UNA DIGA DI DENARI


di Luca Manes – Campagna Crbm

Da nigrizia.it – Il progetto Gilgel Gibe II, assegnato con trattativa privata da Addis Abeba all’azienda italiana Salini – e finanziato con 220 milioni di euro dal ministero degli affari esteri e con 50 milioni dalla Banca europea per gli investimenti – è finito nel mirino della magistratura italiana.
In amarico Gilgel vuol dire piccolo. Ma il polverone che i progetti idroelettrici etiopici di Gilgel Gibe II e III stanno sollevando è, in realtà, di proporzioni sempre più grandi. In ballo c’è il governo locale, ma ci sono anche – se non soprattutto – la cooperazione italiana, una compagnia nostrana come la Salini e un’importante istituzione finanziaria internazionale, la Banca europea per gli investimenti (Bei).
Per dipanare la matassa dei fatti bisogna fare un salto nel passato recente e portare indietro le lancette fino alla seconda metà del 2004, in pieno governo Berlusconi, allorché la direzione per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli affari esteri italiano approvò un prestito di 220 milioni di euro al governo etiopico per il finanziamento del progetto idroelettrico Gilgel Gibe II. Una montagna di denaro, ma necessaria per la realizzazione dell’opera che, secondo un accordo già siglato pochi mesi prima tra l’esecutivo di Addis Abeba e la Salini, sarebbe costata circa 400 milioni di euro.
A fine 2004 la Farnesina rompe gli indugi e concede il prestito, il più ingente mai erogato nella storia del fondo rotativo della cooperazione. Particolare da non sottovalutare, la decisione viene presa nonostante i pareri negativi del nucleo di valutazione della direzione per la cooperazione e del ministero dell’economia e delle finanze. Lo scetticismo su un possibile finanziamento a Gigel Gibe II si basa su un insieme alquanto corposo di motivazioni: l’assenza di uno studio di fattibilità, l’insufficiente attenzione alle procedure di gestione e di controllo del contratto e il fatto che l’Etiopia è uno dei paesi più poveri del pianeta, a cui l’Italia ha appena deciso di cancellare i 300 milioni di euro di debito dovuti, subito rimpiazzati da un importo di 220 milioni.

E poi l’intesa tra la Salini e Addis Abeba è avvenuta in totale assenza di una gara di appalto, bensì tramite trattativa diretta, in barba alle linee guida del ministero dell’economia e agli standard internazionali sulla trasparenza e la concorrenza. A inizio 2005 arriva un’altra sorpresa. La Banca europea per gli investimenti, ormai la più grande istituzione finanziaria del globo, con un portafoglio annuale di quasi 46 miliardi di euro, pensa bene di dare 50 milioni per Gilgel Gibe, infischiandosene delle buone pratiche europee che vorrebbero che l’aggiudicazione dei contratti pubblici non avvenga con il metodo della trattativa diretta. La Bei aggira il problema, imponendo alla Salini di indire una gara d’appalto per i sub-contratti relativi alla fornitura e alla posa degli impianti idro ed elettromeccanici.

Il provvedimento della Bei lascia perplessi la Banca mondiale e la Sace, l’agenzia italiana di credito all’export, che nega alla Salini una garanzia sul prestito di 50 milioni, motivando la decisione con le stesse ragioni addotte dal ministero dell’economia e dal nucleo di valutazione della Farnesina. Eppure, in passato la Sace non ha esitato a finanziare altri progetti che potremmo definire “controversi”.

Nel frattempo, la situazione politica in Etiopia precipita. Il governo scatena una repressione nei confronti di molti rappresentanti dei partiti d’opposizione. I lavori per il completamento di Gilgel Gibe rallentano a causa di un problema tecnico, dovuto all’assenza di preventivi studi geologici.

Arriviamo quasi ai nostri giorni e all’interessamento della Guardia di finanza e magistratura alla vicenda, per un possibile caso di corruzione, che vedrebbe coinvolti la direzione della cooperazione allo sviluppo e la Salini. Ma la saga Gilgel Gibe sembra non finire mai. È attualmente in corso la terza fase del progetto. Gli attori sono sempre i soliti: il governo locale, la Salini – che in Etiopia è da sempre molto attiva, avendo realizzato anche le dighe di Gilgel Gibe I, di Dire e di Beles, ancora in costruzione – il nostro ministero degli affari esteri e la Bei. La diga di Gilgel Gibe III, sul fiume Omo, se realizzata, sarà la più grande opera idroelettrica mai compiuta in Etiopia, con un salto di 240 metri e una potenza di 1.870 MW, per un costo complessivo di 1,5 miliardi di euro. La diga provocherà la creazione di un bacino lungo più di 150 chilometri, lo sfollamento di 3mila persone e l’alterazione dell’ecosistema di uno degli ambienti fluviali con la più grande biodiversità del continente africano. Tutto ciò, per generare energia da esportare in Kenya, senza alcun beneficio alle comunità locali.

Anche questo contratto tra la Salini e l’Eepco, la compagnia di proprietà dello stato per la gestione dell’energia elettrica, viene stipulato a trattativa diretta senza alcuna gara d’appalto internazionale. La Bei e il governo italiano – intanto passato da Berlusconi a Prodi – sembrano interessati a fornire nuovamente il loro sostegno economico, rispettivamente per 150 e 250 milioni di euro. La Sace e la Banca mondiale si chiamano, ancora una volta, fuori. Come andrà a finire e, soprattutto, il venticello della corruzione diverrà presto un uragano che travolgerà i notabili di una importante compagnia italiana e del nostro ministero degli esteri?

L’appalto in Uganda

La Salini costruttori ha vinto una mega commessa anche in Uganda. Toccherà a lei, infatti, realizzare, chiavi in mano, l’impianto idroelettrico di Bujagali, in Uganda. L’infrastruttura costerà 872 milioni di dollari e consiste in una diga sul fiume Nilo, a circa 5 miglia a nord del lago Vittoria. Lo scopo è creare una centrale idroelettrica da 250 megawatt, che dovrebbe soddisfare i bisogni elettrici del paese. La fine dell’opera è prevista per il 2011.
A investire nella struttura (110 milioni di dollari) è l’americano Blackstone Group, il più grande fondo di private equity al mondo (21,7 miliardi).

La partecipazione del fondo al progetto avverrà tramite la sua controllata Sithe Global Power, che è azionista al 50%, con la Industrial Promotion Services Kenya (legata al businessman e leader musulmano Aga Khan, che investirà 60 milioni, mentre 20 milioni arriveranno dal governo di Museveni), della Bujagali Energy Limited, una società creata ad hoc per seguire l’opera.

Non mancano, comunque, le polemiche delle organizzazioni ambientaliste, secondo le quali la diga potrebbe rivelarsi una calamità. Oltre a distruggere una della maggiori attrattive naturalistiche dell’area (le cascate di Bujagali) e a mettere a repentaglio l’ecosistema del lago Vittoria (il lago più grande del continente e il lago tropicale più grande del mondo), l’opera potrebbe non garantire affatto l’energia elettrica di cui gli ugandesi hanno bisogno, sostengono gli ambientalisti, perché il 95% della popolazione non è connesso alla rete elettrica nazionale e l’85% vive a livelli di povertà tali da non potersi neppure permettere il pagamento della bolletta. (giba)

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