Tibet: Amnesty condanna la repressione, subito inchiesta Onu


Human Right Watch e Amnesty International e condannano la repressione delle forze di sicurezza cinesi nei confronti dei manifestanti di Lhasa nel Tibet e chiedono alle autorità di Pechino di usare moderazione nella reazione alle manifestazioni e di autorizzare un’inchiesta indipendente dell’Onu sui fatti. "Le autorità cinesi devono permettere lo svolgimento di un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sugli avvenimenti dell’ultima settimana in Tibet in particolare alla luce del blocco della regione questi ultimi giorni e delle violazioni dei diritti umani in corso da tempo" – riporta un comunicato di Amnesty International.

Anche il Dalai Lama ha chiesto l’avvio di un’inchiesta internazionale. "Per favore indagate da soli, se possibile lo faccia qualche organizzazione rispettata a livello internazionale, indaghi su che cosa è successo, su qual è la situazione e quale la causa. Tutti vogliono sapere, me compreso, chi ha davvero creato questi problemi adesso?" – ha detto il Dalai Lama durante l’incontro con la stampa. "Ognuno sa qual è il mio principio, completa non violenza, perché la violenza è quasi come un suicidio" – ha proseguito. "Ma che il governo cinese lo ammetta o no, c’è un problema. Il problema è che l’eredità culturale nazionale è in una fase di serio pericolo. La nazione tibetana, la sua antica cultura muore. Tutti lo sanno. Pechino semplicemente si affida all’uso della forza per simulare la pace, ma è una pace creata con l’uso della forza e il governo del terrore. Un’armonia genuina deve venire dal cuore del popolo, sulla base della fiducia, non della paura".

In assenza di riscontri indipendenti, i bilanci dei disordini continuano a restare fermi ai 10 morti ‘ufficiali’ forniti dal governo cinese mentre il governo in esilio (a cui si rifanno i manifestanti) oggi ha parlato di 80 morti ammettendo di avere a disposizione "cifre difficilmente verificabili" – riporta l’agenzia Misna. Il Governo cinese ha lanciato un ultimatum ai manifestanti affermando che entro lunedì, la protesta deve finire "se non si vogliono conseguenze ancora più gravi" – riporta Asianews. Secondo alcuni testimoni, le strade di Lhasa ieri sono state presidiate da carri armati e blindati. Alcuni battaglioni dell’esercito cinese di liberazione popolare, in tenuta anti-sommossa, hanno circondato le mura dei maggiori monasteri della capitale e secondo Radio Free Asia, diversi monaci sarebbero stati arrestati.

Intanto le proteste sono dilagate oltre Lhasa, nella provincia cinese di Sichuan, al confine con il Tibet e fanno registrare anche in Cina delle vittime. Lo hanno riferito fonti della Campagna internazionale per il Tibet e il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia (Tchrd), che ha sede in India. Almeno sette tibetani sono rimasti uccisi dagli spari della polizia, in seguito alle proteste scoppiate a Sichuan, una delle quattro province cinesi al confine con la regione himalayana del Tibet dove vivono molti tibetani. Gli scontri sono avvenuti nella città di Ngawa, che confina con il Tibet e ha un’ampia comunita tibetana – riporta l’agenzia Agi.

Le proteste sono nate lo scorso 10 marzo, quando centinaia di persone – divenute con il tempo migliaia – hanno manifestato a Lhasa e in altre località del Tibet per commemorare le vittime della sanguinosa repressione del 1959, attuata dal governo comunista contro la popolazione tibetana che chiedeva il ritorno dell’indipendenza. Durante quelle rivolte, il Dalai Lama – leader spirituale del buddismo tibetano – era stato costretto all’esilio. Secondo testimoni oculari riportati da Amnesty, l’11 marzo scorso la polizia cinese ha usato gas lacrimogeni e pungoli elettrici per disperdere 500 manifestanti che stavano chiedendo il rilascio di alcuni monaci arrestati nel corso delle proteste dei giorni precedenti. Lunedì 10 marzo 11 dimostranti, tra cui nove monaci, sono stati brutalmente picchiati e arrestati all’esterno del tempio di Tsuklakhang, nel centro di Lhasa – riporta Amnesty. Il gruppo stava manifestando per ricordare il 49° anniversario della fuga del Dalai Lama dal Tibet, dopo il fallimento della sua ribellione contro il dominio cinese. Nelle stesse ore sono stati arrestati una cinquantina di monaci in altre zone della capitale.

"Quello che accade in Tibet è la conferma che la Cina non intende rispettare l’impegno assunto nel 2001" – ha detto il presidente della sezione italiana di Amnesty International, Paolo Pobbiati all’agenzia Agi. "Quello che sta accadendo oggi in Tibet e non solo in Tibet dimostra che è stata una promessa vana e non mette in discussione il fatto che i giochi si svolgano a Pechino, ma la serietà dell’impegno che la Cina ha assunto per migliorare la situazione dei diritti umani". Amnesty ha chiesto "la cessazione di ogni atto di violenza da parte delle forze cinesi e la liberazione dei dimostranti che manifestavano in maniera pacifica".

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