IL SEGNALE DEL CAMBIAMENTO


Riflessioni sugli aspetti positivi e sulle criticità del disegno di legge delega sull’immigrazione

di Gianfranco Schiavone, Vice-Presidente dell’ICS

Il DDL delega per la riforma delle norme sull’immigrazione che il Governo ha votato il 24 aprile rappresenta un segnale di discontinuità con le politiche dell’immigrazione che hanno caratterizzato quasi due decenni della politica italiana. L’aspetto più importante di disegno di legge sta proprio in questo cambio di direzione: non si tratta solo né di abrogare la cd legge Bossi-Fini, norme iniqua e criminogena, ma anche di rivedere la fallimentare impostazione della c.d. Turco-Napolitano, ovvero di uscire dal perverso circolo vizioso dato dalla chiusura dei canali di ingresso regolari, con conseguente clandestinizzazione forzata degli stranieri immigrati, e dalla connessa lotta alla clandestinità (prodotta in parte rilevante dalla norma stessa) attuata attraverso una /escalation/ delle misure repressive.

Gli aspetti di maggiore rilevanza nel DDL appaiono quindi essere:

1. la consapevolezza che è necessario allargare i canali di ingresso regolare e che le tipologie di ingresso debbono essere differenziate, essendo irrazionale la previsione di una sola modalità di ingresso. Le nuove possibilità di ingresso regolare si raggruppano in tre filoni:
a) la possibilità di venire in Italia per “inserimento nel mercato del lavoro”, permettendo un incontro diretto tra domanda ed offerta di lavoro;
b) una maggiore apertura rispetto al ruolo centrale che può avere la cosiddetta “catena migratoria” (sponsorizzazioni ed autosponsorizzazioni);
c) l’istituzione all’estero (presso enti ed associazioni accreditate) di liste in cui si possono iscrivere gli stranieri che intendono venire in Italia per lavoro. Si tratta in questo caso del meccanismo al quale il Governo guarda con il maggiore interesse anche se è proprio quello meno innovativo, la cui presenza, se si riuscirà ad innovarlo in profondità sarà utile, ma che ritengo si dimostrerà ancora una volta una via secondaria di ingresso ed uno strumento di portata modesta del governo dell’immigrazione.

2. L ’avvio di una (timida) valorizzazione dei migranti come soggetti attivi di programmi di cooperazione internazionale.

3. Una marcata tendenza a stabilizzare il diritto al soggiorno degli stranieri, sia allungando i tempi di validit à del titolo di soggiorno e abrogando la carta di soggiorno, sia introducendo per la prima volta un meccanismo (da definire con maggiore chiarezza) che permette al cittadino straniero che ha vissuto regolarmente in Italia e che si viene a trovare in una situazione di irregolarità a causa della perdita del lavoro, di potere rientrare nella regolarità, attraverso una nuova offerta di lavoro. Con questa importantissima previsione (che dovrà essere fortemente difesa da eventuali attacchi demagogici) si riconosce che il percorso di vita di uno straniero che si era già integrato nel nostro Paese non può essere “spezzato” applicando disposizioni amministrative automatiche ma che la persona deve potere godere di una nuova possibilità di recuperare la re! golarità di soggiorno.

4. Dopo anni di “grida manzoniane” tanto inutili sul piano del controllo, quanto feroci nei loro effetti sui singoli individui, si riconosce che le misure di allontanamento debbono svolgere un ruolo di /extrema ratio/, da applicarsi solo laddove tutte le altre possibilità di regolarizzare la situazione sono esaurite e che in ogni caso debbono essere graduali ed adeguate alla gravità della concreta situazione.

5. Si prevede attribuzione delle competenze giurisdizionali al giudice ordinario (in luogo del giudice di pace), riconoscendo che le misure di allontanamento degli stranieri riguardano l’esercizio di diritti fondamentali della persona e che come tali vanno tutelati in sede giurisdizionale della magistratura ordinaria.

6. Rispetto al difficilissimo nodo dei centri di permanenza temporanea il DDL accoglie le proposte formulate dalla Commissione De Mistura che, pur non giungendo a proporre la completa chiusura di tali strutture ha dato di esse un quadro impietoso e ne ha chiesto lo svuotamento. E’ tuttavia ancora presto per formulare un giudizio approfondito dal momento che su questo tema bisogna attendere per esaminare le scelte, (che non saranno di dettaglio) che il Governo farà nell’elaborare il testo di riforma.

Dopo avere riconosciuto gli indubbi aspetti positivi del DDL delega, l’attenzione va indirizzata ad esaminare le numerose zone d’ombra contenute nel provvedimento.

Sempre in estrema sintesi, ritengo che esse possano essere individuate in quanto segue:

1. La valorizzazione dei canali di ingresso collegati al funzionamento delle catene migratorie informali è ancora molto timida e lo stesso strumento della cosiddetta auto-sponsorizzazione sembra essere ancora in discussione. Tale previsione andrà difesa nel dibattito politico dei prossimi mesi.

2. Il DDL non ha avuto il coraggio (sembra per motivi di copertura economica, ma tale ragione appare una spiegazione debole) di formalizzare il passaggio di competenze, seppure graduale, agli enti locali in materia di rinnovi dei permessi di soggiorno. Ci si è limitati a fare riferimento alla necessità di accrescere “forme di collaborazione” con gli enti locali. Si tratta di un errore politico grave. Il fatto che gli enti locali non siano oggi preparati a questo salto è un dato di fatto a tutti evidente; che vi debba essere gradualità in tale passaggio è ovvio. Sarebbe stato però necessario dare nel disegno di legge il segnale del cambiamento in maniera chiara e non equivocabile, proprio allo scopo di mettere in moto il percorso del passaggio delle competenze.

3. Oggi la condizione dello straniero è quella di una persona che, in relazione ai suoi diritti di soggiorno, è divisa tra due giurisdizioni, quella amministrativa e quella ordinaria, tra loro non collegate funzionalmente. Si tratta di una situazione che produce effetti paradossali poiché ad esempio l’allontanamento, che pure viene convalidato, può rivelarsi fondato su un presupposti errati (ad esempio il fatto che il permesso di soggiorno richiesto ma negato andava invece rilasciato) ed è oggetto di un sindacato giurisdizionale di fronte al giudice amministrativo che avverrà (inutilmente) solo dopo che lo straniero è già stato espulso. La legge di riforma dovrebbe prevedere (e non lo fa) l’unificazione della giurisdizione relativa alla condizione giuridica dello straniero nella giurisdizione ordinaria.

4. Il disegno di legge non innova in alcun modo la disciplina dei respingimenti e non prevede meccanismi più efficaci di tutela dei diritti delle persone contro il rischio di /non refoulement/ e più rigorose forme di controllo dell’operato della polizia di frontiera.

5. Il DDl non affronta in alcun modo il nodo dei centri di identificazione per richiedenti asilo. Si tratta di strutture valutate così negativamente (per il loro utilizzo indiscriminato e per l’illegittima limitazione della libertà personale dei richiedenti asilo, attuata de facto) dalla Commissione De Mistura tanto che la Commissione stessa ne ha chiesto esplicitamente la chiusura a favore di un sistema unico di protezione dei richiedenti asilo imperniato sullo SPRAR. Si potrebbe argomentare che tale misura non è materia che riguarda la legge sull’immigrazione ma la legge sull’asilo. L’obiezione è condivisibile solo in parte; sia perché comunque il tema è parte delle più generali misure di controllo della libertà degli stranieri, sia perché (ed in ciò sta il problema politico rilevate) che un disegno di legge di riforma ! del diritto d’asilo non c’è ed il Governo non l’ha neppure annunciato! La situazione dell’asilo in Italia, nonostante le buone intenzioni e il prossimo recepimento delle direttive europee (direttiva qualifiche e direttiva procedure), rimane quindi inaccettabile per un paese civile.

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