Diario dal G8 che dimentica clima e Africa

di Luca Manes (CRBM/Mani Tese) – Il circo del G8 ha chiuso i battenti con la solita mossa ad effetto sugli aiuti all’Africa. Un po’ nello stile del summit 2005 in Scozia, i grandi della terra non sanno altro che confermare delle vecchie promesse solo parzialmente mantenute e prendere nuovi impegni molto fumosi. Sulla carta i G8 si sono impegnati a garantire 60 miliardi di dollari per la lotta contro l’Hiv/Aids, la tubercolosi e la malaria in Africa. Leggendo tra le righe del lunghissimo comunicato finale, però, si capisce che non c’è nessun vincolo temporale e che saranno gli Stati Uniti a fornire la metà di questa somma. Anche qui c’è il trucco: non è che la conferma di un provvedimento già preso due settimane fa dal Congresso americano che ha come termine ultimo il 2013.

di Luca Manes – CRBM/Mani Tese

Heiligendamm 8 giugno – Il circo del G8 chiude i battenti con la solita mossa ad effetto sugli aiuti all’Africa. Un po’ nello stile del summit 2005 in Scozia, i grandi della terra non sanno altro che confermare delle vecchie promesse solo parzialmente mantenute e prendere nuovi impegni molto fumosi. Sulla carta i G8 si sono impegnati a garantire 60 miliardi di dollari per la lotta contro l’Hiv/Aids, la tubercolosi e la malaria in Africa. Leggendo tra le righe del lunghissimo comunicato finale, però, si capisce che non c’è nessun vincolo temporale e che saranno gli Stati Uniti a fornire la metà di questa somma. Anche qui c’è il trucco: non è che la conferma di un provvedimento già preso due settimane fa dal Congresso americano che ha come termine ultimo il 2013.

Sugli aiuti allo sviluppo, nonostante le resistenze di Italia e Canada, non si è andati oltre il ribadire gli impegni contratti due anni fa al summit di Gleneagles. Purtroppo capi di stato e di governo delle super-potenze globali si sono dimenticati di sottolineare come l’obiettivo fissato nel 2005 di aumentare di 50 miliardi di dollari all’anno entro il 2010 il loro contributo alla lotta alla povertà sia oramai quasi irraggiungibile. A tutt’oggi mancano otto miliardi. Purtroppo l’Italia è il fanalino di coda nella classifica dei paesi più virtuosi, garantendo solo lo 0,2 per cento del pil agli aiuti allo sviluppo (il target per il 2010 è dello 0,51 per cento). Negli ultimi due anni solo il Regno Unito ha innalzato del 13,1 per cento i suoi stanziamenti per l’Africa ed il resto del Sud del mondo, mentre la cancelliera tedesca a Heiligendamm ha promesso di impegnarsi di più.

I leader di Nigeria, Egitto, Sud Africa, Algeria, Senegal e Ghana, invitati a fare una comparsata durante l’ultima mattinata di incontri, non hanno potuto far altro che accogliere a denti stretti le decisioni del G8, ampiamente criticate dalla quasi totalità delle Ong presenti in Germania.

Delusa si è detta la coalizione Global Call Against Poverty (GCAP), mentre Action Aid ritiene che l’accordo sia scandalosamente inadeguato ai bisogni reali dei poveri. “Siamo disgustati dalla mancanza d’urgenza mostrata dai G8” ha affermato Kumi Naidoo della GCAP.

Dagli incontri con le economie emergenti – Cina, India, Brasile, Sud Africa e Messico – l’unico risultato vagamente concreto che è emerso è l’inizio del “processo di Heiligendamm”. Ovvero un dialogo organico su temi economici, climatici ed energetici, che si chiuderà nel 2009, sotto la Presidenza italiana. Di concedere lo status di membri del Club alle nuove potenze mondiali non se ne parla nemmeno. La conferma della mancanza di volontà di allargare il G8 al gruppo che ormai viene identificato come il G5 arriva dalla stessa cancelliera Merkel durante la sua conferenza stampa finale. Troppi i distinguo sollevati dagli attuali membri del direttorato globale per poter sperare in un’iniezione di forze nuove – e forse di legittimità – in un G8 ormai agonizzante.

Il bilancio finale della tre giorni tedesca, infatti, è tutt’altro che soddisfacente. Poco si è fatto per l’ambiente, quasi nulla per l’Africa. Ora il prossimo appuntamento del G8 è previsto per il prosismo luglio a Toyako, stazione termale dell’isola di Hokkaido, Giappone. Chissà se l’agenda che proporrà il premier Shinzo Abe sarà ancora ambiziosa come quella della Merkel quest’anno o di Blair nel 2005. E soprattutto se un summit così costoso – 120 i milioni di euro spesi quest’anno dalla presidenza tedesca – produrrà sempre dei risultati così deludenti.

Heiligendamm, 7 giugno 2007 – Angela Merkel si giocava molta della sua credibilità politica sull’attuale presidenza di turno del G8. Per questa ragione il possibile naufragio negoziale sulla delicata tematica dei cambiamenti climatici sembrava aver cancellato ogni sua speranza di portare a casa un successo di vaste dimensioni. Nel pomeriggio di ieri, prima vera giornata di colloqui tra i grandi del pianeta, è arrivato il colpo a sorpresa della cancelliera tedesca. In un breve incontro con i giornalisti tedeschi la Merkel ha infatti formalizzato la profonda spaccatura dei Paesi europei con gli Stati Uniti sul global warming, anticipando i contenuti del passaggio sull’ambiente del documento finale. Non possiamo parlare né di svolta vera e propria né di un provvedimento di portata epocale, però. Affermare che il G8 deve prendere “in seria considerazione” la decisione di Germania, Francia, Italia, Canada e Giappone di ridurre del 50% i gas serra entro il 2050, riconoscendo esplicitamente l’importanza della cornice Onu entro la quale deve essere condotta la lotta al cambiamento climatico, ha evidentemente una sua valenza politica. E’ indubbio che Usa e Russia vengono messi all’angolo – o sono ben felici di essersi messi all’angolo – e che questa spaccatura tra i G8 viene certificata senza troppe remore. Tuttavia nel complesso siamo di fronte a un accordo buono soprattutto per salvare la faccia. Se pensiamo che fino a qualche settimana buona parte degli addetti ai lavori si augurava un’intesa sottoscritta da tutti, Stati Uniti compresi, possiamo ben dire che la montagna ha partorito un topolino.

In base all’accordo, sulla carta Bush si sarebbe impegnato a seguire le mosse dei paesi virtuosi – nel cui gruppo inaspettatamente sono rientrati anche Canada e Giappone – ma all’atto pratico è molto difficile che nella politica ambientale di Washington possa cambiare qualcosa. Un nuovo quadro normativo per il post Kyoto sarà fissato entro il 2009, partendo dall’importante appuntamento di Bali di fine anno, su cui il comunicato finale del G8 dovrebbe porre un’enfasi particolare. In prospettiva, con un cambio di inquilino alla Casa Bianca, in merito ai cambiamenti climatici ci potrebbe essere un clamoroso rientro degli Usa nell’alveo delle Nazioni Unite. Ma la mancanza di obiettivi concreti a fronte del semplice riconoscimento dell’esigenza di porre un argine ai mutamenti del clima appare un po’ troppo sulla falsariga di tante dichiarazioni di intenti fatte dal G8 in passato. Parole a cui spessissimo non hanno fatto seguito i fatti.

In mattinata, quasi in contemporanea con la spettacolare azione di Greenpeace nello specchio di mare antistante il media center, una coalizione di Ong ambientaliste e di sviluppo, tra cui la stessa Greenepace, il Wwf ed Oxfam, in una conferenza stampa congiunta avevano lanciato l’ultimo tentativo di portare a casa un risultato sul clima: una lettera aperta ad Angela Merkel. Tra le richieste avanzate alla cancelliera tedesca, quella di non accettare nessun compromesso di sorta e di andare avanti con la sua linea. Sugli sviluppi pomeridiani i più scettici erano quelli di Greenpeace e di Friends of the Earth, mentre le affermazioni delle altre più importanti Ong internazionali sembravano improntate ad una parziale soddisfazione.

Uno degli elementi controversi della questione ambientale riguarda gli sforzi per evitare che entro il 2050 la temperatura del pianeta si innalzi di più di due gradi centigradi. Se si dovesse fallire in questo proposito, le conseguenze sarebbero devastanti, almeno secondo uno studio redatto da un nutrito manipolo di organizzazioni internazionali capeggiate da Christian Aid, Tearfund e Practical Action. A metà ventunesimo secolo quasi quattro miliardi di persone si potrebbero trovare quasi senza risorse idriche, mentre sessanta milioni andrebbero incontro ad un rischio fortissimo di contrarre la malaria. “Anche riducendo in modo drastico ed immediato le emissioni di gas serra, la temperatura della terra aumenterà quasi certamente di 1,5 gradi” ha dichiarato Andy Atkins di Tearfund. “Il rischio è che si raggiunga un punto di non ritorno e che si vada incontro a catastrofi incredibili è purtroppo molto concreto” ha aggiunto Atkins. Su questo punto, però, non sembra esserci nulla di esplicito nel documento finale.

Heiligendamm, 6 giugno 2007 – Sono le prime ore del pomeriggio quando George W. Bush e Angela Merkel si incontrano per un colloquio bilaterale. Prima di iniziare il loro pranzo di lavoro rilasciano le solite dichiarazioni ottimistiche e spiritose alla stampa di tutto il mondo. In realtà poco prima fonti governative americane hanno già fatto sapere come andrà lo scambio d’opinioni tra il presidente statunitense e la cancelliera tedesca, almeno per quel che riguarda il nodo cruciale della lotta ai cambiamenti climatici: male. Sulla spinosa questione ambientale, infatti, non ci sarà nessun accordo e, nella migliore delle ipotesi, si arriverà ad uno sterile compromesso per salvare parzialmente la faccia, un po’ come accadde nel 2005 a Gleneagles.

Tradizionalmente la prima giornata dei vertici del G8 trascorre tra le proteste di piazza e la lunga teoria dell’arrivo dei capi di Stato e di governo dei Paesi più industrializzati della terra. Le notizie sono poche e limitate a prime affermazioni di circostanza. Quest’anno in Germania, però, i lavori non sono nemmeno iniziati che già il summit appare irrimediabilmente segnato. La tematica su cui puntava tutto la Merkel, quella dell’ambiente, si va a far benedire a causa delle strenue ed insuperabili resistenze americane.

Jim Connaughton, il principale consigliere ambientale di Bush, mette subito in chiaro che gli Stati Uniti preferiscono abbattere i gas serra attraverso l’uso di nuove tecnologie, raggiungendo un accordo in merito con gli altri due paesi tra i più inquinatori della pianeta , India e Cina, invitati ad un’ipotetica conferenza da tenersi entro la fine del 2007. Pechino si è già detta pronta a parlarne, ben contenta di poter evitare impegni vincolanti e un quadro normativo preciso come quello delle Nazioni Unite, secondo quanto richiesto dalla Germania e dal resto dell’Europa. Anche altri due paesi membri del G8, Giappone e Canada, oramai appoggiano in maniera aperta la posizione americana. L’intenzione di Bush è di puntare tutto sull’approccio volontaristico e su un rinvio di ogni passo negoziale fin verso la fine del 2008, ovvero quando terminerà il suo mandato presidenziale. Così facendo svuoterebbe di importanza la prossima conferenza delle parti su clima, in programma a fine anno a Bali, che inizialmente doveva essere destinata a gettare le basi per il post Kyoto – il protocollo che prende il nome dalla località giapponese dove è stato siglato scadrà infatti nel 2012. Insomma, niente regole certe ed obiettivi precisi, ossia la riduzione di almeno il 60 per cento delle emissioni entro il 2050, così da tornare indietro ai livelli degli anni novanta, e l’innalzamento della temperatura di non più di 2 gradi entro la stessa ascadenza. Ma nemmeno nessun contesto multilaterale e, soprattutto, alcun impegno immediato. E pensare che martedì il premier inglese Blair in un’intervista al quotidiano britannico the Guardian si era detto certo di poter convincere l’alleato americano a sposare la posizione europea sulla questione del surriscaldamento globale …

Un vero schiaffo alla presidenza di turno del G8 che, al di là delle dichiarazioni di facciata, sembra aver preso molto male la mossa di Bush. L’ambiziosa agenda della cancelliera tedesca si sta ridimensionando in maniera inesorabile. Alla Merkel servirà a ben poco l’aiuto di papa Benedetto XVI, che ha chiesto ai leader riuniti a Heiligendamm di non disattendere le promesse di aumentare sostanzialmente l’aiuto allo sviluppo in favore delle popolazioni più bisognose, soprattutto quelle del continente africano. Anche sul sostegno all’Africa, infatti, c’è il rischio concreto che il comunicato finale possa mantenere un profilo fin troppo basso, regalando al mondo un altro G8 fallimentare. Non c’è da stupirsi quindi che le organizzazioni ambientaliste e di sviluppo siano imbufalite. Greenpeace, Friends of the Earth e Action Aid sono durissime nelle loro critiche soprattutto all’ennesimo strappo della Casa Bianca.

Intanto, per indorare la pillola sul clima, Bush ha rassicurato i partner del vecchio continente sulla Russia, che “non è una minaccia e non attaccherà l’Europa”. Un’abile mossa per smorzare un po’ la tensione creatasi negli scorsi giorni tra la Casa Bianca ed il Cremlino.

Presente in Germania in qualità di invitato di lusso, il direttore generale del Wto, il francese Pascal Lamy, è solo uno gli ultimi esponenti istituzionali a mettere in dubbio l’adeguatezza del G8. Secondo Lamy c’è l’urgenza che si arrivi ad una sorta di G20, dal momento che le economie emergenti come la Cina, il Brasile e l’India devono diventare membri ufficiali del direttorato che decide le sorti del pianeta.

Per finire una gustosa nota a margine. Durante i loro vertici oramai i G8 sembrano volersi isolare sempre più dal resto del mondo, stampa compresa. Forse per questa ragione i giornalisti sono stati sbattuti nella località balneare di Kuhlungborn, in una tenso struttura con vista sul mare che dista una diecina di chilometri da Heiligendamm. Seguire le conferenze stampa, allora, diventa un’impresa. Prima bisogna prenotare un giro sul trenino a vapore che ci porta all’elegantissimo resort dove discutono e soggiornano Bush & co. Poi per salire sul trenino occorre presentarsi con un certo anticipo per superare i controlli della security. Qualcuno ci perdonerà se abbiamo saltato la conferenza del presidente della Commissione Europea Barroso, però ci è apparso subito un compito troppo improbo. Riproveremo nei prossimi giorni, sebbene l’impressione che i grandi del globo vogliano evitare qualsiasi tipo di contraddittorio diretto è nettissima. Sono troppo impegnati ad arroccarsi nella loro cittadella del potere per poter comprendere che c’è un pianeta intero che pretende dei reali cambiamenti nelle politiche inadeguate delle super-potenze globali.

Heiligendamm, 5 giugno 2007 – Doveva essere il G8 dell’Africa e dei cambiamenti climatici, invece rischia di essere ricordato come il summit dello scudo spaziale e delle nuove tensioni tra Stati Uniti e Russia. Ad Heiligendamm, esclusivo resort sulle rive del Mar Baltico a pochi chilometri da Rostock, i grandi della terra si incontrano per l’ennesima volta per affrontare una serie di questioni cruciali. La cancelliera tedesca Angela Merkel nei mesi scorsi aveva stilato un’agenda molto ambiziosa, un po’ sulla falsariga di quella approntata due anni fa da Tony Blair in occasione dell’incontro di Gleneagles, in Scozia.

Una delle priorità è la lotta al surriscaldamento globale. Ormai è un dato di fatto che tutti i capi di stato e di governo dei paesi del ricco Nord, anche quelli fino a poco tempo fa scettici, abbiano riconosciuto che è in atto un cambiamento nel clima della terra. Ora si devono gettare le basi per il dopo Kyoto in un ambito Onu e per far sì che la temperatura del pianeta non salga di più di due gradi entro il 2050, data entro cui devono essere ridotte almeno del 60 per cento (ma sarebbe meglio raggiungere l’80 per cento) le emissioni globali di gas serra, pure da parte delle cosidette economie emergenti – Cina ed India in primis. A rompere le uova del paniere tedesco ci sta pensando il “solito” Bush, che sta facendo di tutto per affossare il piano della Merkel e far sì che nel comunicato finale di Heiligendamm sull’ambiente ci sia una dichiarazione di basso profilo. Come spiegare altrimenti la mossa statunitense della scorsa settimana con cui George W. ha rinviato al 2008 ogni possibile intervento, prefigurando un approccio al problema slegato dal contesto Onu e privo di un piano preciso e vincolante per il taglio delle emissioni. Questa linea “volontaristica” degli Usa non dispiace a Canada e Giappone, altri due membri del G8, per cui in Germania è quasi fuor di dubbio che il fronte europeo debba accusare una sconfitta sui cambiamenti climatici. Anche il tentativo di mediazione portato avanti nelle ultime ore dall’ormai dimissionario Blair non sembra aver sortito alcun effetto positivo.

L’altra tematica forte dell’assise dei grandi è l’Africa. Questa volta la retorica degli aiuti allo sviluppo e della cancellazione del debito così in voga nel 2005 sembra essere stata messa da parte, tanto che probabilmente l’impegno di aumentare di 50 miliardi di dollari entro il 2010 la quantità di aiuti non sarà nemmeno ribadito nel comunicato finale del vertice. La Germania punta a lanciare una serie di accordi di partnership con il continente nero, basati sulla liberalizzazione degli investimenti così cara ai paesi del Nord e non molto gradita a quelli del Sud, e soprattutto sul nuovo strumento degli Epas (Accordi di partenariato economico) che l’Unione europea spera di concludere entro l’anno con l’Africa e una larga porzione degli stati poveri del globo. L’Europa tenta così di promuovere i suoi interessi economici cercando allo stesso tempo di mettere un argine allo strapotere cinese nel continente africano. Basti pensare che nel 2006 il volume di traffici commerciali tra Pechino e l’Africa è arrivato alla cifra record di 56 miliardi di dollari. Se in merito alle attività su suolo africano anche la Banca mondiale stipula accordi con la potentissima banca cinese per l’import-export, come accaduto lo scorso maggio, per gli europei è più che indispensabile correre ai ripari.

Ma, come accannato all’inizio, questi temi così vitali per il futuro dell’umanità rischiano quasi di fare da corollario al proseguimento del braccio di ferro in atto tra Washington e Mosca sullo scudo stellare a stelle e strisce. A solo un anno dal primo G8 tenutosi in Russia – a San Pietroburgo – in un clima di apparente armonia, Putin si presenta a Heiligendamm sulla scorta della fortissima presa di posizione contro i nuovi piani missilistici americani. “Se gli Usa hanno intenzione di costruire una nuova base in Bulgaria, un’altra in Romania, un sito missilistico in Polonia e un radar in Repubblica Ceca, ovvero in paesi molto vicini ai nostri confini, io punterò i missili sull’Europa”. Questo in estrema sintesi il pensiero dell’ex capo del Kgb. A Praga, durante l’ultima tappa di avvicinamento al G8, martedì Bush ha ribadito che il nuovo scudo stellare ha come unico obiettivo quello di contrastare una possibile minaccia proveniente dal Medio-Oriente. L’Orso Russo non si fida e, forte anche del potere negoziale garantitogli dalle immense riserve di gas presenti nel suo sottosuolo, stigmatizza la nuova corsa agli armamenti di Washington definendola una chiara dimostrazione di “imperialismo”.

Le nuove avvisaglie di guerra fredda fanno passare addirittura in secondo piano tutta la partita sull’Iran e la lotta al terrorismo, su cui dal vertice tedesco non si attendono novità clamorose.

A margine degli incontri tra le otto super-potenze del pianeta ci sarà l’opportunità di alcuni colloqui, anche bilaterali, con le cosiddette economie emergenti. Una consuetudine, quella di far partecipare alla tavola imbandita dei grandi i capi di stato di Cina, India, Brasile, Sud Africa e Messico, che ha portato numerosi osservatori internazionali a parlare di una sorta di nuova entità, il G13. La Merkel ci ha tenuto subito a ribadire che non sono in vista strovolgimenti dell’assetto attuale del G8, però è un fatto che così come è strutturato e come funziona lo stesso G8 appare obsoleto e inefficace.

Tra gli esponenti delle economie emergenti è molto atteso il presidente brasiliano Lula. Si confida che la sua abilità politica possa sbloccare lo stallo che attanaglia in ambito Wto il round dello sviluppo di Doha, che, secondo il commissario Ue al Commercio Peter Mandelson, rischia di saltare se non ci saranno novità nell’arco di sei-sette settimane. Di commercio internazionale si parlerà nelle battute finali del vertice, allorché molti nodi potrebbero essersi ulteriormente ingarbugliati e si potrebbe già prefigurare l’ennesimo fallimento di un summit del G8.

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