LE MEDEE DEL TERZO MILLENNIO

di Vittoria Mancini – Quando nel 2007 (dopo aver vinto a sorpresa il festival di Cannes) è uscito il film dell’autore rumeno Mungiu 4 mesi, tre settimane e due giorni, che denunciava la situazione degli aborti clandestini nella Romania pre-Ceausescu, sembrava di ripiombare in un’atmosfera per la mia generazione lontana, un percorso a ritroso in una sorta di medioevo riservato ai paesi più poveri, dove i “diritti delle donne” non sono davvero la priorità. Intendiamoci, non che fossi persuasa di vivere in uno Stato laico dove il Vaticano non c’è e non detiene il potere di disporre del bene e del male, semplicemente consideravo determinate battaglie già vinte, già acquisite. Invece ad un anno di distanza dall’uscita di quel film che fotografa la situazione disperata di donne costrette a ricorrere all’aborto clandestino (in un paese lontano, nel tempo, dall’Europa ricca, occidentale, progressista) ci porta alla considerazione che per noi donne, di qualunque paese o cultura, non c’è nulla di scontato. Purtroppo infatti, non solo in Italia si rimette in discussione l’intrerruzione volontaria della gravidanza, ci sono paesi cosiddetti industrializzati, dove il ricorso all’aborto è sempre più difficile. Se analizziamo la situazione europea e non solo ci rendiamo conto che, ad eccezione dei paesi scandinavi, dove le interruzioni di gravidanza sono praticate in cliniche specializzate, da medici altamente qualificati e coperte interamente da un’assicuarazione pubblica – ben diverso è il quadro generale del resto del continente.

di Vittoria Mancini

Quando nel 2007 (dopo aver vinto a sorpresa il festival di Cannes) è uscito il film dell’autore rumeno Mungiu 4 mesi, tre settimane e due giorni, che denunciava la situazione degli aborti clandestini nella Romania pre-Ceausescu, sembrava di ripiombare in un’atmosfera per la mia generazione lontana, un percorso a ritroso in una sorta di medioevo riservato ai paesi più poveri, dove i “diritti delle donne” non sono davvero la priorità.

Intendiamoci, non che fossi persuasa di vivere in uno Stato laico dove il Vaticano non c’è e non detiene il potere di disporre del bene e del male, semplicemente consideravo determinate battaglie già vinte, già acquisite. Invece ad un anno di distanza dall’uscita di quel film che fotografa la situazione disperata di donne costrette a ricorrere all’aborto clandestino (in un paese lontano, nel tempo, dall’Europa ricca, occidentale, progressista) ci porta alla considerazione che per noi donne, di qualunque paese o cultura, non c’è nulla di scontato.

Purtroppo infatti, non solo in Italia si rimette in discussione l’intrerruzione volontaria della gravidanza, ci sono paesi cosiddetti industrializzati, dove il ricorso all’aborto è sempre più difficile. Se analizziamo la situazione europea e non solo ci rendiamo conto che, ad eccezione dei paesi scandinavi, dove le interruzioni di gravidanza sono praticate in cliniche specializzate, da medici altamente qualificati e coperte interamente da un’assicuarazione pubblica – ben diverso è il quadro generale del resto del continente.

In Italia e in Germania le donne devono sottoporsi ad un colloquio preliminare, l’aborto farmacologico non è ancora generalizzato, al contrario di quanto avviene in Francia e nei Paesi Bassi. In Spagna la gravidanza può essere interrotta solo nel caso in cui determini un pericolo la salute della madre. Ma non è solo un problema legislativo: anche se l’aborto è ormai nell’ordine delle cose, persiste una certa riprovazione nei confronti delle donne che vi fanno ricorso.

In Gran Bretagna l’aborto è autorizzato fino alla ventiquattresima settimana se la gravidanza presenta per la madre rischi maggiori rispetto alla sua interruzione. Eppure anche in una situazione di legislazione così aperta e liberale non mancano gli ostacoli. Sono due infatti i medici che devono approvare per iscritto la domanda di aborto, cosa che aumenta il rischio di superare i termini.

Naturalmente rimane, quella della Gran Bretagna, una situazione assolutamente positiva rispetto ad esempio a quella dell’europa dell’Est dove 44 gravidanze su mille finiscono in un aborto. L’interruzione volontaria, che costituiva lo strumento di contraccezione più adoperato per il controllo delle nascite nei regimi comunisti, è diventata in segiuto al crollo quasi inesistente. Ci sono diversi ostacoli: primo tra tutti il costo. In un contesto di privatizzazione dei servizi sanitari, le donne sono obbligate a pagare e non poco, cosa che, naturalmente, penalizza le più povere. In secondo luogo non bisogna dimenticare la potente lobby anti-abortista, spesso vicina alla chiesa ortodossa o cattolica. Questi gruppi sfruttano con successo anche il tema del declino demografico.

Ma anche nei moderni e liberali USA le cose per le donne non vanno meglio. Le tendenze anti-abortiste prendono sempre di più il sopravvento. Anche se l’aborto viene di fatto legalizzato già nel gennaio del 1973, quando la Corte Suprema pronuncia la storica sentenza "Roe vs. Wade", tale orientamento viene immediatamente messo in discussione da una serie di leggi federali. Sempre nel 1973 l’emendamento Church, permette a organizzazioni e individui che ricevono finanziamenti dallo stato federale di rifiutare di praticare l’interruzione volontaria della gravidanza per motivi morali o religiosi. Da lì la lobby antiabortista è cresciuta sempre di più, fino a quando, nel 2000, con il ritorno dei repubblicani al potere, il presidente Bush ha offerto un sostegno incondizionato ai militanti antiabortisti. La cosa sconcertante in questo quadro è l’ambiguità dei democratici, che ha reso la vittoria ideologica degli antiabotisti schiacciante.

Stessa parabola sembra delinearsi nel nostro Paese dove l’ambiguità di coloro che dovrebbero farsi garanti dei valori della laicità mette in pericolo acquisizioni di democrazia e libertà di coscienza, senza dimenticare la piaga della clandestinità che torna ad affacciarsi con prepotenza.

(dati da Le Monde Diplomatique)

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