UNA FINANZIARIA PER IL CLIMA


di Giulio Marcon*

Fare una finanziaria per il clima significa fare una finanziaria per un diverso modello di sviluppo.
È quello che noi di Sbilanciamoci! sosteniamo da quando la campagna è nata.

La questione del clima dimostra in maniera evidente quanto e come questo modello di sviluppo sia mortifero per noi e per il pianeta: non il destino, non l’ingordigia o la stupidità dell’umanità (un po’ forse sì), ma il modello di sviluppo fondato sulla crescita illimitata e la considerazione dell’ambiente come merce, come oggetto, ci ha portato a livelli di rischio altissimo per il nostro pianeta e per noi.

Fare una finanziaria per il clima significa qualcosa di più che stanziare una somma maggiore dei 200 milioni predisposti per Kyoto nella scorsa finanziaria, cosa tra l’altro assolutamente indispensabile. Significa orientare in modo radicalmente diverso la nostra economia, i nostri comportamenti, a partire dalle produzioni e dai consumi.
Facciamo un esempio. Il taglio del cuneo fiscale dell’anno scorso invece che essere distribuito in modo assistenziale e uniforme, sarebbe dovuto essere legato ad una serie di condizioni: ad esempio, il miglioramento dell’efficienza energetica degli impianti. Dopo anni di rottamazioni delle automobili, (un favore della politica alla FIAT, ricambiato poi dall’antipolitica di Montezemolo e che peraltro non ha giovato al clima), sarebbe ora di mettere in atto la rottamazione di frigoriferi e caldaie obsolete per farne delle nuove ecologicamente compatibili e per la produzione di pannelli solari. Questo discorso è stato solo intrapreso dalla finanziaria dell’anno scorso, ma per passare da una dimensione simbolica a politiche strutturali che orientino sul serio il modello di sviluppo, i passi da fare sono ancora tanti.

Se non c’è una politica industriale degna di questo nome –amica del clima e dell’ambiente- allora l’attuazione di leggi che favoriscono il rispetto dell’ambiente risulta più difficile e del tutto affidata al caso. Quando parliamo di una finanziaria del clima, quello a cui siamo interessati è un intervento strutturale sul modello di sviluppo e sulla politica industriale, altrimenti qualsiasi misura si riduce allo svuotare con un cucchiaio ciò che poi ci viene ributtato in faccia a secchiate.

Sono tre i punti (più un paio di appendici) che la campagna Sbilanciamoci! –sulla base anche delle proposte fatte in questi anni da WWF e Legambiente all’interno della campagna- vuole porre con forza e che sono stati già presentati alla scorsa Controcernobbio di Marghera, per realizzare una finanziaria per il clima e per un nuovo modello di sviluppo.

Il primo punto riguarda la questione nota dell’applicazione del protocollo di Kyoto (e della riduzione delle emissioni rispetto al 1990, non rispetto a qualche giorno fa). Servono soldi e noi proporremo nella nostra ControFinanziaria di portare da 200 milioni ad un miliardo di euro (si tratta di poco meno di quanto era previsto dal decreto Ronchi per il 2007) i fondi da destinare agli interventi necessari, il tutto da finanziare (da autofinanziare) con una serie di tasse di scopo: potremmo dire la carbon tax, ma diciamo invece ad esempio quella sui carburanti aerei (che bene non fanno all’ambiente), una sovratassa sui sacchetti di plastica e sulla produzione di bottiglie di plastica per le acque minerali; basterebbero 5 centesimi in più per bottiglia e sacchetto per recuperare circa 650 milioni di euro. Usiamo Kyoto anche per cambiare consumi e comportamenti diffusi. Bisogna aumentare l’obiettivo dello scorso DPEF della riduzione di 70 milioni di tonnellate di CO2 a 98 milioni, come ci chiedono i parametri del protocollo di Kyoto. Inoltre non meno dell’80% delle azioni rivolte alla riduzione della CO2 devono avvenire in ambito nazionale e non con l’acquisto di crediti di emissioni.

Il secondo punto attiene alla questione delle energie pulite. Le misure per la rottamazione di caldaie e frigoriferi obsoleti della scorsa finanziaria vanno bene (e sarebbe ora di mettere fuori mercato le lampadine a filamento e i frigoriferi di categoria b, c e oltre), ma sono una goccia nel mare; ben altro deve essere il piano per lo sviluppo delle energie pulite; si finalizzino ricerca e innovazione in questo campo. Abbiamo letto che l’ENEL sta investendo 7 miliardi di euro in centrali nucleari in Bulgaria: è vero e l’azionista pubblico non ha niente da dire? Noi proponiamo una legge speciale finanziata per dieci anni, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di produrre 50mila nuovi pannelli solari all’anno. I soldi se si vuole basta prenderli da una piccola parte dei finanziamenti previsti per le grandi opere inutili: basta il 10% di quanto previsto dalla legge obiettivo.

Il terzo punto riguarda la mobilità: intanto buttiamo a mare le grandi opere e utilizziamo i soldi (ad esempio il miliardo e 400 milioni che si sono liberati dall’investimento sul Ponte dello Stretto) per un piano di piccole opere: gli investimenti nelle energie pulite, le ferrovie locali per i pendolari, i piani di mobilità sostenibile nelle grandi città, il riassetto idrogeologico, la sistemazione della rete idrica di Puglia e Sicilia. Sono anni che in finanziaria ci sono le agevolazioni fiscali per il gasolio degli autotrasportatori (l’anno scorso un aumento di 440 milioni di euro). Questo sussidio perverso va abolito a favore di forme di mobilità sostenibile.

Infine due appendici. La prima riguarda gli indicatori sociali ed ambientali delle politiche economiche. Non basta la legge sulla contabilità ambientale che prima o poi –speriamo- vedrà la luce, serve che il DPEF e la finanziaria contengano indicatori diversi ad integrazione di quelli macro-economici, che ci facciano capire quali politiche pubbliche occorra seguire.

La seconda riguarda il nucleare, che bene al clima o comunque al nostro pianeta non fa. Abbiamo visto che Bersani, oltre ad essere un appassionato del carbone, rilancia la ricerca sul nucleare: orientiamo invece la ricerca in altro modo, verso le energie pulite. Oltretutto non c’è solo la questione del nucleare civile, c’è anche quello militare. I venti di pace non soffiano più da tempo. Il riarmo –anche quello nucleare- è tornato all’ordine del giorno, come in India in Cina e in Pakistan. Non solo abbiamo in Italia una novantina di testate nucleari di cui non sappiamo niente, ma in un poligono che si trova a 70 km da Roma si continuano a sparare proiettili ad uranio impoverito e nonostante alcune interrogazioni parlamentari non si sono avute risposte in merito. C’è la questione dello scudo stellare e dell’aumento del 13% nello scorso anno delle spese militari. Non fateci trovare queste sorprese in finanziaria, quest’anno. È arrivato il momento di cambiare rotta per il bene dell’ambiente e del clima. Meno pericoli di guerre e meno rischi che brucino pozzi di petrolio o si diffondano radiazioni pericolose per la salute di tutti noi e del pianeta. Anche su questo la prossima finanziaria deve dire parole chiare e prendere impegni precisi.

* Intervento all’Assemblea “Una finanziaria per il clima”, promossa da Verdi, PRC, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica del 22 settembre 2007

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