anche ong come Amref, Terre des hommes, Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo) e Cins (Cooperazione italiana nord-sud).

Da Trento, il 14 marzo, è partita un’altra provocazione. «La cooperazione allo sviluppo non sia un proiettificio» è stato il messaggio del seminario ‘Nuova cooperazione’ promosso da associazioni e ong trentine, che ha rivendicato «l’esigenza di fermarsi a pensare» per elaborare «un progetto culturale, invece di limitarsi a chiedere più fondi».

«Si sta facendo strada un nuovo approccio alla cooperazione fra i popoli» afferma Martin Nkafu, sociologo di origine camerunese e docente all’Università gregoriana di Roma. «ÃƒË† sempre più evidente che un certo tipo di solidarietà internazionale, fatta di progetti elaborati in un ufficio da qualche parte in Europa e poi trasportati in altri Paesi del mondo, sul lungo periodo è inefficace». Il professor Nkafu parla di un «equivoco» in cui molta della cooperazione internazionale è caduta. «La cooperazione non è tale se vede da una parte chi “da” e dall’altra chi riceve, senza che questi ruoli siano in qualche modo interscambiabili, anche se in modo diverso. Le culture africane ci aiutano a recuperare una categoria importante per uscire da questo equivoco, quella di “comunità”. Cooperazione è essenzialmente condivisione e reciprocità: nessuno è così povero da non poter dare nulla e nessuno è così ricco da non aver bisogno di quel che gli altri possono dargli». Martin Nkafu parla dell’esigenza di recuperare una «spiritualità della cooperazione». «Se io sono un dono per te, anche tu lo sei per me, questo dovrebbe essere l’atteggiamento di chi va in un altro Paese a fare cooperazione. Inoltre bisogna uscire da una visione dello sviluppo solo economicista e “materiale”: lo sviluppo è tale se riguarda la persona umana in modo integrale. In questo senso cooperare vuol dire scambiarsi risorse e competenze diverse, nell’ascolto reciproco».

Gli fa eco un giovane scrittore di origine nigeriana che vive negli Stati Uniti, Uzodinma Iweala. In un articolo sul Washgton Post ha preso di mira l’atteggiamento di chi vede l’Africa «come una sorta di buco nero di malattia e morte», e come eroi coloro che si spendono per la sua causa promuovendo campagne e raccolte fondi. «L’Africa non vuol essere salvata – scrive Uwodinma -. Ciò che chiede al mondo è il riconoscimento della sua capacità di avviare una crescita senza precedenti sulla base di un vero e leale partenariato con gli altri membri della comunità globale».

Negli ultimi dieci anni l’aiuto allo sviluppo ha visto moltiplicarsi attori e canali di finanziamento. Accanto ai governi e alle organizzazioni non governative è cresciuto il canale privato, con ingenti donazioni messe a disposizione da aziende e fondazioni, una su tutte quella creata da Bill Gates. Nei 106 miliardi di dollari destinati globalmente all’aiuto allo sviluppo si conteggiano però anche le cancellazioni del debito estero, l’aiuto «vincolato» all’impiego di aziende del Paese donatore nell’appalto dei servizi, i costi della macchina progettuale. Si è calcolato che la «cooperazione pura» ammonta in realtà a circa 50 miliardi di dollari e, di questi fondi, solo una parte va a finanziare le attività delle ong.

«Proprio perché le ong sono solo un anello della catena dell’aiuto umanitario dovrebbero fare da stimolo per migliorare la qualità della cooperazione» afferma Massimo Pallottino, economista e membro di una ong, la Lvia di Cuneo. Negli ultimi anni Pallottino ha collaborato al programma di riconversione del debito estero di Zambia e Guinea Conakry con i fondi raccolti dalla Chiesa italiana durante il Giubileo del 2000. Un intervento che, sia in Italia che nei due Paesi scelti, ha visto lavorare insieme società civile, governi, Chiese e ong. «In Italia le organizzazioni non governative hanno accumulato un patrimonio ricchissimo di esperienze nel Sud del mondo. Proprio per questo non dovrebbero limitarsi a chiedere più risorse, ma investire più energie per studiare, proporre, criticare, sperimentare nuovi modelli».

«La buona cooperazione non è affatto una questione di soldi» afferma Pallottino. «Escludendo gli sprechi e i casi di malacooperazione, in alcuni casi anche i soldi dati in buona fede peggiorano la situazione anziché migliorarla. In Tanzania qualche anno fa ho incontrato Nwivuata, un’associazione di base di produttori locali e contadini, vitale ed efficiente. La cooperazione francese la scelse per portare avanti un grosso progetto agricolo nel Paese, seppellendola letteralmente di denaro. Ma il meccanismo di questa organizzazione, che funzionava con piccoli crediti, andò in tilt. Nwivuata si trovò ad affrontare un compito impossibile date le sue caratteristiche, ne prese atto ed ebbe il coraggio di rifiutare un secondo finanziamento».

«C’è un modo di costruire progetti nel Sud del mondo che tende a riprodurre in altri contesti una realtà a immagine e somiglianza della nostra» continua Pallottino. «Si creano “angoli di Svizzera” nei Paesi africani, ma senza innescare delle vere dinamiche di sviluppo a vantaggio delle società locali». Pallottino indica un passaggio culturale che la cooperazione con il Sud del mondo dovrebbe fare: «Dai bisogni ai diritti. Da una logica di aiuto a una di co-sviluppo. Ma per farlo è necessario anche cambiare metodo e punto di vista, dall’ “io parlo per te” a “io sono un attore di cambiamento insieme ad altri” nel creare le condizioni per far crescere dignità e diritti».

Una logica che chiama in causa la corresponsabilità. È passata alla storia, in proposito. una frase che Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, pronunciò all’assemblea dell’Onu il 4 ottobre 1984: «Incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità degli aiuti. Ma in generale la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente. Ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale». Sì alla cooperazione, ma a patto che non crei assistenzialismo e parassitismo, sollevando ciascun attore dalle rispettive responsabilità.

In Italia gli attori della cooperazione si sono moltiplicati anche a livello locale, dando origine a una sempre più attiva «micro-cooperazione»: le onlus che si occupano anche di solidarietà internazionale secondo una stima dell’Aoi sono circa 1.400. È cresciuta anche la cooperazione decentrata, finanziata soprattutto degli enti locali. Nel 2007 regioni, comuni e province italiane hanno destinato a gemellaggi e attività di solidarietà internazionale oltre cento milioni di euro, talora – va detto – dando più l’impressione di cercare operazioni di immagine a breve che iniziative lungimiranti.

Piccole e grandi associazioni partono per altri Paesi del mondo per costruire un pozzo, o una scuola. Ma in molti casi l’impressione è che ognuno faccia per sé, senza tener conto di esperienze ed errori precedenti.

«In Italia non ci sono degli standard di qualità ed efficacia cui gli interventi nei Paesi in via di sviluppo devono rispondere. La formazione è lasciata alla buona volontà delle singole organizzazioni» afferma Marco Missaglia, esperto in economia politica e ricercatore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale). «Per essere efficace, la cooperazione deve sempre più professionalizzarsi, conoscere meglio le situazioni, i Paesi in cui va a operare, i meccanismi economici, altrimenti in contesti complessi e diversi da quelli di partenza dei cooperanti il rischio è, a lungo termine, di creare più danni che benefici».

Dall’87, data della legge italiana sulla cooperazione, ad oggi il mondo è molto cambiato. Ma norme e strumenti a disposizione della cooperazione italiana sono ancora gli stessi e il cambiamento stenta a decollare. «Per esempio gli immigrati sono totalmente lasciati fuori dal dibattito sulla riforma della cooperazione», afferma Pallottino. Eppure le rimesse, vale a dire che i soldi che gli immigrati spediscono nei propri Paesi d’origine hanno superato il volume totale degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. «Secondo alcuni studi della Banca mondiale, nei Paesi poveri un dollaro ricevuto da un parente che lavora all’estero viene investito in modo più produttivo di un dollaro ricevuto tramite aiuti internazionali» afferma Missaglia. «Sarebbe importante valorizzare questa risorsa, le rimesse degli immigrati. I governi dovrebbero fare accordi con le banche per facilitare i trasferimenti di denaro, che oggi passano quasi esclusivamente da agenzie private. Forse è meno visibile, ma anche questa è cooperazione allo sviluppo».

IL CASO: La verità dietro le cifre

L’aiuto pubblico allo sviluppo, quello che vede come donatori i governi negli ultimi anni è cresciuto solo in apparenza. Ma è ancora indispensabile alla crescita economica e non solo dei Paesi svantaggiati. A sostenerlo, dati alla mano, è Gianni Vaggi, docente di economia e responsabile del Master in cooperazione allo sviluppo dell’Università di Pavia. «Negli anni 90 l’aiuto pubblico allo sviluppo ha ristagnato, attestandosi per parecchio tempo attorno ai 50 miliardi di dollari annui, fino a toccare punte in negativo di 35 miliardi. Dopo la conferenza di Monterrey del 2002 c’è stata una ripresa della cifra che i governi contabilizzano come aiuto pubblico allo sviluppo». Ma con un grosso problema. «Contrariamente a quello che si era stabilito in sede internazionale, nella cifra totale dichiarata dai governi sono conteggiate cancellazioni del debito, fondi di emergenza e assistenza tecnica per la realizzazione dei progetti». Secondo Vaggi l’aiuto pubblico allo sviluppo è tuttora indispensabile per gli interventi su larga scala. «Penso soprattutto alle infrastrutture nei Paesi poveri, alla gestione dell’acqua e dell’energia, a reti stradali, porti, sistemi di comunicazione. I Paesi più deboli hanno ancora bisogno di aiuti per realizzare questo tipo di interventi, che si sono dimostrati fondamentali per la crescita economica e anche per lo sviluppo umano. E questi progetti non li possono fare le ong e nemmeno Bill Gates, spetta ai governi locali con l’appoggio di fondi internazionali». (e.c.)

Fonte: Mondo e Missione

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