SERVITU’ MILITARI E SPESA PUBBLICA


Un articolo di Giulio Marcon per "Carta"

In questi anni la cosiddetta riforma delle forze armate che ha portato l’organico da oltre 360mila soldati a poco più di 190mila (e tra qualche anno potrebbero diventare 160mila) ha liberato una serie di siti militari (soprattutto caserme, ma anche altre infrastrutture collegate all’addestramento come poligoni, campi di volo, ecc.) che da qualche finanziaria in qua sono stati dismessi, e in molti casi messi in vendita a privati. Si tratta di un patrimonio immobiliare consistente, capace di fruttare molte centinaia di milioni –e forse qualche miliardo- di euro. In alcuni casi si tratta di edifici di pregio (come le caserme situate nei centri delle città) e in altri di rilevanza ambientale (come i poligoni, che hanno bisogno di una grande estensione per evitare rischi di incidenti). Invece di essere riutilizzati a fini pubblici, molti di questi sono utilizzati per fare “cassa” e –da notare- per finanziare il Ministero della Difesa. Infatti, a partire da qualche finanziaria in qua- è stato stabilito che una parte dell’introito della vendita di questi immobili andranno a finanziare il Ministero della Difesa ed in particolare la costruzione e l’ammodernamento dei sistemi d’arma.

Di solito quando si vede un immobile pubblico –di cui è proprietario lo Stato e non un singolo ministero- le entrate vanno nelle casse generali e non in quello di una determinata amministrazione pubblica. Ma per i militari si fa un’eccezione. Questo perché hanno disperatamente bisogno di soldi per sostenere un fallimentare riordino delle Forze Armate dove (caso unico al mondo) i comandanti (ufficiali, sottufficiali, in tutto 104mila) sono di più dei comandati (soldati, 92mila) e dove le spese generali (stipendi, strutture, ecc.) assorbono più dell’80% del bilancio. Così, pur avendo in missioni all’estero poco più di 10mila soldati abbiamo difficoltà ad assicurare il turnover delle truppe con Forze Armate di 196mila unità. La finanziaria di quest’anno ha assicurato poi un aumento del 13% delle spese militari (per l’approfondimento di questi dati si veda www.sbilanciamoci.org).

Nonostante questo si alienano beni pubblici demaniali per permettere alle Forze Armate di avere ancora più soldi, facendo contento qualche immobiliarista e ingolfando le nostre città di nuovi centri commerciali o di residence nelle aree periferiche o non urbane. Eppure le nostre città avrebbero bisogno di nuovi spazi pubblici per aprire nuovi servizi (asili nido, centri culturali, spazi per i concerti, ecc.) costruendo nuove aree di socialità e di incontro che non siano quelle del consumo. E nelle aree extra-urbane, invece di trasformare i poligoni in aree per costruire villini e residence, avremmo bisogno di parchi e aree verdi fruibili socialmente. Riconvertire questi spazi dal militare al civile avrebbe un grande significato. E’ vero che in alcuni casi i comuni hanno fatto degli accordi in questa direzione, ma si tratta di casi sporadici.

Stiamo parlando di centinaia di siti ed edifici militari, e quindi di un patrimonio importante per la comunità. E’ assai grave che sulla destinazione d’uso di questi beni pubblici non siano coinvolte le comunità locali che spesso hanno dovuto sopportare i costi urbanistici, sociali ed ambientali dei siti militari ospitati. E’ altrettanto assai grave che queste non siano coinvolte nemmeno nella discussione (o almeno non siano informate in modo trasparente) sull’uso o sulla destinazione di quelle aree sottoposte a “servitù militare” che circondano o interessano direttamente questi siti. Per non parlare delle aree destinate a basi straniere, e il caso di Vicenza sta qui a ricordarcelo. Bisogna porre uno stop alla privatizzazione di questi beni pubblici, una volta siti militari, e impedire che le risorse vadano comunque al Ministero della Difesa. Serve una conferenza nazionale (come promesso dal programma dell’Unione) sulle servitù militari, aprendo una vertenza nelle comunità locali per l’uso sociale e pubblico di questi beni in via di dismissione. Anche questo è un modo per riproporre un’allenza –come Vicenza ci insegna- tra mobilitazione per la pace e protagonismo delle comunità locali.

Giulio Marcon
pubblicato su Carta del 15 febbraio 2007

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