Fisco: diritti positivi e diritti negativi


di Roberto Romano

Il livello e la qualità della vita dei cittadini è in qualche misura legata al livello e al target della tassazione e, più in generale, al peso delle entrate fiscali sul pil. Tanto più è alta la pressione fiscale, tanto più è possibile dare soddisfazione ai diritti positivi, cioè a quei diritti “presi sul serio”. Non diritti qualsiasi, ma diritti positivi che hanno come finalità (liberale) la libertà dal bisogno. Se analizzassimo il peso delle entrate fiscali in Europa, non è difficile accorgersi della relazione diretta e proporzionale tra diritti positivi e prelievo fiscale. Dove esiste un’adeguata pressione fiscale si osserva, anche, un adeguato stato sociale, oltre a tassi di crescita mediamente più alti, ancorché questo indicatore è molto più sensibile alla specializzazione produttiva piuttosto che alla spesa pubblica. La Danimarca ha una pressione fiscale pari al 56% del pil, la Finlandia del 52%, la Svezia del 58%, mentre paesi con delle realtà economiche meno mature hanno livelli di pressione fiscale in linea con il livello (modesto) di complessità del sistema economico, e cresce al crescere dell’integrazione con i paesi europei. La Repubblica Ceca ha una pressione fiscale del 40% del pil, l’Estonia del 36%, la Polonia del 40%. Ci sono poi i paesi fondatori dell’Unione europea con livelli di pressione fiscale che variano dal 50% del pil (Francia) al 44% (Germania). L’Italia è poco sotto la media dei paesi europei (area euro), rispettivamente 45,6% e 46,3%. Il livello di pressione fiscale non è alto-basso in generale, ma è direttamente funzionale ai diritti positivi (libertà dal bisogno) e alla complessità del sistema economico. In fondo, il fine ultimo della società moderna è sintetizzabile nella massima di Lord Acton (Storia della libertà, 1884): “Il miglior criterio in base al quale giudicare se un paese è veramente libero è il grado di sicurezza che in esso godono le minoranze”. In qualche modo l’interrogativo (retorico) di Franco Gallo (Le ragioni del fisco, etica e giustizia nella tassazione, Il mulino, 2007) ha più di un fondamento. Infatti, “Se non si fosse strutturato il diritto positivo, quale situazione sociale avremmo oggi e di quale libertà godremmo se attraverso l’intervento regolatore non fosse promossa l’equità di quello che alcuni economisti chiamano lo scambio fiscale, e se non si fossero garantiti, insieme ai diritti proprietari, anche i cosiddetti diritti “presi sul serio”, cioè i diritti di libertà dal bisogno?

In altri termini, così come non sono intangibili le quote di welfare spettanti per legge a ciascuno in sede di redistribuzione dei redditi, simmetricamente non sono intangibili nemmeno le quote proprietarie individuali. Se la persona non è homo economicus ridotto a proprietà (A. Sen), ma un soggetto che vive nelle relazioni sociali, è perfettamente lecito che sia tassata in relazione alla capacità di realizzare reddito e relazioni legate alla società stessa. D’altra parte il mercato non potrebbe esistere senza altre istituzioni (Einaudi).

Ma il conflitto tra pensiero liberale e liberista non è solo un conflitto sul funzionamento del mercato capitalistico, ma anche uno scontro tra diritti negativi (proprietari) e diritti positivi (egualitari). Lo spartiacque è determinato dal target del tributo e della spesa pubblica. Nel pensiero liberista i tributi sono visti come mero strumento di finanziamento della spesa per la sicurezza e la protezione dei diritti proprietari che si rifanno, in genere, alle cosiddette libertà negative, ma trascurano, a differenza del pensiero liberale, le libertà positive civili e sociali, cioè le libertà fruibili da ciascun individuo nell’uguaglianza, e che trovano il loro limite nella libertà degli altri e non riducono l’autorità dello stato, ma la pongono nelle mani dei cittadini. Nel pensiero liberale il tributo limita la libertà dei diritti proprietari e le potenzialità economiche dell’individuo, ma per aumentare le libertà (positiva). Sostanzialmente, se si ritiene che la libertà si espande in senso positivo nella società solo se la si associa a obiettivi di uguaglianza, il tributo nelle moderne economie è lo strumento più idoneo per conseguire il fine egualitario.

Nessuno è contento di pagare le tasse, ma “Il contribuente italiano paga (le tasse) bestemmiando lo stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana” (P. Gobetti, Rivoluzione liberale, 1924). Non è un caso che nel pensiero liberale si sia consolidata la separazione tra la persona e i diritti proprietari. I tributi non possono più essere letti con il criterio soggettivo, piuttosto devono essere considerati parte inestricabile del moderno sistema di diritti proprietari, che le stesse norme tributarie concorrono a realizzare, limitare o espandere, e di arricchimento della persona quale componente della società. Come sostiene E. Vanoni (La finanza e la giustizia sociale, 1943), “La finanza può intervenire al fine di attuare una maggiore giustizia sociale, indirizzando la propria azione redistributiva nel senso di ridurre le disuguaglianze nella ripartizione delle ricchezze, di dare stabilità al risparmio, di favorire il determinarsi delle migliori condizioni per l’occupazione e per l’incremento dei valori”. Spetta alla politica la ricomposizione del conflitto tra diritti individuali (negativi) di protezione dei diritti proprietari e i diritti sociali (positivi) che rivendicano la distribuzione delle risorse. Si tratta di calibrare l’azione fiscale come una vera e propria funzione di riparto del carico pubblico tra i “consociati”, cioè scindere il contribuente dalla sua proprietà. È per questa via che il legislatore può assumere come soggetto passivo (di imposta) coloro che pongono in essere presupposti socialmente rilevanti.

La definizione liberale della tassazione, quindi, non ha un limite “tecnico” nella pressione fiscale o nell’interesse pubblico. La pressione fiscale e l’intervento pubblico sono l’altra faccia della medaglia dell’economia moderna e della evoluzione storica dei diritti positivi. Indiscutibilmente la riduzione delle tasse comporta-determina l’interesse dell’opinione pubblica ma, allo stesso tempo, spezzerebbe la correlazione tra il dovere contributivo solidaristico e il finanziamento delle spese pubbliche e sociali, cioè si creerebbe una frattura tra giustizia fiscale e giustizia sociale. La stessa Costituzione Repubblicana non indica nessun limite. Infatti, c’è scritto “capacità contributiva” come parametro del dovere di contributo, ovvero il legislatore è legittimato ad allargare l’area della contribuzione alle spese pubbliche e sociali, consentendogli di selezionare i presupposti di imposta in ragione della maggiore articolazione della realtà economica. Sostanzialmente il legislatore è legittimato ad assoggettare a tassazione anche quelle ricchezze il cui valore è dato da elementi virtuali e non esclusivamente patrimoniali.

In qualche modo il dibattito politico nazionale e in parte europeo sul giusto livello di pressione fiscale non solo è improprio, ma legittima una concezione del sistema economico liberista e teso a privilegiare i diritti (negativi) della proprietà.

Qualunque sia l’esito finale del dibattito sul tipo e target di tributi, l’importante è non abbandonale il solco liberale del diritto positivo, cioè la libertà da bisogno.

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