LA LEGGE DELEGA SULLA COOPERAZIONE


di Giulio Marcon

La legge delega sulla cooperazione allo sviluppo presentata ieri in Consiglio dei Ministri è –dopo l’aumento (anche se ancora inadeguato) dei fondi per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e la sostituzione del vecchio Direttore della Cooperazione allo Sviluppo- sicuramente una buona notizia. Questo soprattutto perché testimonia l’esistenza di una certa volontà paolitica a fare finalmente la riforma della vecchia legge 49 del 1987. Non è poca cosa, essendosi sin qui arenati tutti i passati tentativi di riforma sugli scogli delle contrapposizioni tra ministeri o delle burocrazie della Farnesina. L’iniziativa del governo dovrebbe rendere impossibile meline e ostruzionismi del passato: finalmente dovremmo avere – comunque – una nuova legge.

E poi ci sono altre buone notizie – in un testo che ovviamente contiene ancora vaghezze e genericità – da rilevare: la creazione di un’Agenzia ad hoc che dovrebbe mettere la parola fine al bizantinismo organizzativo e al pantano amministrativo della Farnesina, il riconoscimento della cooperazione decentrata e di tutte le altre nuove forme di solidarietà internazionale nate in questi anni, l’unitarietà della gestione e dell’indirizzo di tutti i fondi della cooperazione (compresi quelli gestiti dal ministero dell’economia che poi li dà alla Banca Mondiale e ad altri organismi internazionali), l’esclusione di ogni connubbio della cooperazione con gli interventi militari, la fine – di fatto- della pratica dell’aiuto “legato”: cioè l’obbligo imposto ai paesi beneficiari degli aiuti di cooperazione di comprare beni e servizi dalle imprese dei paesi donatori.

Naturalmente non mancano punti interrogativi che potranno avere risposta solo dal dibattito dei prossimi mesi e dalla traduzione dei principi generali (anche troppo) della legge delega nei decreti legislativi del governo. Che ruolo avranno le imprese ? Saranno soggetti di cooperazione e a quale titolo e con quali limitazioni (per evitare la commistione con il profit-business) ? Si pensa, sbagliando, di “attrarre i fondi privati” facendo campagne modello Arcobaleno, messaggini SMS, Festival di Sanremo, ecc. (cioè facendo collette popolari di cui anche le ONG poi hanno ampiamente usufruito) o, altrimenti, a quali altri canali si fa riferimento ? E come si tradurrà il giusto principio dell’unitarietà della gestione dei fondi nei rapporti con il Ministero dell’Economia? Ci sarà un fondo unico con una inequivoca gestione, una cabina di regia, o cosa? E come si potrà costruire una vera coerenza delle altre politiche (quella commerciale, finanziaria, ecc.) con gli interventi di cooperazione? Il problema non è semplicemente o tanto il rapporto con la politica estera del Ministero Affari Esteri, ma con la politica tout court di un paese ai tempi della globalizzazione dentro una cornice internazionale, soprattutto quando, ormai, le dimensioni nazionale ed internazionale si sovrappongono e si intrecciano. E’ qui che la cooperazione allo sviluppo può e deve esprimere elementi forti di discontinuità verso il passato. E ancora: si riconosceranno i nuovi soggetti di cooperazione della società civile (associazionismo, campagne, commercio equo, finanza etica, organizzazioni sociali del sud del mondo, ecc.) e si valorizzerà veramente la cooperazione “tra territori” o si continueranno a proteggere le vecchie nicchie corporative, alcune delle quali ormai solo espressione di una società civile parastatale?

Fare una legge va bene, ma poi bisogna che sia una buona legge e che abbia effettivamente il segno della discontinuità e che sappia oltrepassare quel trasversale conservatorismo che unisce molti: da alcuni settori della Farnesina ad una parte del mondo delle ONG, dalla Confindustria al Ministero dell’Economia e alla Protezione Civile, dalle burocrazie umanitarie ai media compiacenti. Rimettere al centro la cooperazione allo sviluppo nel segno dei diritti umani, della pace, dei beni comuni, della solidarietà internazionale e di una globalizzazione dal segno diverso è quello di cui oggi abbiamo bisogno. Una nuova –e buona- legge può aiutarci a farlo, se di questi obiettivi si fa strumento.

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