Le campagne europee per i servizi pubblici. contesti, attori, prospettive

di Giulio Marcon e Duccio Zola
Articolo pubblicato in Quale Stato, n. 3-4, 2007, pp. 224-237


Sulla difesa dei servizi pubblici e di interesse generale in Europa si gioca una sfida fondamentale che vede movimenti e sindacati come protagonisti, e come posta in gioco la salvaguardia della parte migliore del modello sociale europeo: welfare universalistico, ruolo del settore pubblico nell’organizzazione dei servizi e nella programmazione dell’economia, cittadinanza sociale realmente inclusiva. Il contesto è quello della lotta al neoliberismo e alla mercificazione di diritti e servizi fondamentali per la comunità.
In questi anni il neoliberismo ha ridotto i diritti a bisogni, i cittadini a clienti o a consumatori, il welfare ad una serie di “mercati sociali”. E’ oggi in atto un processo di ri-mercificazione di beni e servizi che decenni di lotte del movimento operaio nel XX secolo avevano sottratto alla logica mercantile e del profitto. I passaggi sono noti: il Patto di Stabilità e di Crescita (da Maastricht in poi) e anche i documenti che sembravano poter affermare un nuovo orizzonte politico e sociale, come la Carta dei Diritti approvata a Nizza ed il Trattato per la Costituzione Europea, hanno derubricato progressivamente il ruolo del settore pubblico non solo in economia, ma anche nella gestione e nella programmazione dei servizi sociali e di utilità generale.
E poi la Direttiva Bolkestein. In alcuni paesi dell’Unione Europea (UE) ci si è incamminati sulla strada da essa indicata: in Italia, il governo italiano ha proposto nell’autunno del 2006 un disegno di legge (il cosiddetto “DDL Lanzillotta”) che, se approvato, imporrebbe ai Comuni la generalizzata privatizzazione dei servizi pubblici locali. Dai trasporti all’energia, dall’acqua alla gestione del territorio il processo di ri-privatizzazione è stato rapido ed imponente, dimostrando spesso la fallacia degli assunti di maggior efficacia ed efficienza – e di risparmio per i “consumatori” – che ne stavano alla base.

Ecco perché campagne e movimenti, società civile e sindacati hanno progressivamente assunto questi temi come elementi centrali per la costruzione di alternative credibili di un’altra economia e di un modello di welfare realmente universalistico. Le mobilitazioni per la tutela dei servizi pubblici in Europa sono direttamente collegate al processo di formazione della UE, con l’obiettivo di rilanciare il ruolo dello spazio e dell’intervento pubblico nel soddisfare bisogni sociali che la logica di mercato discrimina in base ad una domanda pagante fondata sulla disponibilità di risorse e ricchezza. Nei prossimi due paragrafi verranno presentate le più importanti campagne europee promosse da sindacati e movimenti, prima di passare ad alcune considerazioni conclusive.

2. Le campagne europee dei sindacati sui servizi pubblici
A scala europea, i sindacati sono fortemente impegnati nel promuovere mobilitazioni continentali in difesa dei servizi pubblici. In particolare, le maggiori iniziative sono due: la “Campagna per una normativa-quadro europea per servizi pubblici di qualità. Per dare un cuore all’Europa”, lanciata nel maggio del 2006 dalla Federazione Sindacale Europea dei Servizi Pubblici (FSESP), e la “Petizione europea per servizi pubblici di alta qualità accessibili a tutti”, promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) nel novembre del 2006.

2.1. La Petizione della CES
La CES (sessanta milioni di lavoratori europei sindacalizzati in tutti i settori con ottantuno confederazioni sindacali nazionali) ha promosso una petizione popolare europea con l’obiettivo di raggiungere un milione di firme, un numero così elevato da garantire la discussione delle rivendicazioni in essa contenute all’interno del Parlamento Europeo. In particolare, la petizione richiede un intervento legislativo in materia di servizi pubblici che dia priorità all’interesse generale e offra la possibilità per tutti di accedere ad essi. L’obiettivo è quello di rafforzare i servizi pubblici, e al contempo garantire i diritti dei cittadini attraverso la garanzia di una migliore certezza giuridica in materia. In poche parole, i servizi pubblici vengono messi al centro di una mobilitazione sindacale europea con lo scopo di promuovere una solida base legale che li renda immuni dagli attacchi ideologici dei sostenitori del libero mercato.

Il primo paragrafo del testo della petizione recita così: “I servizi pubblici sono essenziali in Europa per la coesione sociale, economica e regionale. Questi servizi devono essere di alta qualità e accessibili a tutti. Fino a questo momento, le uniche opzioni avanzate per lo sviluppo dei servizi pubblici sono state la privatizzazione e la liberalizzazione […]. E’ tempo di trovare soluzioni diverse […]”. Queste righe sintetizzano la posizione dei sindacati sul tema dei servizi pubblici, mettendo in luce il legame tra qualità e pubblicità dei servizi, da una parte, e solidarietà e coesione sociale, dall’altra. In questi giorni la mobilitazione a sostegno della petizione della CES si sta intensificando notevolmente grazie ad uno sforzo organizzativo senza precedenti.
In appoggio alla petizione si è recentemente espresso il Partito Socialista Europeo, attraverso le parole del coordinatore degli europarlamentari socialisti Martin Shultz. Inoltre, una dichiarazione congiunta della CES e della CEEP (European Centre of Enterprises with Public Participation and of Enterprises of General Economic Interest) è stata lanciata al fine di sostenere la petizione e di rendere nota al Parlamento Europeo e alla Commissione l’esigenza comune di tutelare giuridicamente i servizi di interesse generale. Infine, sempre di questi giorni è la notizia dell’impegno da parte del più grande sindacato inglese, UNISON, di mobilitare 40.000 sindacalisti per promuovere l’iniziativa. Il segretario generale Dave Prentis dichiara: “I servizi pubblici in Europa sono sotto attacco, per questo UNISON supporta la richiesta di una normativa legale europea per proteggere i servizi pubblici dagli attacchi ideologici dei sostenitori del libero mercato.”

Dopo un inizio stentato, l’obiettivo di raggiungere prima della fine di maggio 1.000.000 di firme a favore della petizione sembra ora realmente raggiungibile.

2.2. La campagna della FSESP
La FSESP (otto milioni di iscritti tra i lavoratori dei servizi pubblici riuniti in 215 sindacati europei) ha promosso una campagna continentale che ha come presupposto la necessità di moltiplicare e coordinare le iniziative attraverso una comune regia europea, per contrastare gli imperativi liberisti che si stanno progressivamente affermando all’interno delle istituzioni della UE.

L’obiettivo della campagna è di ottenere una regolamentazione giuridica sui servizi pubblici attraverso una normativa quadro europea, in modo tale da chiarire definitivamente lo spettro delle materie che ricadono in questo ambito e di sottrarre i servizi pubblici all’indeterminatezza terminologica e giuridica a cui sono stati condannati dalle disposizioni della UE. Come sostiene Brian Synnott, responsabile delle Comunicazioni e delle Campagne della FSESP, attraverso questa mobilitazione (che si richiama e si collega strettamente a quella della CES) “la FSESEP rivendica la definizione di uno spazio protetto per il godimento dei servizi pubblici, cioè una dimensione di tutela giuridica inaccessibile alla mercificazione, in cui vengano affermati i principi comuni del servizio pubblico a partire dalla certezza giuridica della prevalenza dell’interesse generale sulle regole della concorrenza di mercato, alla quale deve essere peraltro sottratta la regolamentazione pubblica dei servizi sociali, della sanità, dell’acqua e dell’educazione.” A questo si aggiunge poi la necessità di garantire il diritto delle amministrazioni locali alla gestione diretta dei servizi essenziali, anche attraverso la costituzione di un Osservatorio sui servizi pubblici per valutare l’impatto delle liberalizzazioni.

I principi guida per la definizione di un quadro legale europeo dei servizi pubblici dovrebbero comprendere la parità di accesso – con il divieto di operare qualsiasi discriminazione verso gli utenti –, l’universalità – attraverso la fornitura del servizio a tutti i cittadini, anche quando ciò contrasti con considerazioni di ordine commerciale e sulla redditività del servizio –, l’accessibilità – con il rispetto di tempi adeguati di risposta e il controllo dei prezzi e delle tariffe. A questi principi vanno aggiunti quelli della tutela del cittadino-utente (con l’obbligo dell’informazione, del consenso, della tutela della privacy, del diritto al risarcimento) e della concertazione, al fine di garantire il rispetto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, delle procedure contrattuali e delle relazioni sindacali. Infine, la campagna si propone di promuovere un controllo democratico con l’introduzione di forme di partecipazione degli utenti e di norme precise per la trasparenza e l’imparzialità, volte ad assicurare l’equilibrio tra le generazioni e i generi e la tutela di gruppi e cittadini in difficoltà o più vulnerabili.

L’azione politica della campagna all’interno dell’Unione Europea prevede anche strategie di lobbying e di advocacy sia nei confronti del Parlamento Europeo e della Commissione, che di organi istituzionali tra cui il Comitato economico e sociale e il Comitato delle regioni. L’iniziativa dovrebbe concludersi nel giugno del 2007, con l’avanzamento della proposta di un quadro giuridico europeo sui servizi pubblici che sintetizzi il percorso di verifica dello stato attuale dei servizi pubblici in Europa rispetto alla loro qualità, ai processi di riforma, al loro finanziamento, alle rivendicazioni delle parti sociali, degli amministratori locali e dei movimenti.

3. Da Firenze ad Atene: i movimenti in difesa dei servizi pubblici
Se le campagne sindacali della FSESP e della CES testimoniano l’importanza di una forte mobilitazione sul tema dei servizi pubblici in Europa, è l’incontro e la costituzione di un percorso condiviso tra sindacati e movimenti sociali che può determinare gli equilibri interni all’Unione Europea, spostando l’asse politico nella direzione di chi, rivendicando servizi pubblici di qualità e per tutti, vuole promuovere l’idea di un’Europa sociale basata sui diritti di cittadinanza e sul welfare. In tal senso, è utile ripercorrere alcune tappe storiche che hanno segnato questo incontro.

3.1. Da Firenze a Londra passando per Bruxelles: il ruolo del Forum Sociale Europeo
Il Forum Sociale Europeo (FSE) ha rappresentato il luogo privilegiato di aggregazione e di confronto tra soggetti sociali e sindacali fin dalla prima edizione di Firenze nel novembre del 2002. Nella cornice di un evento partecipato da più di 50.000 persone si sono tenuti tre giorni di seminari sul tema “Servizi pubblici e privatizzazioni”, promossi dai nodi francesi, austriaci, italiani e svizzeri di Attac, da Espace Marx, Collectif Services Publiques, World Development Movement, Globalise Resistance, e per quanto riguarda i sindacati, dalla Funzione Pubblica della CGIL e dai CUB.

L’incontro tra movimenti e sindacati a livello europeo si è riproposto nella successiva edizione del FSE, a Parigi nell’ottobre del 2003, con un secondo ciclo di seminari su “I servizi pubblici in un’Europa dei diritti” e un impegno sottoscritto nel documento finale dell’Assemblea dei movimenti sociali a legare l’iniziativa dei movimenti e quella sindacale sui servizi pubblici nel quadro di una più ampia opposizione al Trattato costituzionale europeo, allora in via di approvazione. Questo incontro assume i contorni di una vera e propria convergenza durante il terzo Forum europeo, a Londra nell’ottobre del 2004, nel quale viene avviato il dibattito sulla Direttiva Bolkestein e vengono trattati in modo specifico i temi dell’istruzione, della sanità, dell’energia e dell’acqua.

A tal proposito è utile richiamare alcuni passi dell’appello dell’Assemblea dei movimenti sociali in chiusura del Forum: “Respingiamo la privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, come l’acqua. […] Sosteniamo la mobilitazione dell’11 novembre 2004, contro la direttiva Bolkestein.” E più avanti: “Facciamo appello alle mobilitazioni nazionali in tutti i paesi europei. Chiamiamo ad una manifestazione centrale a Bruxelles il 19 marzo, contro la guerra, il razzismo, contro un’Europa neoliberista, contro le privatizzazioni, il progetto Bolkestein e contro gli attacchi all’orario di lavoro […]. Chiamiamo tutti i movimenti sociali e i sindacati europei a scendere in piazza quel giorno” (corsivo aggiunto).

L’appello fa riferimento a due manifestazioni, rispettivamente l’11 novembre 2004 e il 19 marzo 2005. Mentre la prima non raccoglie un grande successo – solo poche migliaia si radunano a Bruxelles – nel marzo del 2005 sfilano nella capitale belga, convocate congiuntamente dal FSE e dalla CES, 150.000 persone in coincidenza con il secondo anniversario dell’inizio della guerra in Iraq e alla vigilia della riunione dei ministri europei delle politiche sociali. La saldatura dei movimenti e dei sindacati si compie su un terreno comune di contestazione del legame tra neoliberismo, guerra, attacco ai servizi pubblici e riduzione dei diritti in Europa.

3.2. Da Londra ad Atene passando per Strasburgo: la “Stop Bolkestein”, il IV FSE…e oltre
Il forum di Londra, inoltre, è di particolare importanza perché in quella occasione è stata lanciata la campagna europea “Stop Bolkestein”, che ha in breve tempo raccolto l’adesione di centinaia di organizzazioni, dalle sigle sindacali, alle ONG internazionali, alle reti transnazionali, ai partiti della sinistra, ai movimenti di base locali e nazionali. La campagna è ramificata a livello nazionale e nel caso italiano ne sono state promotrici sessanta organizzazioni, tra sindacati, partiti, associazioni, comitati territoriali, e reti di movimento.

Uno spartiacque nella mobilitazione di sindacati e movimenti è rappresentato dalla manifestazione del 14 febbraio 2006, con oltre 50.000 presenze, convocata dalla CES a Strasburgo in occasione della votazione da parte del Parlamento Europeo della Direttiva Bolkestein sui servizi nel mercato interno dell’Unione Europea. In quella occasione, l’approvazione da parte del Parlamento di un testo che ha stralciato elementi particolarmente pericolosi per la tutela dei servizi pubblici europei – come il principio del paese di origine – ed ha escluso dal campo di applicazione della Direttiva il diritto del lavoro e la sanità, ha in parte ripagato gli sforzi di movimenti e sindacati, anche se è stato giudicato largamente insoddisfacente.

Le critiche si sono indirizzate alla profonda ambiguità del testo, che lascia tuttora intatto il problema di determinare quali servizi pubblici debbano essere protetti dall’intrusione delle logiche di profitto. E’ necessario infatti ricordare che la Direttiva Bolkestein è stata definitivamente approvata solo nel novembre del 2006, dopo un tormentato iter istituzionale durato più di due anni e caratterizzato da una costante tensione tra Parlamento Europeo e Commissione che ha portato a continue modifiche della prima versione del testo.

Infine, dopo un percorso avviato a Firenze nel 2002, è in occasione della quarta edizione del Forum Sociale Europeo tenutosi nel maggio del 2006 ad Atene che si concretizza quel salto di qualità nelle mobilitazioni europee prefigurato dalla costituzione della campagna “Stop Bolkestein”. Come spiega Enzo Bernardo, responsabile internazionale della Funzione Pubblica della CGIL e tra i promotori in Italia dell’iniziativa pan-europea, nella capitale greca viene lanciata la prima “Rete europea per i servizi pubblici” e 40 organizzazioni di sindacato e di movimento – tra cui il Comitato Italiano Stop Bolkestein – sottoscrivono la “Dichiarazione di Atene. Un’altra Europa con servizi pubblici per tutti”. Da sottolineare la partecipazione alla costituzione della rete di numerosi enti locali, alcuni dei quali riuniti nella “Convention Européenne des Autorités Locales pour la Promotion des Services Publiques”, a testimonianza di un ulteriore, importante allargamento dell’iniziativa europea sui servizi pubblici a nuovi attori.

L’assunto condiviso della rete è che assicurare diritti pubblici di qualità per tutti sia indispensabile per garantire la fruizione di quei diritti fondamentali di cittadinanza che dovrebbero caratterizzare il modello sociale europeo. L’obiettivo è di dar seguito alle mobilitazioni sulla Bolkestein offrendo un coordinamento stabile tra soggetti diversi, dai movimenti sociali e sindacali agli enti locali, attraverso un’azione offensiva che abbia il “[…] proposito di determinare – sia a livello europeo che nazionale – le condizioni culturali, sociali e politico-istituzionali per la definizione e la regolamentazione dei servizi designati a garantire l’accesso universale ai diritti fondamentali, affidati alla proprietà pubblica e all’amministrazione pubblica, e liberi da qualsiasi forma, totale o parziale, di liberalizzazione e privatizzazione.”

La rete si articola su diversi livelli territoriali: ad una regia comune europea corrisponde l’azione decentrata delle ramificazioni nazionali e locali affidate ai singoli “coordinamenti nazionali per i servizi pubblici”. Alla pressione sulle istituzioni statali si somma così la possibilità di agire a scala continentale, favorendo la condivisione delle mobilitazioni, delle pratiche politiche, dei temi in agenda nel rispetto delle differenze dei contesti territoriali. Questo percorso di mobilitazione dovrebbe condurre al primo “Forum europeo dei movimenti sociali per i servizi pubblici europei”, previsto per il novembre del 2007 in Grecia.

4. Conclusioni
Le campagne e le iniziative descritte nei due precedenti paragrafi segnalano, da una parte, la centralità che il tema dei servizi pubblici assume rispetto agli equilibri politici dell’Unione Europea, e dall’altra, la necessità di costruire un fronte ancora più ampio di mobilitazione contro la privatizzazione e la mercificazione dei servizi sociali e di utilità generale. La chiave di volta sta nel costruire un’alleanza tra movimenti sociali, società civile, sindacati ed enti e comunità locali. A livello nazionale e territoriale questo sta avvenendo con successo già da qualche anno.
In Norvegia la mobilitazione iniziata nel 2002 nella città di Trondheim rappresenta un esempio molto importante per la capacità di coniugare innovazione politica e partecipazione popolare. L’idea, già applicata con successo anche a livello statale con le elezioni nazionali del 2005, è di creare una piattaforma con le proposte di movimenti e sindacati sulla tutela del settore e dei servizi pubblici, da sottoporre ai partiti politici. L’adesione di questi ultimi alla piattaforma rappresenta la condizione vincolante per garantire il voto da parte di forze sindacali e società civile. In questo modo la politica istituzionale viene indirizzata e sostenuta “dal basso”, e i cittadini riscoprono il valore della partecipazione e dell’impegno politico. In Svezia, in più di 100 municipalità esistono oggi consigli composti da lavoratori dei servizi pubblici e dai consumatori in cui vengono discussi i problemi della fornitura di tali servizi e le proposte per migliorarli, sulla base della garanzia che tutte le risoluzioni non devono comprendere alcun taglio di posti di lavoro.

In tutto il Regno Unito, da Hayward Health a Worthing, da Hastings a Huddersfield, da Hastings a Ludlow fino a Londra e a Manchester decine di migliaia di persone marciano e lanciano petizioni in questi giorni contro i tagli e la privatizzazione di settori chiave del Servizio Sanitario Nazionale e la conseguente chiusura di presidi territoriali, reparti e ospedali. La protesta vede il sostegno anche di molti parlamentari, sia conservatori che laburisti, e di alcuni ministri del governo centrale. La frammentazione delle iniziative, radicate a livello locale ma senza una cornice unitaria, pregiudica tuttavia la forza e le prospettive delle mobilitazioni, anche se la formazione di una campagna nazionale – “Keep Our NHS Public” – da parte di più di trenta organizzazioni da tutto il paese, ha come obiettivo proprio quello di rilanciare un’azione unitaria e di coordinare tutte le iniziative, legando i tagli alla Sanità alla sempre più fitta agenda di privatizzazioni dei servizi pubblici nel Regno Unito e affermando la necessità di un Servizio Sanitario pubblico e accessibile a tutti.

In Germania si è recentemente sviluppata una mobilitazione nazionale, coordinata dal sindacato del settore dei servizi “Ver.di”, contro la riduzione del costo dell’energia decisa dal governo, la cui fornitura dipende da 1.400 imprese municipali che non sarebbero in grado di sostenere i tagli previsti, senza ricorrere a licenziamenti di massa. “Il tutto andrebbe invece a vantaggio delle grandi multinazionali private dell’energia e a scapito di rilevanti entrate nei bilanci municipali da destinare a servizi fondamentali come i trasporti pubblici o la cura degli anziani e dei bambini”, sostiene Herman Schmid, sindacalista di “Ver.di” tra i più attivi nel promuovere la mobilitazione. Il 7 febbraio scorso hanno manifestato a Berlino, contro la privatizzazione del settore energetico, 25.000 persone.
In Francia è nata la “Convergence Nationale des Collectifs de Défense et de Développement des Services Publics” che riunisce a scala nazionale organizzazioni sindacali, associazioni dei consumatori e forze politiche per la modernizzazione, l’estensione e la democratizzazione dei servizi pubblici, intesi come beni necessari a garantire i bisogni fondamentali di ogni persona e dunque come diritti inalienabili. E’ necessario aggiungere anche il caso della Spagna e dell’Italia, dove il bilancio partecipativo si sta sempre più affermando nelle regioni – la Toscana ad esempio – , nelle grandi città – come Siviglia – e nei piccoli comuni come una pratica politica in grado di riportare in mano ai cittadini il controllo e le decisioni sulla fornitura di servizi che riguardano i temi ambientali, sociali, urbanistici.

Infine, la fortissima mobilitazione che si sta sviluppando a scala mondiale sul tema dell’acqua testimonia la maturazione di questi obiettivi attraverso la moltiplicazione delle iniziative politiche – in Italia, ad esempio, è stata da poco avviata con straordinario successo la raccolta di firme per una legge d’iniziativa popolare su governo, tutela e gestione pubblica dell’acqua e per la ri-pubblicizzazione dei servizi idrici –, l’allargamento della trama delle alleanze – fondamentale in tal senso il ruolo dell’Assemblea Mondiale dei Cittadini ed Eletti per l’Acqua –, la capacità di agire su tutti i livelli territoriali, articolando priorità e prospettive locali in una cornice globale – fondamentale in questo caso il ruolo del Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell’Acqua e il contesto del Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua.

Si tratta allora di rimettere al centro lo spazio e l’intervento pubblico, di rilanciare un ruolo qualificato e innovativo della spesa pubblica (come anche in Italia propone dal 2000 la campagna “Sbilanciamoci!” in occasione della discussione delle leggi finanziarie ), di aumentare quelle forme di partecipazione dal basso dei cittadini alla gestione e alla programmazione dei servizi che migliora la qualità e garantisce maggiore efficienza ed economicità. In questo senso, il ruolo delle associazioni sociali e del terzo settore può essere utile se non si riduce ad un ruolo di supplenza (o di privatizzazione mascherata), ma migliora la partecipazione, affermando nuove pratiche sociali di gestione e di innovazione nei beni e nei servizi offerti. Sono necessarie forme più incisive di finanziamento dei servizi in base ad una imposizione fiscale sempre più basata sulla progressività e la penalizzazione della rendita, favorendo anche un processo di redistribuzione della ricchezza.
Queste sono le sfide e la posta in gioco. Campagne e movimenti che guardano ai servizi pubblici come beni comuni irrinunciabili e svincolati da logiche mercantili e di profitto hanno di fronte una partita impegnativa e improrogabile per affermare un’idea di Europa fondata sul welfare ed i diritti.

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