AFFARI D’ORO PER L’ECOMAFIA


Francesco Dodaro e Antonio Pergolizzi
Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità – Legambiente

Il 17 aprile 2007 è stato il giorno della presentazione ufficiale del Rapporto Ecomafia 2007 di Legambiente: come ogni anno l’associazione presenta la diagnosi dello stato dell’illegalità ambientale in Italia, e non solo. E come ogni anno sono dolori. Storie e numeri per fotografare una criminalità ambientale sempre più forte, pervasiva, ammanicata. A sporcarsi le mani non sono più solo loro, i mafiosi del Meridione, quelli dai nomi “noti” alle forze dell’ordine, ma anche insospettabili e stimati professionisti, funzionari pubblici, amministratori pubblici, politici. Uomini del sud, del centro e del nord. Non fa più differenza, gli affari sono affari e l’importante è non scontentare nessuno. Quando poi si tratta di spartirsi una torta da 23 miliari di euro in un solo anno, è estremamente facile trovare amici, complici e prestanome. “Questi soggetti – spiega nel Rapporto Ecomafia 2007 il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – sono inseriti nei gangli essenziali del mercato legale ma iniziano a fare dell’illegalità, della simulazione, dell’evasione sistematica di qualsiasi regola e della corruzione, le regole ispiratrici della propria condotta”. E per dire la stessa, il teatro dei saccheggi non è più solo il Meridione ma l’intero territorio, da Trapani a Bolzano i “nuovi barbari” fanno piazza pulita delle bellezze del territorio: dove passano loro non cresce più uno stelo d’erba. Letteralmente.

I numeri di quest’anno raccontano di un paese dove si continua a costruire abusivamente, anche se meno dell’anno precedente: 30 mila sono le nuove costruzioni abusive, stimate dall’istituto di ricerca Cresme. E se cala il numero di case costruite abusivamente, aumenta viceversa il numero delle infrazioni nell’intero ciclo del cemento, dall’utilizzo abusivo di cave e dei corsi d’acqua per ottenere a costo zero la materia prima necessaria per il calcestruzzo, alla costruzione abusiva di immobili, e per finire alle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici: per un fatturato che si aggira sui 2 miliardi di euro. Se poi si considerano le possibili infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici della quattro regioni tradizionalmente presenza mafiosa il discorso si fa ancora più serio. Secondo una elaborazione di Legambiente gli investimenti a rischio in queste regioni ammontano a più di 11 miliardi di euro. Preoccupazioni ulteriormente confermati dalle ultime indagini della magistratura, come quelle sulla gestione Provenzano di Cosa nostra, dove è stato accertato, grazie anche ai collaboratori di giustizia, come nessun appalto pubblico in Sicilia sfuggiva – e sfugge, tuttora (?) – alla Piovra.

La gestione illecita dei rifiuti è la partita più importante dell’ecomafia, una gallina dalle uova d’oro allevata e pasciuta da non meglio definite lobby del malaffare, che oramai da due decenni cospargono il territorio di veleni d’ogni sorta, compromettendo la qualità dei terreni agricoli, delle colture, dei mari, dei fiumi, dell’aria. Sotterrando per sempre la bellezza di tanti pezzi di Italia. Manco a dirlo, il record negativo è della Campania, con 448 infrazioni accertate nel ciclo del cemento raggiunge la vetta della speciale “classifica dei cattivi” elaborata da Legambiente, seguita dalla Sicilia con 426 infrazioni, dalla Puglia con 410 infrazione e dalla Sardegna con 373 infrazioni.

Anche gli animali sono fonte di reddito per la criminalità ambientale. Soprattutto in Sicilia, Campania e Puglia, le corse clandestine di cavalli sono diventate una vera emergenza, l’ennesima manifestazione muscolare della strafottenza mafiosa nel controllo del territorio. Perché se gli altri crimini si svolgo a porte chiuse, in questo caso tutto si svolge alla luce del sole, in strade, autostrade, superstrade che servono a tutti, visibili a tutti, percorribili da tutti. Per un business stimato di circa 1,2 miliardi di euro. Ma non sono solo le corse clandestine ad interessare l’ecomafia. secondo i dati dell’Enpa (Ente nazionale protezione animali), i combattimenti clandestini tra animali fatturano una cifra pari a 700 milioni di euro; la macellazione clandestina 500 milioni di euro; il traffico di specie protette 700 milioni di euro.

E per finire l’”archeomafia”, cioè i furti di opere d’arte e i trafugamenti in siti archeologici, il cui business è di difficile, se non impossibile, quantificazione monetaria. Di certo c’è che continuano a sparire in Italia quadri, sculture, reperti archeologici, gioielli antichi che ricompaiono misteriosamente in musei oltre confine, case d’aste e nei salotti mondani del jet set di casa nostra.
Per dirla in breve, Ecomafia come assassinio dilazionato nel tempo, come soldi facili fatti spargendo veleni e cemento ovunque, come una sanguisuga mortale che succhia bellezza, storia e cultura per lasciare solo degrado e morte nel Belpaese.

Il rapporto Ecomafia insieme alla collana VerdeNero, pubblicati dalla casa editrice Edizioni Ambiente si possono prenotare presso Legambiente settore Bazar 06.86.26.83.89

Francesco Dodaro e Antonio Pergolizzi
Osservatorio nazionale Ambiente e legalità – Legambiente

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