Oltre il G8 per dare una risposta alle sfide del pianeta

Con ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti i tragici fatti del G8 di Genova del 2001 ed i momenti difficili vissuti dal nostro paese e sulle cui responsabilità politiche nessuno ha avuto ancora il coraggio di fare chiarezza, l’Italia si appresta ad ospitare nel 2009 in Sardegna – in un luogo simbolico quale La Maddalena – un nuovo vertice dei paesi del G8. Il mondo cambia velocemente, con nuovi attori che si affacciano sulla scena mondiale, e soprattutto emergenze di portata planetaria che richiedono risposte immediate, innovative ed efficaci. Il G8 sembra quasi ignorare questi cambiamenti e cerca solamente di ricondurre nell’alveo della sua discussione ed operato i nuovi problemi da affrontare.

Documento politico a cura di:
Antonio Tricarico, Francesco Martone, Alberto Zoratti, Giulio Marcon

Con ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti i tragici fatti del G8 di Genova del 2001 ed i momenti difficili vissuti dal nostro paese e sulle cui responsabilità politiche nessuno ha avuto ancora il coraggio di fare chiarezza, l’Italia si appresta ad ospitare nel 2009 in Sardegna – in un luogo simbolico quale La Maddalena – un nuovo vertice dei paesi del G8. Il mondo cambia velocemente, con nuovi attori che si affacciano sulla scena mondiale, e soprattutto emergenze di portata planetaria che richiedono risposte immediate, innovative ed efficaci. Il G8, rappresentativo della triade che dalla fine degli anni ’70 ha dominato la politica internazionale e promosso la globalizzazione economica che oggi viviamo – ossia Stati Uniti, Unione Europea e Giappone – sembra quasi ignorare questi cambiamenti e cerca solamente di ricondurre nell’alveo della sua discussione ed operato i nuovi problemi da affrontare.

Nato per smussare i conflitti economici, finanziari e monetari tra le tre aree interessate, con il tempo il G8 è passato a occuparsi di questioni varie, non sempre e soltanto economiche, quali la lotta alla povertà ed il cambiamento climatico. Un modo per rimanere attuale e cercare di guidare processi che andavano ben oltre le capacità ed i ruoli dei paesi interessati. L’ingresso della Russia nel Club dei sette in realtà è stato più un sancire la vittoria del sistema occidentale su quello sovietico che una vera inclusione strategica del gigante russo, che per altro è sempre più in contrasto con le politiche occidentali e con il concetto stesso di rispetto dei diritti civili.

Ma soprattutto, gli incontri sono diventati un circo mediatico in cui i governi prendono impegni che poi non rispettano, delegittimando così ancor di più la credibilità degli otto paesi. Un gruppo di paesi che, per altro, collettivamente non ha mai avuto una legittimità al pari delle organizzazioni internazionali, dal momento che è nato informalmente come “club” per poi diventare uno spazio politico nevralgico per le relazioni internazionali negli ultimi tre decenni, che spesso ha delegittimato di fatto l’azione delle istituzioni del sistema Nazioni Unite.
Da notare, comunque, che anche quel presunto clima di dialogo e confronto informale tra gli otto “grandi” tanto decantato – ed ancora difeso dal presidente Prodi come valido e produttivo – è in realtà solo un mito superato da tempo.

Continuare a convocare summit del G8 per affrontare questioni che riguardano l’intero pianeta è frutto di arroganza e miopia politica. Le sfide sono tali che è giunto il momento di andare oltre e pensare ad altre modalità di dialogo tra vecchie e nuove potenze e tra i blocchi rappresentativi delle varie regioni del pianeta, incluse quelle più povere e spesso trascurate. Il ministro degli esteri D’Alema ha già più volte sollevato la necessità nel 2009 di allargare l’incontro del G8 alle principali economie emergenti, creando di fatto un G14. Tra i nuovi invitati ci dovrebbe essere Cina, India, Sud Africa, Brasile, Messico e Egitto. Va notato che il processo di Heiligendamm, lanciato allo scorso summit in Germania per consultare su alcuni temi questi paesi, tranne l’Egitto, ha trovato subito le critiche delle economie emergenti che lo considerano limitato ed un modo per non riconoscere invece la loro legittimità a sedersi allo stesso tavolo ed a pari titolo con le vecchie potenze.

Futili sembrano essere in particolare le resistenze ad aprire il G8 alla Cina, la nuova super-potenza che si affaccia con forza sulla scena mondiale, come se quando si discute di politica monetaria, commercio internazionale, cambiamenti climatici o sicurezza si possa tenere fuori dalla porta il gigante asiatico ed avere allo stesso tempo una discussione valida che riesca a produrre qualche cambiamento concreto a livello mondiale.

Per altro già da alcuni anni si incontrano una volta l’anno i ministri dell’economia dei 20 paesi più ricchi al mondo, il cosiddetto G20, che include ovviamente anche le economie emergenti. Ma sarebbe limitato pensare che un forum più tecnico, se non tecnocratico, che politico possa dare risposte alle sfide globali, che non si limitano solamente alle questioni economiche e finanziarie.
Va notato, in ogni caso, che su questioni cruciali del riassetto dell’architettura finanziaria internazionale, quali la riforma del sistema di governo interno della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, nonché la quadratura nei negoziati commerciali internazionali del Round di Doha, il G20 è stato fino ad oggi abbastanza fallimentare. Anche i vari raggruppamenti ad hoc tra i paesi forti che sono emersi in via informale nei negoziati della Wto – G4, poi G6 e quindi un nuovo G8 bilanciato Nord-Sud – non hanno prodotto significativi risultati, se non sollevare le ire dei paesi esclusi da questi incontri.

La globalizzazione economica, a fronte di un modello liberista che ormai inizia a mostrare tutti i suoi limiti e di scelte economiche e sociali diverse che iniziano ad emergere in alcune parti del pianeta, ha bisogno di una cassa di compensazione politica, se si vogliono evitare per tempo i conflitti di domani. Le sedi delle Nazioni Unite, quali l’Ecosoc, preposte a coprire le questioni economiche e sociali, sono sempre state esautorate del loro ruolo, volutamente. Nonostante il lento ritorno di attenzione ad alcuni processi nelle Nazioni Unite a cui assistiamo, la strada è ancora lunga per ottenere una riforma effettiva di questo consesso internazionale che lo renda subito efficace oltre che rappresentativo. Si prenda ad esempio il caso dei cambiamenti climatici, su cui è difficile raggiungere un accordo innovativo siglato da tutti i paesi, come emerso drammaticamente nel corso dell’ultima conferenza sul clima tenutasi a Bali nel dicembre 2007.

L’attuale processo di riforma dell’Ecosoc – consiglio che include 54 paesi, ma che a differenza del consiglio di sicurezza deve riportare sempre all’Assemblea Generale dell’ONU – ha confermato nel 2005 la centralità di questo organo delle Nazioni Unite nell’affrontare materie economiche e sociali, che quindi si incontrerà una volta l’anno a livello ministeriale per discutere l’attuazione degli obiettivi di sviluppo – elevando così il suo profilo politico – ed ogni due anni servirà come Forum sulla cooperazione allo sviluppo. Ma avere un Ecosoc che agisce come “consiglio internazionale di sviluppo” non è sufficiente, soprattutto per riportare nell’alveo delle priorità fissate in sede Nazioni Unite tutte le istituzioni economiche e finanziarie internazionali.

Va notato che diversi governi e soggetti autorevoli sulla scena internazionale negli ultimi anni hanno già menzionato proposte di creazione di un Consiglio politico internazionale su materie economiche e sociali per governare la globalizzazione. Tra queste: un ulteriore potenziamento dei poteri dell’Ecosoc senza mettere mano alla riforma della Carta delle Nazioni Unite; la creazione di un G20 (o G20+) fuori del contesto delle Nazioni Unite, come proposto dalla International Task Force on Global Public Goods; oppure la nascita di un Consiglio di Sicurezza Economico e Sociale, che vada ben oltre l’attuale Ecosoc e riformi quindi l’intero sistema Nazioni Unite, come richiesto dal governo francese e da settori del governo tedesco, e per altro segnalato chiaramente nel programma di governo dell’Unione in Italia.

Sorprendentemente, ed allo stesso tempo con forte realismo politico, l’autorevole Coherence Panel incaricato della riforma del sistema delle Nazioni Unite nelle aree dello sviluppo, dell’ambiente e dell’aiuto umanitario, nelle sue raccomandazioni per la riforma dell’Ecosoc ha proposto di creare nell’ambito di questo consiglio un Global Leader’s Forum, detto L27. Questo comprenderebbe i capi di stato della metà dei 54 membri dell’attuale Ecosoc, che ruoterebbero sulla base di un’equa rappresentazione geografica. Non avrebbe una funzione decisionale, ma un ampio mandato tematico per guidare la comunità internazionale in materia di sviluppo e promozione dei beni pubblici globali, sviluppare un quadro strategico per assicurare coerenza e continuità tra le politiche delle varie istituzioni internazionali, e quindi promuovere consenso tra i governi su soluzioni integrate per i problemi globali di carattere economico, sociale ed ambientale.
Va notato che la proposta del Coherence Panel trova il sostegno diretto di Gordon Brown, del sottosegretario americano Josette Sheeran e dei primi ministri di Norvegia, Pakistan e Mozambico.

Un L27 che renderebbe l’Ecosoc più politico ed efficiente, senza far perdere rappresentanza ed autorevolezza potrebbe aprire finalmente la strada alla riforma della governance globale.
Un primo passo importante in tal senso dovrebbe venire proprio da coloro che hanno ridotto questo spazio negli ultimi decenni, a partire dai governi del G8. Allargare semplicemente il G8 alle economie emergenti non basta, soprattutto se non si vuole evitare di ripercorrere gli errori del passato, ed evitare di raggiungere una nuova “Yalta” economica che rispetti i nuovi equilibri tra vecchie e nuove potenze, ma ignori gli importanti sviluppi politici che sono in corso in altri paesi e regioni del pianeta non considerati tra i più ricchi e potenti.
La trasformazione del G8 in un consesso più rappresentativo, quale un L27, per poi essere ricondotto nel contesto delle Nazioni Unite facendo maturare così una riforma profonda dell’Ecosoc, sarebbe il primo passo tangibile verso una maggiore democrazia a livello globale.

Ciò oggi è possibile, se c’è volontà politica di condurre questa battaglia. Il governo Prodi, che si definisce multilateralista ed attento ai paesi più poveri, soprattutto all’Africa, non deve perdere l’opportunità unica di produrre un cambiamento epocale nella governance mondiale, avviando un processo di democratizzazione dei processi decisionali a livello globale. Per fare ciò serve leadership e coraggio ora. Cambiare la governance internazionale è qualcosa che costa ben poco denaro pubblico, ma ha un alto costo politico che si deve spendere.
Per fare ciò è necessario da subito che già sotto la presidenza giapponese del G8 il governo italiano inizi a tessere la tela del cambiamento facendo capire ai partner che bisogna andare oltre il G8.
Il dialogo e l’inclusione della società civile del Nord come del Sud del pianeta sarebbero cruciali per aiutare a costruire un consenso politico forte su questa proposta a livello internazionale.

Le priorità di un tale nuovo consesso mondiale da convocare in Italia nel 2009 dovrebbero essere subito due e mirate a promuovere e garantire a tutti i cittadini del pianeta due beni pubblici globali fondamentali, visti i recenti sviluppi internazionali: la stabilità climatica e quella finanziaria. Cambiare si può, bisogna in primo luogo volerlo. Altrimenti sarebbe meglio soprassedere alla liturgia del G8 per l’ennesima volta e lasciare La Maddalena finalmente libera da forze di sicurezza e protezioni militari.

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