Global meeting. Come fare movimento nella guerra multilaterale

Emiliano Viccaro – Carta.org
(2 aprile 2007)

Più di mille persone iscritte ai lavori, decine di assemblee, tavoli tematici, concerti e tanto altro. Il Global Meeting ha vinto la sua scommessa: per tre giorni [dal 30 marzo al primo aprile scorsi], il centro sociale Rivolta di Marghera si è trasformato in una piazza globale, ospitando intellettuali e attivisti dei movimenti sociali di tutto il mondo. E così, i ricercatori di scuola postoperaista hanno incontrato i loro colleghi di mezzo mondo: pensatori postcoloniali e analisti . Oppure, gli occupanti dei centri sociali italiani si sono confrontati con decine di attivisti europei.

Al centro del confronto una domanda: come contrastare la guerra permanente al tempo della crisi dell’unilateralismo statunitense? «Siamo in una situazione molto strana, prendere posizione è molto difficile quando le situazioni sono mobili – ha detto Toni Negri introducendo i lavori – Dobbiamo ragionare insieme per capire come costruire qualcosa di nuovo, tenendo presente che il nuovo c’è già: questo è il fatto dirompente da cui partiamo. Quando guardo i partiti politici che stanno intorno a noi, ne sento già la puzza di vecchio. Siamo in una realtà globale dalla quale non si torna indietro, il movimento ‘no global’ ha liquidato tutto quello che era vecchio». Secondo Luca Casarini, se la rappresentanza è finita, bisogna porsi il problema di trovare forme di coordinamento. «Dobbiamo capire quali sono le forme di organizzazione adeguate a questo tipo di terreno» ha affermato Casarini, evocando la nascita di «patti di lotta e condivisione, perché il terreno della condivisione non prevede una mediazione al suo interno». E proprio la parola "condivisione", è stata la più ripetuta nel coprso dei tre giorni di Marghera. E’ rimbalzata dagli interventi in assemblea alle canzoni degli Assalti frontali, dalle analisi dei ricercatori ai commenti della platea.

Si sono confrontate esperienze molto diverse tra loro; gli ospiti dell’America latina (Sem terra brasiliani, indigeni messicani, comitati boliviani per la difesa dell’acqua, studenti e ricercatori argentini, ecuadoriani e venezuelani) hanno parlato di un «laboratorio continentale» che, attraverso forme e contenuti diversi, sta sfidando l’egemonia neoliberista. A partire dalle lotte sui beni comuni (terra, acqua, risorse energetiche), in un rapporto di «relazione conflittuale» con i diversi governi di «centrosinistra».

Grande attenzione ha suscitato l’intervento di Stanley Aronowitz, docente di sociologia all’università di New York e punto di riferimento del movimento altermondialista nordamericano. «I movimenti negli Stati uniti, come accaduto a Seattle nel ’99, hanno la straordinaria capacità di produrre conflitti esplosivi, mai poi sembra che spariscano – ha detto Aronowitz – Dobbiamo organizzare un nuovo modo di fare movimento, una federazione dei movimenti, per aprire una lotta di riappropriazione dei nostri territori». La sessione sul Medio oriente ha visto la partecipazione, intensa e commovente, di Musthapha Barghouti, ministro della comunicazione del governo di unità nazionale palestinese. «La crisi degli Usa può essere un’opportunità per la causa palestinese – ha raccontato Barghouti – Il nuovo governo non comprende anche i partiti minori e i movimenti. Il programma parla di democrazia come principio fondamentale, rispetto dei diritti umanitari, delle donne e del loro diritto alla partecipazione politica, di tutela della liberà di stampa e di informazione. I palestinesi hanno il diritto di resistere all’occupazione in ogni forma accettata dal diritto internazionale; gli israeliani stanno costruendo un muro che serve solo a impedire la creazione di uno stato indipendente». Nel tavolo di lavoro sull’Asia, è intervenuto Wang Hui, docente alla Tsinghua University Pechino. «Vengo da un paese che oggi ha un’economia di mercato molto sviluppata – ha spiegato Wang Hui – Dopo 1989 la grande trasformazione, la caduta del socialismo reale, la Cina è ancora governata da un partito definito comunista. La Cina ha avuto uno sviluppo economico veloce, ogni anno il Pil aumenta del 10 per cento. D’altra parte ogni giorno in Cina ci sono 100 o 200 manifestazioni di protesta».

Centinaia di persone, provenienti da una dozzina di paesi europei, hanno partecipato all’assemblea dei movimenti continentali; al centro del confronto, lo spazio europeo come luogo obbligato dei conflitti «contro la guerra, per un nuovo welfare universale, per una democrazia dei territori e dei beni comuni». A partire dalla vicenda simbolica dello sgombero del centro sociale danese Ungdomshuset – che ha visto protagonista un movimento radicale nel cuore della «sazia e disperata» socialdemocrazia nordeuropea – la discussione si è concentrata su due temi: da una parte, l’emersione di una composizione del lavoro definita come «moltitudine precaria», irriducibile a ogni tentazione di «nuove centralità strategiche», che fa della ridefinizione dei diritti sociali e di cittadinanza gli obiettivi principali delle lotte; dall’altra, l’apertura di un nuovo ciclo di mobilitazioni «comunitarie» che mettono al centro il nesso guerra-territorio-democrazia, come testimoniato dai comitati No Tav della Val di Susa, dai cittadini di Vicenza e dalle lotte veneziane No Mose. In mezzo, la questione scottante – soprattutto nel dibattito politico italiano – del rapporto con le rappresentanze politiche e, in particolare, con la cosiddetta «sinistra radicale».

L’assemblea conclusiva di domenica 1 aprile, era dedicata alla costruzione di «un nuovo patto contro la guerra: percorsi di movimento tra guerra multilaterale e nuovi conflitti per la democrazia». A fare gli onori di casa, Luca Casarini dei centri sociali del nordest: «Non vogliamo rappresentare nessuna ipotesi di sintesi – ha detto Casarini – Abbiamo un compito importante, quello di rilanciare con forza dal basso la battaglia contro la guerra globale permanente anche quando assume delle fattezze nuove. Abbiamo discusso in questi giorni del passaggio dall’unilateralismo americano al multilateralismo…Il pensiero unilaterale è stato sconfitto perchè non ce l’hanno fatta ad imporci il silenzio, né in Irak ma neanche nelle nostre piccole e grandi città». Subito dopo, è intervenuto in collegamento telefonico Gino Strada di Emergency, che ha sottolineato come si vada «a piccoli passi verso la barbarie» senza «nessun argine da parte della politica».

Anche per Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom «siamo di fronte a una crisi totale della rappresentanza»: «Il 98,98 per cento del parlamento è a favore dell’intervento in Afghanistan – ha pèroseguito – Questo parlamento non rappresenta il paese, e lo spauracchio del ritorno di Berlusconi crea il blocco totale della politica italiana». Fabio Corazzina, del coordinamento nazionale di Pax Christi, ha sottolineato come «i famosi 12 punti di Prodi sono stati una svolta paurosa dal punto di vista del nostro cammino. E’ stata una svolta pericolosa perché su alcune questioni si è detto ‘non si discute più’». E Paolo Cacciari, deputato di Rifondazione che ha disobbedito al suo partito votando contro la missione di guerra in Afghanistan, ha ribadito che «alcune questioni, come la pace e la guerra, devono uscire dal repertorio ordinario delle decisioni politiche ed essere indisponibili alla mediazione e al dibattito politico».

Le registrazioni audio degli interventi si trovano su http://www.globalproject.info

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