Cooperazione: mezza riforma, iniziative delle Ong

di Gianni Ballarini, da Nigrizia – È un compromesso. Votato da tutti in Commissione Esteri del Senato. Destra e sinistra. Anche se con qualche mugugno. Soprattutto in chi vede annacquata la spinta propulsiva contenuta nel disegno di legge delega del governo, dell’aprile scorso. Ma il “Documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla politica della cooperazione allo sviluppo e sulle prospettive di riforma della relativa disciplina” è l’ossatura sulla quale il prossimo parlamento può lavorare per arrivare alla riforma della legge 49 del 1987.

di Gianni Ballarini, da Nigrizia – È un compromesso. Votato da tutti in Commissione Esteri del Senato, il 26 febbraio scorso. Destra e sinistra. Anche se con qualche mugugno. Soprattutto in chi vede annacquata la spinta propulsiva contenuta nel disegno di legge delega del governo, dell’aprile scorso.

Ma il “Documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla politica della cooperazione allo sviluppo e sulle prospettive di riforma della relativa disciplina” è l’ossatura sulla quale il prossimo parlamento può lavorare per arrivare alla riforma della legge 49 del 1987. Quella sulla cooperazione che, a 20 anni dalla sua approvazione, appare una legge vecchia di un secolo.

Certo, le premesse (e, per alcuni, le attese) erano diverse. Il 4 aprile scorso il governo, su pressione del viceministro con delega alla cooperazione Patrizia Sentinelli, aveva licenziato un disegno di legge delega in cui erano ben piantati per terra i paletti della nuova cooperazione allo sviluppo: dall’unitarietà della politica nel settore, agli stanziamenti non utilizzabili per attività militare; dalla fine dell’aiuto “legato” (quello che obbliga i paesi beneficiari ad avvalersi di beni e servizi erogati dal paese donatore), alla responsabilità della politica di cooperazione affidata al Mae (ministero affari esteri); dal ruolo importante della cooperazione decentrata, al fondo unico. E, soprattutto, l’istituzione dell’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo e la solidarietà internazionale, ente di diritto pubblico, che avrebbe dovuto attuare gli indirizzi e le finalità stabiliti dal Mae.

Ma, arrivato in Parlamento, quel disegno di legge delega è stato impallinato dall’opposizione, che si è sentita espropriata di una torta a cui avrebbe voluto mettere mano. Così, il governo ha fatto un passo indietro e l’opposizione «ha accettato di avere un approccio costruttivo e positivo sull’argomento», come si legge nel documento finale. È stato costituito un comitato ristretto all’interno della commissione esteri, guidato dal senatore del PD, Giorgio Tonini (ascolta la sua intervista). Comitato che ha lavorato, con un «metodo per consenso», a un testo unificato. Un inciucio istituzionale. Ma il coinvolgimento dell’opposizione era inevitabile, visti i numeri dell’ex maggioranza a Palazzo Madama.

Questo comitato ha tenuto una trentina di riunioni, ha ascoltato diversi attori e protagonisti, tranne i rappresentanti del mondo delle ong, perché nel frattempo il governo è caduto e i lavori hanno subito un’improvvisa accelerata.
Il documento approvato è figlio di un’opera certosina di taglia e cuci che tenta di non scontentare nessuno. Anche se il senatore di Rifondazione comunista, Francesco Martone, è rimasto perplesso fino al momento del voto.

Gli obiettivi raggiunti dall’indagine conoscitiva sono fondamentalmente tre: l’unitarietà dell’indirizzo politico nella cooperazione, soprattutto grazie alla programmazione triennale; la formalizzazione della carica del viceministro competente ad hoc; l’istituzione del fondo unico, in cui dovrebbero confluire tutte le risorse destinate attualmente a iniziative di cooperazione. La responsabilità politica spetterebbe al ministero degli esteri. Anche se poi, il dicastero delle finanze e dell’economia manterrebbe alcune delle sue competenze in materia.

Bocciata, invece, l’idea dell’Agenzia. Il timore espresso da alcuni componenti della commissione era di «non sovraccaricare, da un punto di vista procedurale e organizzativo, la cooperazione allo sviluppo di una macchina autoreferenziale, che finisca con il costare più delle risorse che si riescono ad erogare». Insomma, si è voluta evitare la nascita di un carrozzone pubblico dispendioso e inefficiente.

Non solo. Gli ambasciatori si sono opposti con tutte le loro forze all’ipotesi di una presenza in giro per il mondo delle strutture dell’Agenzia. La paura era che questi terminali, soprattutto in alcuni paesi, diventassero più forti, potenti e importanti nel rapporto economico bilaterale rispetto alla stessa ambasciata.
Resta irrisolto, quindi, il nodo di individuare la sede operativa delle scelte nel settore degli aiuti allo sviluppo. Manca quel richiamo all’istituzionalizzazione di una chiara e forte responsabilità di governo che raccolga su di sé le funzioni di coordinamento e coesione delle iniziative di cooperazione.

Avvolto nella nebbia anche il ruolo del Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo (Cics). Il documento finale lo indica come la struttura cui affidare la gestione degli indirizzi fondamentali del fondo unico. Ma la cosa è poca chiara.

E la società civile? Si ribadisce l’idea che il partenariato deve essere impostato in termini paritari e non più paternalistici. Ma tutto l’argomento «deve essere approfondito». Come deve essere approfondito «il rapporto tra cooperazione profit e no profit». E qua l’ambiguità non è sciolta. Si sottolinea, infatti, che «bisogna evitare che i fondi già modesti della cooperazione allo sviluppo siano utilizzati per iniziative che si possono ben finanziare sul mercato. Tuttavia, è vero che ci può e ci deve essere una forma di incentivazione per iniziative anche di tipo economico». Una formula che non cancella del tutto il sospetto che si possa trasformare, ancora una volta, la cooperazione in ancella, a strumento funzionale alla penetrazione commerciale e industriale del nostro paese in nuovi mercati.

Le organizzazione non governative non sono entusiaste del documento approvato a Palazzo Madama. A questo punto, attendono il nuovo parlamento per essere convocate e per dire la loro sul progetto. Nel frattempo gli Stati generali della solidarietà e cooperazione internazionale hanno invitato tutti i candidati premier, in corsa per le elezioni del 13 e 14 aprile, a discutere di questi temi in un incontro pubblico, il prossimo 10 marzo a Roma, nel corso del quale sarà presentato il decalogo della solidarietà internazionale.

Altre ong, quelle che fanno parte del Coordinamento Italiano Network Internazionali (Cini) hanno deciso di effettuare un controsondaggio elettorale sul futuro della cooperazione internazionale sempre in vista delle elezioni politiche di aprile. Nei prossimi giorni verranno rivolte ai candidati premier dieci domande su altrettante questioni legate all’aiuto allo sviluppo italiano. I risultati del sondaggio, con le risposte dei politici, saranno resi noti il 19 marzo in una conferenza stampa.

Nessuno parla più, invece, dell’ipotesi di un ministero tutto dedicato all’aiuto allo sviluppo. Anche perché chi ha toccato questo argomento ne ha pagato, caramente, le conseguenze. Come è successo a Biagio Bossone, ex direttore esecutivo alla Banca mondiale. Ex, in quanto il governo Prodi non ha gradito una sua iniziativa assunta ai tempi della campagna elettorale del 2006, e anticipata in un’intervista a Nigrizia.

Bossone aveva sottoposto ai due candidati premier – Berlusconi e Prodi – un documento nel quale si elencava la lista dei fallimenti delle politiche italiane in fatto di cooperazione allo sviluppo, e nel quale si lanciava l’idea di creare un ministero ad hoc. Iniziativa risultata indigesta a Prodi. Che, una volta diventato Presidente del consiglio, non ha confermato Bossone per un secondo mandato alla Banca Mondiale. Il dirigente si è così dimesso anche dalla Banca d’Italia, di cui era un alto funzionario. Oggi fa il libero professionista negli Usa.

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