Chi rompe paga: quattro sentenze epocali contro le multinazionali


Myanmar, Corea del Sud, Nigeria, Perù, nel 2006 una serie di sentenze epocali ha condannato le multinazionali della petrol-chimica a pagare risarcimenti milionari per distruzioni ambientali e violazioni dei diritti umani. E da oggi una nuova normativa Ue renderà più severa la clausola sociale negli accordi commerciali.

di Simona Tratzi – da www.volontariperlosviluppo.it

«Non ci lasceremo sconfiggere. Sappiamo che le multinazionali e i loro partner militari hanno molti soldi, armi e potere. Ma non hanno ciò che abbiamo noi: la verità, la giustizia e il coraggio, per proteggere i diritti umani e l’ambiente. Noi vinceremo» così afferma, senza mezze misure, Ka Hsaw Wa, giovane attivista birmano che ha intentato causa, a nome di 15 contadini, a una corporation internazionale responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, compiute per costruire un oleodotto. E dopo dieci anni di battaglie legali, nel 2005 è arrivata la vittoria.

Il Myanmar (ex Birmania) vive sotto una dittatura militare dal 1990, cioè da quando l’attuale governo salì al potere con un colpo di Stato. Due anni più tardi la giunta militare, per evitare la bancarotta, chiese aiuto agli investitori stranieri: società come la francese Total e l’americana Unocal decisero di sfruttare le enormi risorse di gas e petrolio del paese, finanziando il regime con 15 miliardi di dollari per costruire il gasdotto Yadana, al confine con la Tailandia. L’area naturale tra i due Stati era piena di villaggi, poi rasi al suolo per far spazio ai lavori. Ka Hsaw Wa ha raccolto le testimonianze delle persone che hanno vissuto per tre anni nel terrore, in balia dell’esercito cui la corporation decise di affidare il servizio di sicurezza dell’oleodotto. «I racconti dei contadini – spiega Ka Hsaw Wa – hanno portato alla luce omicidi, stupri, torture e lavoro forzato. Tra il ’93 e il ’95 intere famiglie hanno dovuto lasciare i propri villaggi; questi trasferimenti coatti hanno intensificato le persecuzioni delle minoranze etniche residenti in quell’area, tra cui i Karen a cui appartengo, che nel 2001 hanno lasciato le loro fattorie per ben cinque volte».

Finalmente, nel 2005, la Corte della California condanna l’Unocal (socio di maggioranza della corporation, con il 70% delle azioni) a risarcire i querelanti. La sentenza è storica, perché per la prima volta dichiara le compagnie "corresponsabili" degli abusi inflitti dall’esercito alla popolazione locale. E la vicenda diventa anche un film "Total Denial", girato dalla giornalista bulgara Milena Kaneva e presentato in anteprima italiana al festival torinese di Cinemambiente 2006. La pellicola girata in cinque anni ha partecipato a numerosi festival internazionali e ha vinto il premio speciale per i diritti umani al Vaclav havel del One world festival di Praga; ma non è mai arrivata in Myanmar, dove, spiega Ka Hsaw Wa, «le frontiere sono chiuse e l’informazione esterna non passa, compresi i telegiornali della Bbc».

Veleni infiniti

Il sud-est asiatico è da sempre terreno fertile per le multinazionali della petrol-chimica. Basti pensare a Bhopal, in India, dove nell’84 esplose un’industria chimica uccidendo migliaia di persone e causando un disastro ambientale senza precedenti. L’azienda apparteneva alla Union Carbide, oggi acquisita dalla Dow Chemical, multinazionale americana che durante la guerra del Vietnam fornì all’esercito Usa il famigerato Agente Orange: un diserbante chimico mortale, usato per stanare i vietcong nella foresta. Se i sopravvissuti di Bhopal non hanno avuto un risarcimento adeguato, diversa la situazione per i reduci sudcoreani.

Il 26 gennaio 2006, infatti, la Corea del Sud ha condannato Dow Chemical e Monsanto a pagare un indennizzo di 65,2 milioni di dollari a 6.800 reduci di guerra. È la prima volta che il paese condanna due multinazionali per aver fornito il diserbante Tcdd, noto come Agente Orange. Tra il ’65 e il ’73 la Corea del Sud, allora sotto un regime totalitario, inviò in Vietnam 300.000 soldati per aiutare gli Usa nella guerra. Durante il conflitto, sulle foreste e i villaggi del paese asiatico furono gettati milioni di litri di erbicida, quelle stesse foreste in cui avanzavano i soldati americani e sud coreani per stanare i vietcong. Il risultato fu la distruzione di oltre 3 milioni di ettari di terra e vegetazione tropicale, mentre migliaia di uomini si ammalarono e morirono. Il Tcdd è infatti composto da diossina, che causa tumori, disfunzioni degli organi e malformazioni fetali. Solo dal 2002 Usa e Vietnam si sono impegnati a condurre ricerche sulle conseguenze dell’erbicida; le tracce di diossina sono evidenti ancora oggi nel cibo, anche perché l’Agente Orange si trasmette tramite il latte materno, provocando malformazioni congenite e paralisi a più di 30 anni dal conflitto. Fino a oggi però nessun vietnamita è stato risarcito.

Chi la dura la vince

Un miliardo e 500 mila dollari è invece l’indennizzo che l’Alta corte nigeriana, il 28 febbraio 2006, ha stabilito per la multinazionale anglo-olandese Shell petroleum development corp (Shell Nigeria), a causa dei danni ambientali provocati nel delta del Niger, dove vivono gli indigeni Ijaw. È la seconda vittoria giudiziaria contro la Shell da quando gli Ijaw hanno iniziato la battaglia legale nel 2000. Condannata da una commissione parlamentare, la Shell rifiutò di pagare il risarcimento non riconoscendo valore legale alla sentenza. Adesso però a dare torto all’azienda è stata una corte giudiziaria. La sentenza ha reso esecutiva l’ingiunzione di pagamento emessa dal senato nigeriano nell’agosto 2004, che riferiva di "infortuni sanitari, difficoltà economiche, malattie, anche gravi, di vario tipo e decessi che avrebbero potuto essere evitati". Il gas flaring , ad esempio, prodotto della combustione a cielo aperto dei gas naturali legati all’estrazione del greggio, è causa di inquinamento e scempi ambientali, e di rumorosissime esplosioni che continuano tutto il giorno, spesso vicino ai villaggi. Nel 2006, nel delta del Niger, il gas flaring è arrivato a produrre oltre 70 milioni di tonnellate di anidride carbonica, più delle emissione di Norvegia, Portogallo e Svezia messe insieme.

Ovviamente la popolazione nigeriana non gode dei proventi derivati dagli investimenti stranieri, che arricchiscono solo il governo. Di recente la situazione nel delta del Niger si è complicata per la presenza di varie milizie, come il Movement for the emancipation of the Niger Delta , che sferrano attacchi contro gli oleodotti e i dipendenti delle compagnie – tra cui l’italiana Agip – rivendicando più potere alle comunità locali nella gestione del petrolio.

Eppur si muove

Tutte queste storie indicano che – malgrado le multinazionali si sentano spesso autorizzate, in nome del profitto, ad appoggiare dittature e governi corrotti ignorando i diritti di chi in quei paesi ci vive – oggi si respira aria nuova. Le vittime alzano la testa e pretendono risarcimenti adeguati ai danni subiti, le corti penali non esitano a condannare le multinazionali riconosciute colpevoli a pagare milioni di dollari, e l’Unione europea ha deciso di varare leggi più vincolanti sul rispetto dei diritti umani. In particolare, negli accordi commerciali tra Ue e paesi terzi, dove la tradizionale clausola sul rispetto dei diritti umani «finora era applicata solo nei confronti dei paesi poveri, ma non ha mai avuto valore per gli accordi con Usa, Australia, Nuova Zelanda e Cina o per le violazioni commesse all’interno della stessa Europa», come spiega Vittorio Agnoletto, eurodeputato della Sinistra unitaria incaricato dal Parlamento europeo di modificare detta clausola. La nuova normativa, approvata nel febbraio 2006, stabilisce che «tutti i partner commerciali saranno obbligati a far rispettare i diritti umani per la durata del contratto. L’intesa sarà bilaterale: anche il paese terzo potrà cioè verificare che in Europa vengano rispettati i diritti dei suoi cittadini emigrati» spiega Agnoletto.

Dal punto di vista giuridico si stanno dunque facendo passi avanti verso il rispetto delle convenzioni internazionali. Ma di recente alcuni movimenti sociali hanno anche dimostrato che è possibile "cacciare" le multinazionali dal proprio territorio senza ricorrere a lunghe azioni legali. Gli indiani Achuar dell’Amazzonia peruviana, ad esempio, in oltre 800 hanno assediato per due settimane l’impianto della multinazionale argentina Plus Petrol, il più grande del Perù, protestando contro le devastazioni del territorio. L’assedio è stato interrotto solo dal raggiungimento di un accordo tra la compagnia e gli Achuar, che prevede tra l’altro una riduzione dell’impatto ambientale e l’assegnazione di provvigioni alla produzione petrolifera. Il direttore di Survival, Stephen Corry, ha dichiarato che questa è una «vittoria importante per i popoli tribali. L’opinione pubblica non tollera più che le compagnie possano calpestare i diritti dell’uomo. Ed è incoraggiante constatare che stanno incominciando a riconoscerlo anche le compagnie petrolifere che lavorano nelle zone più remote del pianeta».

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