Cluster bombs: a Wellington posizione poco chiara dell’Italia

"Una posizione poco cristallina" – cosi la Campagna italiana a contro le Mine definisce la posizione dei rappresentanti del Governo italiano alla Conferenza di Wellington, quarta tappa del Processo di Oslo per mettere al bando le munizioni cluster, in corso in questi giorni. "Partecipare ad un processo per la messa al bando di armi inumane e indiscriminate come le bombe cluster e al contempo aprirsi a posizioni tese ad indebolire il testo del futuro Trattato, mette a nudo la debolezza del dichiarato impegno del nostro Paese sul piano umanitario di fronte a logiche di schieramento politico" – dichiara Giuseppe Schiavello, Direttore della Campagna Italiana contro le Mine. La Conferenza di Wellington (18-22 febbraio) vede la partecipazione di 122 Stati, rappresentanti della società civile, e vittime delle cluster provenienti da 38 Paesi.

da unimondo.org – mercoledì, 20 febbraio, 2008

"Una posizione poco cristallina" – cosi la Campagna italiana a contro le Mine definisce la posizione dei rappresentanti del Governo italiano alla Conferenza di Wellington, quarta tappa del Processo di Oslo per mettere al bando le munizioni cluster, in corso in questi giorni. "Partecipare ad un processo per la messa al bando di armi inumane e indiscriminate come le bombe cluster e al contempo aprirsi a posizioni tese ad indebolire il testo del futuro Trattato, mette a nudo la debolezza del dichiarato impegno del nostro Paese sul piano umanitario di fronte a logiche di schieramento politico" – dichiara Giuseppe Schiavello, Direttore della Campagna Italiana contro le Mine.

La Conferenza di Wellington (18-22 febbraio) vede la partecipazione di 122 Stati, rappresentanti della società civile, dell’associazionismo e vittime delle cluster provenienti da 38 Paesi. Come previsto dalla Cluster Munition Coalition (CMC), la coalizione internazionale di ONG impegnate nella campagna contro l’uso di queste armi indiscriminate, i temi di confronto più acceso riguardano le possibili eccezioni su alcuni tipi di munizionamento cluster, la proposta di inserire un periodo di transizione per ritardare l’effettiva entrata in vigore dei divieti contenuti nel trattato e, soprattutto, la “preoccupazione” espressa da alcuni Paesi, tra cui il nostro, sui possibili effetti di tali divieti sulle operazioni militari congiunte con Paesi che non vi aderiranno.

"Il problema delle operazioni interforze è stato sollevato da numerose delegazioni, tra cui quella del Giappone, che è arrivato a proporre un’eccezione aberrante ai divieti contenuti nel trattato tale da consentire agli stati che vi aderiscano di partecipare ad operazioni militari nelle quali altri Stati facciano uso di questo tipo di munizioni" – afferma la Campagna italiana. Questa posizione – che indebolirebbe la portata del divieto fino a vanificarla – è stata sottoscritta da numerosi altri Stati, tutti alleati degli Stati Uniti, come Australia, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Slovacchia e Turchia. Gli Stati Uniti, pur non partecipando al Processo di Oslo, hanno recentemente esercitato pressioni diplomatiche su diversi Stati con visite ufficiali. L’Italia ha menzionato nel suo intervento la preoccupazione su questo punto senza però aderire alla proposta giapponese.

“La logica dell’allineamento alle posizioni di alleati più potenti non può e non deve avere il sopravvento sull’esigenza di tutelare le popolazioni civili dall’uso di sistemi d’arma chiaramente lesivi dei diritti umani e dei dettami del diritto internazionale umanitario” – aggiunge Schiavello ricordando che l’uso di munizioni cluster – per loro stessa natura incapaci di distinguere tra obiettivi civili e militari – in prossimità di centri abitati costituisce una violazione del principio di protezione della popolazione civile sancito dall’art 51 del primo protocollo delle Convezioni di Ginevra. Va sottolineato che due Paesi membri della NATO, la Norvegia (promotrice del Processo di Oslo) e il Belgio (primo Paese al mondo a mettere al bando queste armi con una legge) insistono sul fatto che un nuovo Trattato non inciderà negativamente sulle operazioni interforze, come già accaduto nel caso della Convenzione di Ottawa per la messa al bando delle mine antipersona.

“Urge una riflessione sulla reale necessità di legare il tema della sicurezza e la stabilità nazionale ed internazionale al doppio filo di una corsa agli armamenti incontrollata,” continua Schiavello, ricordando come in una recente intervista il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema abbia indicato l’argomento disarmo come un tema prioritario della prossima agenda di Presidenza Italiana del G8. “Le prossime elezioni lasciano spazio ai candidati per esprimersi su questo tema delicatissimo, sempre corteggiato con dichiarazioni d’intenti invariabilmente seguite da pochissimi fatti, se non addirittura da eclatanti smentite. Sarebbe ora che i nostri politici dimostrassero il coraggio di far prevalere nella pratica i principi umanitari che spesso proclamano, non rimanendo – come spesso accade – dominati da considerazioni strategico-militari care ai produttori di armi” – conclude Schiavello.

Le cluster bomb sono in assoluto le armi più pericolose per le popolazioni e, in questo senso, hanno preso il posto delle mine anti-uomo, ufficialmente bandite grazie al Trattato di Ottawa del 1997. In Kosovo nel 1999 e in Iraq nel 1993 hanno ucciso più civili di tutte le altre armi usate in questi conflitti. Furono utilizzate in maniera massiccia anche nella guerra dell’estate 2006 tra Israele e le milizie sciite di Hezbollah (oltre un milione secondo le ultime stime), e in un anno dalla fine del conflitto hanno ammazzato più di duecento tra pastori, agricoltori e bambini che, per le loro forme e colori, le avevano scambiate per giocattoli. A Wellington sono presenti circa 500 delegati di 122 Stati, ma mancano all’appello i maggiori produttori mondiali di bombe a grappolo: Cina, Russia e Stati Uniti.

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